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Il tempo che prima non c'era, dentro la nebbiolina delle tre di notte

Ogni mese le lettere con Chiara Gamberale: quanto ci metti ad attraversare il passaggio segreto e a tornare di nuovo tu?

26 Gennaio 2018 alle 12:10

Il tempo che prima non c'era, dentro la nebbiolina delle tre di notte

Illustrazione di Lorenzo Mattotti per la copertina del New Yorker del 26 settembre 2005. In mostra a Basilea fino al 18 marzo 2018

Roma, 24 gennaio 2018, 8:20 AM

Cara Chiara,

ho tenuto in braccio tua figlia Vita mentre facevi la doccia, l’altra sera, e mi si è sciolto il cuore. Lei mi fissava con quegli occhi allungati che sono i tuoi, e cercava te. Abbiamo ballato un po’, lei io e Lucio Dalla, ci siamo fatte i selfie allo specchio, se piangeva con la sua vocina di cristallo alzavo la musica, forse l’ho assordata ma lei sembrava contenta, e in attesa di qualcun altro che eri tu. Poi sei uscita dal bagno e hai teso le braccia. Sembri una bambina, sei diventata più giovane. Ho visto la tua forza, mi sono tornate addosso con una nostalgia feroce le mie notti bianche in corridoio avanti e indietro a contare i passi, ho capito che ero fortissima con il contatto dei suoi capelli sulle mie guance, e non sapevo niente. Ma adesso tu, che non dormi mai, che mi scrivi lettere alle quattro del mattino, che sei velocissima a mettere Vita nel marsupio e uscire di casa, che mangi la pizza mentre allatti e intanto le accarezzi un piede: che cosa ti manca di più, della vita senza Vita, e che cosa invece non ti manca più?

A.

 


  

Roma, 24 gennaio 2018, 12:40 AM

Cara Annalena, 

da quel giorno ogni giorno, quando arriva il momento di ballare, cioè fra il bagnetto e la penultima poppata, Lucio Dalla è entrato nella nostra compilation – anche se, non c’è verso: la canzone preferita di Vita, l’unica capace di farla smettere di piangere pure quando arrivano il buio e le coliche, è  Occidentali’s Karma

Sai, ieri ha compiuto due mesi: e mentre ti scrivo mi accorgo che sono tantissimi, sono pochissimi. Troppi, per rispondere alle tue domande: perché l’incredulità dei primi giorni, quando di notte mi svegliavo più spesso di Vita per controllare che lei fosse vera e io fossi proprio io, sta cominciando a sciogliersi. Troppo pochi: perché se adesso so che quella che mi teneva sveglia era incredulità, ancora non so in che cosa si sta sciogliendo e come posso chiamare questa pellicola gelatinosa e colorata che mi separa da quello che dico, faccio, dalle persone, le stanze, gli odori. O forse agli odori, alle stanze, alle persone, a quello che faccio e dico mi unisce in una maniera tutta nuova. E’ qualcosa che credo capiti solo quando qualcuno che amiamo muore o quando, appunto, un figlio nasce: sono tsunami, rivoluzioni definitive, troppo enormi per permetterci subito di realizzare che cosa è successo, chi saremo noi da lì in poi, come si trasformeranno l’amore, la speranza, la paura. Che cosa ci manca di più, che cosa non ci manca più. Tant’è che adesso mi vengono in mente solo cazzate. Tipo: mi manca la prima sigaretta dopo il caffè. Il caffè. Tutte le altre venticinque sigarette e gli altri due caffè. Non mi manca più avere tempo, sempre tempo per i casini di persone che non avrebbero mai tempo per degli eventuali casini miei. Mi manca sapere che film sono usciti, che libri, mi manca essere curiosa di tutto quello che sta fuori casa mia, dei paesi che ancora non ho visto, degli uomini che ho amato, delle donne che oggi gli uomini che ho amato amano, di tutti gli uomini e le donne che ancora non conosco. Non mi manca considerare casa mia un’eterna tappa, perché negli ultimi anni avevo perso qualsiasi curiosità per quello che poteva succedere qui dentro e volevo sempre fuggire, non importava dove, l’importante è che fosse lontanissimo. Mi mancano quattro chili per riprendermi il corpo, perché dopo che in gravidanza mi pareva bellissimo e l’ho amato come non mai, adesso sono a tu per tu con questo strano, odioso corpo di passaggio, magro dove non lo è mai stato e grasso dove è sempre stato magro. Mi lamentavo proprio stamattina con un animale della mia Arca Senza Noè, come chiamo gli amici più stretti, quelli che considero membri della strana famiglia che è sempre stata la mia e ora sarà anche quella di Vita, e lui poco fa mi ha scritto un messaggio. “Basta rompere i coglioni, la donna che pesava quattro chili in meno non esiste più. Adesso sei un’altra, e hai una dolcezza che prima non avevi, consapevole, che allaga tutta te stessa in maniera inesorabile. Insomma quei quattro chili in più sono la cosa più bella che adesso sei”. E allora, mi e ti chiedo: fosse che, quando tutto cambia, quello che più ci manca è un’illusione ottica, perché il buco che avvertiamo è nello stesso tempo il passaggio segreto per arrivare fino in fondo a quanto stiamo vivendo e non resistere al cambiamento? Insomma: ma tu te la ricordi com’era la vita, prima di Benedetta, prima di Giulio? Quanto ci hai messo per attraversare il passaggio segreto e tornare di nuovo tu, di nuovo curiosa di quello che c’è là fuori, ma, in poche parole, anzi, una sola, madre?

