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D’amore e d’addio, Gabriele Cagliari

Piango su questo tempo in cui non sono vicino a te. Due lettere dal carcere 

23 Marzo 2018 alle 15:50

D’amore e d’addio, Gabriele Cagliari

5 luglio 1993

Stefano e Silvano carissimi, carissimi figli miei, in una lunga lettera a voi tutti e che ho indirizzato alla mamma, la nostra grandissima mamma, ho spiegato le ragioni di questo mio andarmene. Non me la sono più sentita di sopportare ancora a lungo questa vergogna e questa tortura, mirata a distruggerti l’anima. Minacce infamanti, promesse denegate, vita da canile: strumenti di una persecuzione accanita, non certo di un’inchiesta che rispetti il mio diritto costituzionale a difendermi.

 

A voi voglio aggiungere poche parole sulle responsabilità che vi lascio e che, comunque, vi appartengono e sarebbero cadute sulle vostre spalle, prima o dopo. Le responsabilità per voi stessi, per Francesco, per Ghiti e ancora per la mamma alla quale ormai siete il solo grande affetto che rimane. Responsabilità che vanno affrontate ogni giorno, ogni momento della vita e, prima di tutto, nella vita della famiglia e nel lavoro.

 

Su quest’ultimo argomento vi ho scritto alcune volte richiamando sempre il punto fondamentale di tutto: la solidarietà tra voi due, la vostra totale collaborazione e aiuto reciproco. Questa raccomandazione risulta essere oggi l’ultima parola con la quale vi lascio per sempre. Sono certo che ne farete tesoro.

 

Sono profondamente triste e desolato, ma affronto questo momento con lucidità e determinazione: non posso accettare che, dopo tanti anni di lavoro e impegno, un gruppo di potere avverso voglia fare di me una vittima infame.

 

Non posso scambiare la mia dignità con nessuna mia vita.

 

Su questo sono certo del vostro accordo e della vostra approvazione: siete due uomini. E sarete uomini in gamba se lavorerete insieme, solidali nei comportamenti, nelle decisioni da prendere per fare funzionare al meglio le importanti attività, nelle quali siete impegnati nel lavoro, e l’ancora più importante e cara nostra famiglia.

 

La vita, il futuro non sono facili. Non lo sono mai stati. Per questo insisto sull’impegno che dovete avere ogni giorno nel lavoro e nella vita. Forse nel vostro futuro, ci potranno essere difficoltà anche maggiori che nel passato. (…)

 

Nel concludere questa mia lunga traversata nel mondo, non posso tacervi quanto mi pesi e quanto dolore mi cresca dentro nel lasciare voi, Francesco, Ghiti e la mamma, prima di tutto la mamma alla quale tutti dobbiamo così tanto!

Ma non ho alternative.

Addio Stefano, Silvano, Francesco, Ghiti

Addio tutti. Vi abbraccio forte forte

 


 

La copertina del libro a cura di Costanza Rizzacasa d'Orsogna edito da Longanesi 


   

13 luglio 1993

Mia carissima Bruna,

Non mi sono accorto che ti trema la mano e, se ti trema, è per l’emozione, come capita a me quando ti scrivo. Non ti preoccupare della vecchiaia, tu non ce l’hai. Mi ha scritto la Daniela, che mi dice ti ha incontrato dall’avvocato, che sei bella ed altera, nella tua calma serena, come una Regina. Sono sue parole. E sono sicuro che, su questo, è sincera. Sono molto orgoglioso di te che riesci a resistere a questa maledetta prova con tanta forza e con l’orgoglio di una grande signora. Quello che in realtà tu sei. Ti sono grato anche per questo e per tutto quello che ci hai insegnato. Non saremmo qui se avessimo imparato la intera lezione. Non mi trema la mano nel dire questo: faccio qualche cancellatura e qualche sgorbio perché sono emozionato. Piango su questo tempo che non posso essere vicino a te di cui ho tanto bisogno.

Ma qui non deve venire nessuno. Dillo alla Piera che ringrazio veramente tanto del ricordo e del pensiero. Ma questo non è un posto per noi. Non lo è per te, per i nostri ragazzi, non lo è per la Piera, per i nostri amici.

Gabe

 

*Da “Storia di mio padre” (Longanesi), di Stefano Cagliari, a cura di Costanza Rizzacasa d’Orsogna

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