L'amore, l'amore, sempre l'amore. Avere ancora 17 anni a primavera

Chiara Gamberale e l'incanto dell'immaginazione che non nega la realtà. Comunque addio, zaino tamarro

30 Marzo 2018 alle 13:27

L'amore, l'amore sempre l'amore. Avere ancora 17 anni a primavera

Luigi Russolo, Profumo, 1910. A Ferrara fino al 10 giugno al Palazzo dei Diamanti, mostra "Stati d'animo, arte e psiche tra Previati e Boccioni"

Roma, 12 marzo 2018, alba

 

Cara Annalena, un anno fa, oggi, sono rimasta incinta, fra undici giorni Vita compie quattro mesi e io fra un mese e mezzo quarantun anni. Eppure, come scrive il mio scrittore preferito del momento, António Lobo Antunes, in Non è mezzanotte chi vuole, “se mi guardo indietro ne vedo pochissimi, sparpagliati nella memoria fra tricicli e malattie, se cerco meglio ne scopro di più, si solleva un centrino e i miei ventitré anni sotto il pizzo, ho distribuito la mia vita a casaccio, senza accorgermene, magari si sono portati via i miei diciassette anni insieme ai mobili della casa al mare, magari gli otto nel buco del muretto, ammaccati, insieme al diario e a un braccialetto di rame”. Insomma, da quando ho memoria di me in certi giorni mi è sembrato di avere ottantasette anni, in altri ho ostinatamente continuato ad averne cinque e mezzo. Fatto sta che un anno fa, di questi tempi, all’improvviso mi era chiarissimo che stavo per passare dai trentanove ai quaranta: pure se lo sapevo, pure se lo so che i trenta ormai sono i nuovi diciotto e i quaranta i nuovi ventisette, per la prima volta sentivo di avere proprio l’età che avevo. E mi era presa quella cosa lì, la nostalgia di niente. Perché tutto fino a quel momento aveva abbastanza avuto a che fare con la vita che sognavo per me: avevo trasformato le mie più grandi passioni, leggere e scrivere, nel mio lavoro, avevo amato davvero, ero stata davvero amata, avevo viaggiato tanto, ero riuscita perfino a venire a patti con questo temperamento troppo istintivo da cui credevo che sarei stata sempre pericolosamente sottomessa… Benvenuti quaranta, avrei potuto pensare. Ma no, non lo pensavo. Non pensavo niente di particolare, ma sentivo che l’aria si era fatta viziata. Il mio lavoro, le amicizie, l’amore (l’amore!): tutto girava un po’ a vuoto. E più si avvicinava il mio compleanno, più diventava impossibile fare finta di niente.

 

Tu sai benissimo, amica mia, che ero così convinta ormai di non essere destinata ad avere figli, da faticare ancora a credere che Vita sia qui, addormentata fra le mie gambe incrociate, mentre ti scrivo seduta sul letto: quindi, fosse solo per rispetto a quella me, non potrò mai pensare che se non fosse arrivata Vita avrei respirato per sempre l’aria viziata o che, quando si fa una certa ora, se non ci si è messi al riparo facendo un figlio è un casino. Figurati. E però sono sicura che qualcosa doveva succedere, un anno fa. Che se non ci avesse pensato la vita, a farmi il suo scherzo più pazzo, ci avrei pensato io. Magari sarei partita una volta per tutte con i miei amici della missione in Mozambico. O avrei chiesto all’Istituto italiano di cultura a Tokyo se potevamo inventarci qualcosa da fare insieme. Sicuramente avrei passato l’estate a Vancouver per imparare il francese, avevo già cominciato a cercare una scuola.

 

Non ne potevo più della solita me, Annalena. Proprio non ne potevo più, lo sai. 

 

E poi, poi di nuovo Gianluca, e il dodici marzo, e le colline di Pistoia, perché eravamo andati lì per vedere lo spettacolo di Daniel Pennac ispirato al suo fumetto Un amore esemplare. Esemplare perché non succede niente, fra Jean e Germaine: nessuno dei due lavora, non escono quasi mai, non hanno figli, non esistono intermediari fra la piena essenza di lui e quella di lei. E mentre, tornando in albergo, pensavo che forse aveva ragione Pennac, forse i grandi amori non sono fatti per generare un’altra persona, due persone innamorate pazze a modo loro già formano una terza persona che prima non c’era, e riflettevo sulle storie che avevo avuto da quando andavo al liceo in poi, dividendole in quelle dove ci sarebbe o non ci sarebbe stato spazio per dei figli, mentre insomma credevo di potermi ancora permettere il lusso delle mie infinite elucubrazioni, ero già incinta.

 

Non ero più una senza intermediari fra me e il resto del mondo, fra me e me. Non ero più Virginia Woolf quando nel suo diario scrive che le coppie senza figli vivono di grandi ideali, non ero più Wendy, l’amichetta di Peter Pan sull’Isola Che Non C’è, non ero più nessuna di tutte le figure con cui mi identificavo, adesso ero Wendy che decide di andarsene dall’isola e torna a Londra, ero La Sposa che deve uccidere Bill per mettere in salvo il suo futuro, ero incinta, aiuto, sarei diventata madre: ma davvero?

