Natalia Ginzburg. Archivio LaPresse

La donna che cadeva nel pozzo

Annalena Benini

Impaurita e coraggiosa, spaventata dalla vita e totalmente aperta alla vita. Natalia Ginzburg nel racconto di Sandra Petrignani: un’infelicità superata dalla gioia del mestiere di scrivere

“Come ti voglio bene, cara. Se ti perdessi, morirei volentieri. Ma non voglio perderti, e non voglio che tu ti perda nemmeno se, per qualche caso, mi perderò io. (…) Ti amo con tutte le fibre dell’essere mio (…) Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa”. Leone Ginzburg scriveva le ultime parole alla moglie Natalia dal carcere di Regina Coeli, dove morì per mano delle SS, a trentacinque anni. “Morto di cuore e di botte”, ha detto Natalia Ginzburg a Oriana Fallaci. Mentre Natalia, ventotto anni, si nascondeva, svegliava i figli di notte e li vestiva convulsamente per scappare, e scriveva, più tardi: non guariremo più da questa guerra. Mentre lo uccidevano lui si preoccupava del dopo: il problema sarà di non odiare tutti i tedeschi, distinguere i tedeschi dai nazisti, il problema sarà che Natalia deve scrivere, per liberarsi dalle troppe lacrime che le fanno groppo dentro e perché è una scrittrice. “Scrive bei racconti; l’ho sposata”, aveva detto a Giulio Einaudi. Erano ragazzi, non avevano avuto la spensieratezza e la tranquillità, avevano visto l’orrore. Natalia Ginzburg ha individuato, nel suo modo limpido e semplice, una conseguenza decisiva, fondamentale, di quella vita: “Noi non possiamo mentire nei libri e non possiamo mentire in nessuna delle cose che facciamo (…) Non mentire e non tollerare che ci mentano gli altri”. Non mentire ha significato anche avere raccontato ai tre figli (il più piccolo allora aveva sette mesi) la verità sulla morte del padre. Non mentire ha significato creare una forza espressiva, nei romanzi, nei racconti, negli articoli di giornale e in ogni cosa scritta, che ha come nucleo la chiarezza del vero. Nel racconto della vita quotidiana, dei ricordi, delle impressioni, delle piccole e delle grandi virtù. Senza abbellimenti, senza oscurità: qualcosa che arrivi dritto a chi legge, come in un rapporto confidenziale, quasi brusco, senza fronzoli e con una malinconica delicatezza data dal dolore insuperabile, e anche da qualcosa che assomiglia a un’intransigenza morale. Non mentire. Scrivi. Pubblica. Anche: sii utile agli altri. Natalia Ginzburg ha seguito per tutta la vita le indicazioni di suo marito, che per primo ha visto in lei tutto quello che già era: una ragazza trasognata e schiva, separata dal mondo ma curiosa del mondo, impaurita e coraggiosa, spaventata dalla vita e totalmente aperta alla vita, ai figli, all’amicizia e all’amore. Ma soprattutto al lavoro, al suo lavoro di scrittrice.

   

“Noi non possiamo mentire nei libri e in nessuna delle cose che facciamo (…) Non mentire e non tollerare che ci mentano gli altri” 

