Non capisco niente

Valentina Furlanetto

La modernità, le parole strane, mio figlio al di là del vetro. Tutto quel che significa invecchiare

Il problema, dice mio padre al telefono, è che non capisco niente di quello che dite. In che senso, papà? Parlate una lingua incomprensibile: powerbank, usb, social, linkare. Potreste almeno tradurre. Anche questa Netflix, qualcuno mi dice cosa vuol dire? Niente, non vuol dire niente. Ma come niente, tutti parlano di Netflix e non dicono cosa significa. Non significa niente papà, è il nome di servizio di streaming via internet. A parte che non so cosa voglia dire streaming, ma io voglio sapere cosa significa la parola Netflix.

 

Esausta, sono tentata di mettere giù il telefono, simulare un problema con la linea o un malore e non richiamare mai più. Ma resisto. In fondo, mi dico, ho tempo, sono in piscina con mio figlio di otto anni che sta seguendo il suo corso di nuoto, lo guardo dalle vetrate. O meglio cerco di guardarlo perché ho dimenticato gli occhiali in auto e da qui non riesco a vederlo.

 

Non significa niente, papà, Netflix è il nome di un marchio, come Rai, come Mediaset, come La7. Ah, ora ho capito, però ugualmente mi pare di non sapere più niente. Mio padre ha poco più di settant’anni, non centodieci, tuttavia le cose cambiano e lui non se ne fa una ragione. Il problema è che muoiono tutti, dice. Prima Niki Lauda, poi Camilleri, adesso pure Karl Lagerfeld. Karl Lagerfeld? Ma che ti frega di Karl Lagerfeld? Niente, ma è terribile che sia morto. Beh, certo, ma aveva la sua età, ha fatto la sua vita, è nell’ordine delle cose, papà. Nell’ordine delle cose è morire a 98 anni, non a 85. Di cosa è morto? Gli hanno fatto un’autopsia? Mica si può morire così, urla al telefono. Sento che sta per cadere la linea, sento che lo richiamerò per Pasqua, forse per Ferragosto, forse mai.

 

Mentre sono al telefono osservo la piscina, non riesco a individuare mio figlio, strizzo gli occhi, appiccico il naso al vetro, scruto uno a uno i ragazzini in fila. Sembrano tutti uguali con la cuffia blu, allora mi stramaledico, la prossima volta devo ricordarmi di mettergli una cuffia arancione fluo. Che poi so che si lamenterà: non mi hai guardato, guardavi il cellulare, leggevi il giornale, parlavi con la tua amica. E io, piena di sensi di colpa, nego sempre con forza e dico ti ho guardato tutto il tempo, comprese le venti vasche di stile libero che a momenti mi addormentavo, non mi sono distratta mai, neppure per mettere una storia su Instagram, lo giuro.

 

Comunque quest’anno è morta anche la Gina, dice mio padre al telefono. La Gina era la zia novantenne di mia madre e, anche se i miei sono separati da mille anni, mio padre adorava la Gina. Come la regina Elisabetta, alla quale assomigliava, la Gina fino all’ultimo giorno ha impartito ordini, ha indossato borsette rigide col manico e ha avuto una sua opinione su tutto. Rispetto alla Regina di Inghilterra, dice mio padre, non so se la Gina avrebbe acconsentito a chiudere il Parlamento per un mese, probabilmente si sarebbe opposta. Era lucida, la Gina (sottintendendo che la Regina non lo è).

 

Non lo ascolto perché mi sembra di aver individuato mio figlio nella prima corsia a destra, costumino azzurro, cuffia blu, si muove come lui, gesticola come lui, è magro come lui. Si volta. Allora mi appiccico al vetro e mi sbraccio con le mani perché mi veda. E lui mi vede, alza il braccio e mi saluta.

 

Comunque papà, dico io trionfante perché ho preso molti punti con mio figlio e allora sono disposta a cedere un po’ di terreno, se vuoi saperlo anche io non capisco niente di quello che dicono i miei figli. Davvero? Fa lui. Beh sì, tutti questi termini tipo frienzonare, shippare, hype… non capisco niente. Intanto mio figlio ha finito la sua ventesima vasca di stile e iniziano i tuffi. Ogni volta che ne fa uno si volta, alza il braccio e mi fa un cenno. E io, fiera, rispondo. Uno, due, tre tuffi. Ora devo lasciarti papà, che Leo ha finito il corso. E’ stato bravo? Bravissimo, devi vedere, è migliorato molto. Bene, dice lui e aggancia. Ma mentre aspetto nell’atrio della piscina leggo una cosa su internet e lo richiamo. Papà, dico, ho una buona notizia, hai presente Jane Fonda? E’ morta? chiede lui. No, dico io, è stata arrestata perché manifestava per il clima. Silenzio. Fantastica, vestita di rosso, spavalda, in grande forma, a 81 anni, hai capito? Silenzio. Papà, ci sei? Beh, dice lui, mai sottovalutare l’aerobica.

 

Saluto mio padre al telefono proprio quando arriva mio figlio. Ti ho visto, gli dico orgogliosa, ti ho guardato tutto il tempo. E come hai fatto mamma che stavamo nella corsia di sinistra che dalle vetrate non si vede? Dice lui perplesso. Non è possibile, gli ripeto, ti ho visto, mi hai anche salutato. No, io non ti ho visto, io non ti ho salutato, dice lui tranquillo.

 

In quel momento noto un bambino dell’età di mio figlio, magro come lui, dinoccolato come lui, solo, seduto ad aspettare i genitori. Sorride e timidamente mi saluta con la mano. Imbarazzata, lentamente, alzo anch’io la mano.

 

 Fluo, ricordamelo Leo, la prossima volta la cuffia la metti fluo.

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