 

Sì, davvero, perché quattro mesi fa è successo. Anche se l’ho visto, sai? Negli occhi di chi mi incontrava con il pancione e ora mi incrocia con la carrozzina l’ho visto, lo vedo lo stupore: ma davvero? Sembrano chiedermi pure loro. Perché quando fai un figlio a quarant’anni, non eri solo tu ormai abituata a una certa idea di te, lo erano anche gli altri. Tant’è che una parte di te rimarrà per sempre sensibile alle ragioni di chi i figli non ce li ha, per sempre complice del loro modo di passare il tempo, ammirata dal loro coraggio di non potersi appellare all’Alibi degli Alibi per prendere una decisione o non prenderla. Perché, quando fai un figlio a quarant’anni, hai avuto per circa trecentoventiquattro volte di seguito le mestruazioni, hanno fatto al massimo qualche capriccio, ma ci sono state sempre e sempre per ricordarti che era tutto tuo: tuo il mese che se ne andava, tuo il mese che sarebbe arrivato, tua la libertà di scegliere ma anche il dovere di farlo, tue solo tue le conseguenze, tue le notti, la rabbia, l’amore, l’amore l’amore. L’amore, appunto: quando fai un figlio a quarant’anni, è difficile che nasca dentro al progetto di una famiglia solida e rodata, e allora ti devi inventare pure un modo per improvvisare una famiglia, oltre che tutto il resto. Quando fai un figlio a quarant’anni è difficile anche che tu possa averne altri, e questo per me è triste da pensare. Però di buono c’è che a quarant’anni più o meno lo sai chi sei: mentre a trent’anni io barcollavo ancora nella nebbia, cercavo la mia voce nei romanzi che scrivevo e nelle persone che incontravo.

 

Avevo proprio diciott’anni, a trent’anni: fremevo per essere riconosciuta come essere umano, come donna e come scrittrice perché io per prima non mi riconoscevo. Adesso invece mi frequento molto meno e mi conosco un po’ di più: ed entrambe le cose ho la sensazione siano buone per Vita. Ma a trent’anni avevo più incanto. Più voglia di sapere. Più fiducia nell’amore – l’amore, l’amore sempre l’amore. E quando mi hai mandato quella foto dove tieni in braccio Benedetta e sei talmente giovane che sembri una bambina che sta giocando con la sua bambola preferita, mi sono commossa e mi sono chiesta: chissà com’è, quando hai trent’anni, essere mezzanotte. Perché pure se il titolo di Lobo Antunes non c’entra niente con il libro, è semplicemente un verso di René Char che da sempre gli era rimasto impresso, leggendo mi sono messa in testa che essere mezzanotte significhi permettere all’immaginazione di avere a che fare con la realtà senza negarla. Può succedere quando, come per la protagonista, si torna nella casa dove andavamo in vacanza da piccoli. Ma anche quando si fa un figlio. No?

Tua

C.

 


 

Roma, 27 marzo, notte

 

Carissima Chiara, io ho sempre diciassette anni. Vado a letto tardissimo la sera senza togliermi il mascara dalle ciglia, dico tanto mi alzo presto domattina e faccio tutto, ma la mattina è sempre troppo tardi e io non ho più gli occhi, ho soltanto le occhiaie. Come quando c’era l’interrogazione di Greco e non sentivo la sveglia. Metto, come allora, i libri accanto a me mentre dormo perché penso che di notte mi entreranno benissimo nel cervello, e se mi sveglio alle quattro con una sete mortale, tra alzarmi a bere e la morte per disidratazione scelgo ancora la morte. Non ho nessuna saggezza, non ho nessuna serenità, non so nemmeno rispondere alla domanda: che cos’è il singhiozzo? L’altra sera sono andata a prendere mia figlia a casa di un suo amico. Aveva con sé lo zaino di scuola, un trolley tamarro pieno di libri e quaderni che lei non svuota mai e io non controllo mai, tranne quando sento che dentro c’è almeno una banana spappolata.