Sandra Petrignani ha scritto in questo libro, La corsara, appena uscito per Neri Pozza, un lungo e attento ritratto, più di una biografia, più di una ricostruzione narrativa: è partita dalla conoscenza e dall’ammirazione per le opere di Natalia Ginzburg, l’ha intrecciata con l’incontro personale, la frequentazione degli ultimi anni, ha incontrato le persone che l’hanno conosciuta bene e hanno lavorato con lei, ha esaminato i ricordi degli altri, le parole scritte dagli altri su Natalia, ha visitato le case e i paesi in cui Natalia ha vissuto, da bambina e da adulta, ha parlato con i parenti che hanno voluto parlare con lei e con gli amici ancora vivi. Soprattutto ha usato le parole di Natalia Ginzburg per raccontare Natalia Ginzburg, le ha messe in fila con attenzione e cura, confrontandole e trovando corrispondenze con gli accadimenti della vita, ha esaminato lettere private e scoperto segreti. Non li ha svelati tutti, ma ha dato il senso di una infelicità lungamente addomesticata, superata continuamente dalla gioia e dal dovere del suo mestiere di scrivere. Natalia che appena assunta alla casa editrice Einaudi si era fatta dare una chiave e andava in ufficio anche la domenica e passava le ore in silenzio, a studiare, tradurre, scrivere e leggere i libri degli altri. Che si sentiva, i primi anni, “una scopacessi”, e non riuscì a far pubblicare Se questo è un uomo di Primo Levi, perché non aveva abbastanza fiducia nella forza del suo giudizio, si fidava molto più di Cesare Pavese, di cui ha poi scritto un ritratto indimenticabile, raccolto nelle Piccole virtù (Einaudi). Ma pochi anni dopo si è battuta per il diario di Anna Frank e ha vinto. Ha cercato anche nelle parole degli altri la limpidezza e la forza, si è sempre commossa per le storie dei bambini, e ha avuto tanti bambini, da cui negli anni dell’invasione tedesca è stata lontana per necessità di salvarli (ha dovuto accettare, con grande dolore, di nascondere Alessandra in un istituto di suore), e poi spessa è stata lontana per scrivere, per seguire la sua vocazione e le indicazioni di suo marito Leone. Anche quando si è risposata con Gabriele Baldini che, ha detto qualcuno degli amici, faceva da cuscino tra lei e il mondo, con la sua allegria, il fascino, la mondanità e la facilità alla vita (Lui e io è l’irresistibile racconto di due personalità distanti e unite), e ha avuto altri figli, anche altri amori, non è mai venuta meno al suo compito: scrivere. Non per consolazione, o per piacere agli altri. Con nessun altro scopo che scrivere. “Mi pare di scrivere meglio perché ti amo”, ha detto in una lettera a Salvatore Quasimodo, conosciuto durante un viaggio in Polonia e amato finché il tempo lo ha permesso, finché lui si è sposato, finché la passione ha trovato una corrispondenza.

   

Il suo “Discorso sulle donne”, che hanno “qualcosa di dolente e di pietoso”, non è per niente stupido, come le disse il figlio Carlo 

“Cara Natascia”, le scriveva Cesare Pavese nel 1946, dopo avere letto un suo racconto, “a tutti piacciono Le scarpe rotte (…) Insomma sfondi. Io sono già sfondato”. Pavese, Italo Calvino, Cesare Garboli, Lalla Romano, Elsa Morante, Giulio Einaudi che la pagava troppo in ritardo. Questa è stata la vita adulta di Natalia Ginzburg, piena di ammirazione e di slancio per quelli in cui riconosceva una grandezza letteraria. Perché i libri degli altri le facevano da specchio, da stimolo, da esercizio creativo, e scriveva lunghe lettere a Elsa Morante per raccontarle la commozione e l’esaltazione provata nel leggere La storia. Era però un tempo diverso, un tempo in cui questo dovere di dire sempre la verità, questo compito di serietà era più importante dei rapporti umani. Ci si stroncava con ferocia, ad esempio, anche pubblicamente, e si restava amici anche privatamente. Le parole scritte, il senso di un libro, di una poesia, di un articolo, erano ciò che di più prezioso si possedeva. L’intransigenza veniva da qui, non si era compagni di giochi e di narcisismo. Una sera Elsa Morante invitò Natalia Ginzburg al ristorante e cominciò così: “Ti dirò la verità”. Natalia le aveva dato da leggere una sua opera teatrale, Ti ho sposato per allegria (“Vedevo venir fuori una commedia allegra. Come mai fosse allegra io non lo so. Io non ero allegra. Ma forse veniva fuori allegra per quel grande e ilare stupore che uno prova quando fa una cosa che aveva comandato a se stesso di non fare mai”). Elsa Morante dichiarò a Natalia Ginzburg di avere trovato quella commedia “fatua, sciocca, zuccherata, leziosa e falsa”. Le fece una sfuriata, e a Natalia sembrò non di avere scritto una brutta commedia ma di avere compiuto una cattiva azione. “Amavo Elsa e tutto quello che mi veniva da lei mi sembrava un bene anche quando mi era doloroso. Nelle sue furie sentivo sempre qualcosa che dava salute e forza. Da quelle sue furie uno usciva sbigottito e attonito, sentendosi simile a un cane che è cascato in una roggia e torna a terra e si scrolla il pelo. Ne usciva attonito, ma non ferito e non umiliato”. I rapporti umani, di cui Natalia Ginzburg ha scritto in un altro racconto, erano per lei così importanti per la verità che offrivano, per la qualità dei giudizi, per la totale assenza di ipocrisia. E anche quando il figlio Carlo la stroncava ferocemente lei quasi si divertiva, accoglieva le critiche ma andava avanti, sempre, per la sua strada. Tranne quando Carlo le disse che un suo scritto, il Discorso sulle donne, era “troppo stupido” per entrare in un libro. Italo Calvino cercò di convincerla che era bello, ma lei, che aveva trentadue anni quando lo scrisse, si convinse che era stupido.