Chiara

 


 

Roma, 24 gennaio 2018, 7:30 PM

Cara Chiara,

io non mi ricordo niente. Solo che avevo fatto un trasloco in motorino e uno a piedi, perché non possedevo niente e non mi serviva niente, e che non andavo mai a dormire. Avevo venticinque, ventisei, ventisette, ventotto, ventinove anni, trent’anni, e non sapevo che cosa fosse il tempo. Il tempo perduto, il tempo che passa, il tempo splendente, il tempo sprecato, il tempo che resta. Era tutto davanti a me, giorni distesi e notti lunghissime che duravano un secondo. Da quando ho fatto quel test di gravidanza, con Mattia sul tetto di un trullo in Puglia, un caldo bestiale e un geco che mi fissava e un sonno assurdo che mi gonfiava gli occhi e le tette, nella mia vita è arrivato il tempo. Contare i giorni, le settimane, i mesi, e poi di nuovo i giorni, le ore fra le poppate, quanto manca all’estate, quante ore resta mia figlia da sola senza di me, da quante notti non dormo, quanto manca all’alba, quanto mi manca lei, quando posso avere un altro figlio, quando tornerò di nuovo io, io dentro i jeans, io al cinema, io su quell’isola, io con gli altri, io da sola per la città libera e forte.

Sono passati quasi dodici anni: ho sempre avuto questo bisogno di salvarmi che mi fa cancellare dalla memoria le cose brutte, ma so che in quel tempo le cose brutte mi rimbalzavano addosso, non affondavano più. Mi era cresciuta sulle spalle una corazza invisibile, che adesso si è assottigliata, ma quando i miei figli erano molto piccoli era durissima. Non avevo più tempo né per il dolore né per le cazzate, né, soprattutto, per le cazzate travestite da dolore. Forse ero spietata, ma avevo cominciato a contare il tempo da dentro quella nebbiolina colorata di cui parli tu. Da molto ormai la nebbiolina si è dissolta, ma mi ricordo che era morbida e aveva il profumo delle guance di Vita. Era bello stare là dentro. In quel periodo ho letto un saggio di Natalia Ginzburg, si intitola “I rapporti umani” e sta nelle “Piccole virtù”: mentre leggevo, sentivo che la mia nebbia spariva, perché qualcuno mi stava raccontando precisamente chi ero diventata: “Amiamo i nostri figli in un modo così doloroso, così spaventato, che ci sembra di non avere mai avuto altro prossimo, di non poterne avere mai altro”. Per me era così, esattamente così, ma mi sentivo anche piuttosto felice e incosciente. “Non abbiamo più amici: o meglio a quei pochi amici che abbiamo pensiamo subito con odio se il nostro bambino sta male, ci sembra quasi che sia colpa loro, per il fatto che in sua compagnia ci siamo distratti da quell’unica, straziante tenerezza; non abbiamo più vocazione: avevamo una vocazione, un caro mestiere, e adesso se appena vi prestiamo orecchio subito ci sentiamo colpevoli, torniamo a precipizio su quell’unica tenerezza straziante”.

Leggevo e gridavo: è così, mi è successo così, io sono questa! E adesso ancora la tenerezza straziante mi prende, e pure molto spesso l’odio, ma ho di nuovo una vocazione, ed è più salda perché ho un pungolo che prima non sentivo: il tempo. Comunque ho pensato, quando sentirai il pungolo: lascia a me la tua tenerezza straziante, balleremo allo specchio con Occidentali’s Karma, e tu va’ a correre libera e forte per la città.

Ps. Ha ragione il tuo amico sui chili: finiscila di rompere i coglioni.

A.

 


  