 

Abbiamo caricato questo zaino sul motorino, alle undici di sera, e abbiamo attraversato la città chiacchierando: lei mi raccontava che non è più come alle elementari, fare amicizia è diventato più difficile, incontrarsi con qualcuno il pomeriggio anche, e le sue compagne di classe parlano molto di mutande, si fanno tutto il tempo i selfie, e lei non si diverte più. Io soffrivo, e pensavo a quanto ho sofferto io, alle medie, perché avrei voluto parlare di mutande ma non ero ammessa nel gruppo delle mutande. Lei ha chiesto il permesso di uscire, il giorno dopo, di pomeriggio, con i suoi compagni, “anche se sarò l’unica femmina”, e io ho detto subito di sì, anche tu avresti detto di sì: certo che puoi uscire, e poi un giorno ti sveglierai e avrai tantissima voglia di parlare di mutande. Abbiamo parcheggiato, lei mi ha guardato schifata, siamo andate a casa e di corsa a dormire, io senza togliermi il mascara. La mattina dopo, sempre troppo tardi, sempre con queste occhiaie da teatro dell’assurdo, abbiamo cercato lo zaino tamarro per metterci dentro la merenda. Lo zaino, essendo enorme, occupa di solito l’intero salotto, ma stavolta non c’era. Ma ieri sera? L’abbiamo portato a casa, vero? Non osavamo guardarci in faccia, ci siamo precipitate giù per le scale, siamo uscite dal portone: ecco il motorino (i bambini gli hanno dato un nome, si chiama “cornetto spaziale”, non sono in grado di spiegarti perché), ma niente zaino. Niente tamarrissimo, orribile, fondamentale zaino pieno di libri e quaderni, soprattutto i tre essenziali “quadernini delle definizioni”, che contengono tutto il sapere accumulato in quasi un anno di scuola. Sono entrata in un hotel a chiedere se per caso avessero trovato uno zaino di scuola, era sul motorino proprio di fronte alla vostra porta. Mi hanno guardato con commiserazione: signora con le occhiaie, qui rubano i telefoni dalle mani e lei pensa di ritrovare uno zaino? Va bene, mi scusi, comunque questo hotel è veramente brutto. Siamo tornate a casa, mia figlia piangeva, io camminavo avanti e indietro senza fare nulla, mio marito davanti allo specchio, muto, continuava a stringere il nodo della cravatta, fino a che è andato a lavorare che ormai non respirava più. Io volevo tanto che non fosse colpa mia, fingevo che non lo fosse, ma sentivo distintamente che quello sfacelo era il mio. Cara Chiara, non te l’ho raccontato fin adesso perché mi vergognavo troppo: a te non sarebbe successo, tu eri ordinata e seria anche quando volavi sull’Isola che non c’è.

 

Mentre facevamo l’unica cosa possibile, cioè mettere in un altro zaino qualche quaderno e penne e matite raccolte nelle mie borse, è squillato il mio telefono. Numero sconosciuto. Io di solito non rispondo ai numeri sconosciuti perché mi terrorizzano, ma stavolta ho sentito arrivare una speranza. Pronto? “Parlo con Annalena Benini?”. Sì. “La chiamo dal comando operativo dei carabinieri”. Oddio, avete trovato lo zaino di mia figlia? (non ho pensato neanche per un attimo che volessero arrestarmi, e invece avrebbero avuto ragione: in galera per indegnità di madre). “Lo zaino? No signora, però ho trovato poco fa per strada molti libri e quaderni sparsi, e un diario con questo numero di telefono, e siccome sono un padre e so quanto costano i libri…”. Ci siamo precipitate dall’appuntato scelto Simone, ci siamo sedute nella sala d’attesa, in mezzo ai marescialli. Ed ecco arrivare l’appuntato scelto, gentile, alto, coraggioso, bellissimo, sarebbe piaciuto anche a te perché era poetico, con le braccia cariche di libri, quaderni e fogli sparsi. Sorrideva, rassicurante, era indignato contro i ladri di zaini di scuola. Benedetta lo fissava incantata. Così alto, così eroico. Io ho confessato subito. Signor appuntato, la verità è che ho lasciato lo zaino sul motorino per tutta la notte, ero distratta, assalita dai ricordi, è stata colpa mia. L’appuntato ha sgranato gli occhi, mi pare grigioverdi con riflessi blu e azzurri, ma non mi ha arrestato. “Signora, se il mondo andasse nella direzione giusta lei avrebbe ritrovato lo zaino. Buona Pasqua a lei e famiglia, resto a disposizione per qualsiasi esigenza”.

 

Ha aggiunto che forse sul marciapiede di fronte al supermercato era rimasto qualche foglio, qualche penna. Abbiamo continuato a ringraziare fino alla porta del nucleo investigativo, io ho detto anche: lei ci ha salvato la vita. Poi siamo corse fino al marciapiede di fronte al supermercato, dove il netturbino stava aspirando con qualcosa di potente i fogli delle espressioni di matematica, e gli abbiamo urlato di fermarsi. Si è fermato e ci ha aiutato, gentilissimo, a recuperare quello che era finito sotto le automobili, ma certo non era poetico quanto l’appuntato scelto. Ho portato a scuola mia figlia con un’ora di ritardo, ho scritto sulla giustificazione: motivi famigliari. Adesso, passato qualche giorno, ci siamo rese conto che quello zaino rubato era scomodissimo, oltre che tamarro, a casa nessuno lo rimpiange, i ladri ci hanno fatto un favore e Benedetta con questa avventura si è guadagnata l’interesse delle bambine che parlano di mutande. Io continuo ad avere diciassette anni a primavera.

A.

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