   

I primi anni all’Einaudi si sentiva “una scopacessi”. Non riuscì a far pubblicare Primo Levi: non aveva abbastanza fiducia nei suoi giudizi

Ed è un pezzo che io non avevo mai letto, pur essendo convinta di avere letto quasi tutto quello che ha scritto Natalia Ginzburg, e invece no, proprio questo pezzo (e sicuramente molti altri) avevo perduto, e non è per niente stupido, ma molto vivo, molto preciso, come sempre molto sincero. Sembrano parole indifese e invece sono parole molto forti. E’ pubblicato adesso nella raccolta Un’assenza, a cura di Domenico Scarpa (Einaudi), e parla del pozzo in cui a volte le donne cadono. “Le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una terribile malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne”. Sono andata a cercare questo pezzo, così come altri che ho scoperto grazie a questo libro prezioso di Sandra Petrignani, e l’ho fotocopiato e l’ho attaccato al muro vicino al mio tavolo. Natalia Ginzburg scrive di avere conosciuto moltissime donne, donne tranquille e donne meno tranquille, con figli e senza figli, donne che fingono di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con grandi cappelli e bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante. “Ma a me non è mai successo d’incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e di pietoso che non c’è negli uomini, un continuo pericolo di cascare in un gran pozzo oscuro, qualcosa che proviene proprio dal temperamento femminile (…), qualcosa che capivo molto bene perché anch’io ho la stessa sofferenza da tanti anni e soltanto da poco tempo ho capito che proviene dal fatto che sono una donna e che mi sarà difficile liberarmene mai”. Chissà se negli anni Natalia Ginzburg si è liberata, con la forza della scrittura, con la vita sua e dei suoi figli, e dei nipoti, e degli uomini che ha amato, da questa sensazione: il pericolo di cadere dentro un pozzo. E invece forse aveva ragione Alba de Céspedes, che pubblicò questo scritto sul suo mensile politico e culturale Mercurio, e le rispose così: “Io credo che questi pozzi siano la nostra forza. Perché ogni volta che cadiamo nel pozzo noi scendiamo nelle più profonde radici del nostro essere umano”, e invece gli uomini non si abbandonano mai totalmente, non si lasciano mai cadere nel pozzo. Questa immagine del pozzo mi sembra così precisamente in armonia con la malinconia con la paura, con l’attrazione ineliminabile verso qualcosa di molto profondo, con i segreti che non si possono dire. Con il silenzio.

  

Natalia Ginzburg ha accudito a casa la figlia Susanna, nata con una grave malformazione nel 1954: era costantemente preoccupata per lei, ma il suo modo di esprimersi su di lei era il silenzio, e il silenzio si sente anche dentro i romanzi, i racconti, il silenzio è un modo di raccontare che Natalia è riuscita a inserire, a far sentire, fra le moltissime parole scritte. Come un respiro più profondo, come un mistero dentro cui la verità non può arrivare. Ha scritto fino a due giorni prima di morire, nel 1991, avendo stretti con sé il passato e il presente. Del futuro, ha scritto, non aveva nessuna idea degna e buona.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.