Roma, 25 gennaio 2018, 3:12 AM

Annalena, Annalena,

– ma come fai a trovare sempre le parole – allora forse è (anche) questo che succede? Cambiano le piccole virtù, come le grandi priorità? Di quel libro, potrei recitarti a memoria il saggio Lui e io e tanti altri pezzi sparsi, ma queste righe mi sembra di leggerle, oggi, per la prima volta e per la prima volta le capisco. Mi sta succedendo con tanti altri libri, tanti film, con le frasi e i comportamenti di tante persone che mi sembravano assurde e ridicole e invece forse erano semplicemente genitori. Non credo di avertelo mai dichiarato: ma uno dei motivi per cui da lontano mi affascinavi e per cui oggi ti voglio bene, è proprio come riesci a tenere insieme intensità e bisogno di salvarti. Perché io no, quello purtroppo non l’ho mai avvertito. Anzi: ho sempre avuto bisogno di schiantarmi dentro alle situazioni, alle persone, come se solo quel botto fosse la garanzia che qualcosa stava davvero succedendo. Hai presente quando, ne La Certosa di Parma, per giustificarsi dopo l’ennesimo disastro Fabrizio Del Dongo dice alla Sanseverina “Purtroppo io valgo qualcosa solo se mi entusiasmo”? Ecco. In nome della possibilità di un entusiasmo, ho sempre messo in conto anche la disperazione, il pericolo, la catastrofe. Proprio per questo, a me invece il tempo è sempre stato fin troppo presente, come un alleato quando la vita mi emoziona o come un nemico quando scivola, perfino se lo fa dolcemente. Dunque, ovvio che il giorno del parto non avevo paura di niente. Solo voglia.

C’era la mia Arca Senza Noè quasi al completo, perché c’era Gianluca, il papà di Vita, c’era Emanuele, il mio compagno di giochi sull’Isola Che Non C’è, c’erano Carlo, il mio coinquilino dei tempi dell’Università che oggi abita sul mio pianerottolo e Marco e Manuela, la coppia di persone più capaci di stare insieme che conosco. Insomma, quando siamo saliti in ascensore per andare verso la mia camera, eravamo in sei. – Sembra una festa – ha detto l’ostetrica. E in effetti è stata una festa, è stato il mio giorno perfetto, è stato tutto, come quando invece di toccare sempre a un’altra stavolta ti tocca: la pazza avventura di conoscere qualcuno che non arriva nella tua vita per caso, arriva da dove va, arriva da te, è merito tuo, colpa tua, ma sarà comunque una persona con le sue braccia, il naso, il codice fiscale, le sue idee.

Il tempo, per la terza volta in quarant’anni, si è tolto dalle palle, e per la prima volta mentre succedeva me ne sono accorta. Me ne accorgo. Anche se calcolo le ore fra le poppate e i chili miei e i chili suoi, infatti, continuo a non percepirlo, l’odiato-amato, perché percepirlo per me significava sfidarlo. Invece adesso scivola e io lo lascio fare, mi dimentico di rispondere ai messaggi, alle telefonate, non capisco i telegiornali, i film, capisco solo certe puntate di Friends che ho già visto almeno dieci volte e va bene così. E chi lo sa se sono ancora sotto shock, presto mi risveglierò, e dovrò proteggere Vita da un carattere da cui non sono mai riuscita a proteggere me. O se Fabrizio Del Dongo avrebbe dovuto avere un figlio, perché l’energia che aveva di troppo smettesse di essere un ostacolo. Perdona la confusione, ma sono le tre e dodici di notte, Vita si è svegliata, ora si è riaddormentata e io no, non ci riesco.

C.

Ps. Grazie, sarà bello lasciartela per qualche ora, quando riuscirò a staccarmene. Perché anche di questo, presto, dovremo parlare. Di quant’è faticoso stare sempre qui, adesso, ma di quanto è impossibile staccarsi e affidare.

 


  

Roma, 25 gennaio 2018, 8:21 AM

Carissima Chiara,

ho accompagnato Benedetta a scuola e mi è venuta la tenerezza straziante. Ha la “verifica armonizzata” (non chiedermelo, non lo so) di Italiano e l’interrogazione di Scienze sui muscoli del corpo, aveva paura ma diceva, a se stessa più che a me: ce la faccio, ho studiato, li so. Io che so solo “bicipiti”, grazie a Braccio di Ferro, ho deciso che se fossi riuscita a non mettere mai giù i piedi dal motorino da casa a scuola con due semafori, l’interrogazione sarebbe andata sicuramente bene. Sono diventata superstiziosa, più che adulta, e comunque ce l’ho fatta, non ho mai messo giù i piedi e le ho detto trionfante: ho ottimi auspici. Lei mi ha guardato un po’ così, ma ancora non con gli occhi di pietra degli adolescenti, ancora crede che io sappia tutto. So solo “bicipiti”, e so scegliere i suoi tramezzini preferiti senza chiederglielo, so fare l’analisi logica: per ora queste poche cose le bastano. Poi si staccherà, dirà che non capisco niente di cinema e di politica, farà la faccia della morte quando le proporrò un tramezzino. Sono quasi pronta, ho la mia corazza invisibile.

Ma tu che adesso non riesci a staccarti da Vita (nemmeno lei da te), vedrai come sarà, poi, camminare di nuovo da sola e sentire però una calamita che tira verso casa, che dice: ma dove vai, sei pazza, tutto quello che hai è qui, chiudi bene la porta. Solo tu potrai decidere se vuoi chiudere la porta o continuare a camminare, però ecco, nel frattempo: non fare troppo ordine nel caos che senti, non dimagrire, non smettere di riguardare Friends. Appuntamento domattina, alle quattro e quaranta.

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