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La crisi fra Europa e Russia

“L’occidente ritrovi sé stesso, la propria forza morale. Mio marito lo aveva capito e vi aveva avvertito”. Parla Natalia Solgenitisn, vedova del grande scrittore

2 Dicembre 2019 alle 08:54

La crisi fra Europa e Russia

Presidente della Fondazione Solgenitsin e editrice delle opere del marito in trenta volumi, la vedova del grande dissidente e scrittore russo Aleksandr Solgenitsin confida al Figaro i suoi ricordi del 1989 e le sue riflessioni a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. Si ricorda della “grande gioia”, ma anche della scarsa sollecitudine di Gorbaciov per il rientro in Russia di Solgenitsin. Evoca gli errori commessi dai “capitani della perestroika”, che attuarono riforme “di corto respiro” e precipitarono il collasso del paese senza capire l’importanza di portare avanti una decomunistizzazione degli spiriti. Giudicando totalmente ingenue e sbagliate le speranze di democratizzazione generalizzata nutrite nel 1989, si sofferma sugli errori commessi dall’occidente nei confronti della Russia e sulla crisi morale che attraversa il mondo occidentale. Invitando a prendere sul serio le implicazioni della rivolta di Trump e dei “gilet gialli”, la vedova di Solgenitsin ricorda che suo marito non escludeva un ritorno della “ruota rossa”, dell’ideologia estremista comunista.

  

Le Figaro – Trent’anni fa, cadeva il Muro di Berlino, e in Europa dell’est crollava il comunismo. Lei e suo marito Aleksandr Solgenitsin eravate nel Vermont in esilio. Che ricordo ha di questo momento?

Natalia Solgenitsina – Fu un momento di profonda emozione. Fu una grande gioia assistere alla fine di questo terribile regime, che aveva causato milioni di vittime. Avevamo aspettato così tanto quel momento. Mi ricordo in particolare la reazione di mio figlio più giovane, Stepan, che esclamò: “Siamo sopravvissuti!”. E ho pensato che avesse perfettamente riassunto il sentimento che provavamo tutti. Avevamo vissuto nell’attesa del crollo di questo sistema. È stato un momento straordinario assistere alla sua fine.

 


“Non c’è stata nessuna decomunistizzazione. E’ stato il grande errore della perestroika. Erano presi dall’economia. Della mentalità si sono disinteressati! Dirigenti deboli, a partire da Gorbaciov”


 

Ancor più straordinario perché tutta la sua vita è stata tesa verso un solo obiettivo: combattere questo sistema

E’ proprio così! E’ stato fantastico poterlo vivere. Potevamo finalmente rientrare! Eravamo seduti sulle nostre valigie dal 1987. Speravamo che ci restituissero la nostra cittadinanza da un giorno all’altro. Ma così non è stato, ed è stato molto difficile da accettare! A entrambi ci era stata tolta la cittadinanza e le autorità sovietiche avevano persino avviato un procedimento giudiziario contro mio marito in virtù dell’articolo 64 del codice penale per alto tradimento della patria, un articolo passibile di pena capitale! Solo nel 1990 Gorbaciov ha firmato l’ordinanza che ci ha restituito la cittadinanza, e abbiamo dovuto aspettare un altro anno per veder cadere le accuse. Sono così partita per la Russia per cercare una casa e un luogo per i nostri archivi giganteschi. Il tempo di fare queste cose e che Aleksandr Solgenitsin terminasse i nuovi progetti che aveva avviato, alla fine siamo rientrati soltanto nel 1994. Speravamo in un ritorno dal 1987, ma durante il periodo più decisivo il potere centrale non era favorevole.

 

Perché questa scarsa sollecitudine? Gorbaciov aveva paura che Solgenitsin svolgesse un ruolo politico?

Con ogni probabilità, era una paura di Gorbaciov. In ogni caso, è ciò che dice il suo più stretto consigliere Vadim Medvedev. Nelle sue “Memorie”, racconta che, nonostante le voci che invitavano a lasciar tornare Solgenitsin, Gorbaciov era contro perché aveva paura che mio marito assumesse la guida dell’opposizione.

 

Suo marito avrebbe potuto impegnarsi in questo senso?

Per riunire l’opposizione, quest’ultima avrebbe dovuto sentirsi unita. Ma il grande problema dell’opposizione in Russia è sempre stato la sua incapacità ad andare d’accordo, ed è ciò che accade anche oggi. Ogni partito o gruppo ritiene di essere più importante del futuro del paese. Non credo che mio marito ci sarebbe potuto riuscire, e non sono sicuro che avrebbe accettato, nonostante avesse sempre pensato che il ruolo dello scrittore è quello di federare.

 

Numerosi osservatori ritengono che ci sarebbe dovuto essere una sorta di processo del comunismo per scongiurare una ricaduta. Cosa pensava a questo proposito Solgenitsin?

Che fosse necessario, quantomeno, intavolare un’ampia discussione sul tema, ma nessuno ha permesso che questa discussione avesse luogo! In Russia, non c’è stata nessuna decomunistizzazione. E’ stato il grande errore dei capitani della perestroika. Erano completamente presi dall’economia, di cui tra l’altro si sono occupati in maniera totalmente antiprofessionale e senza una visione di lungo respiro. Detto questo, quantomeno se ne occupavano. Dello stato delle mentalità, invece, si sono totalmente disinteressati! Quei dirigenti erano deboli e poco competenti, a partire da Gorbaciov. Era un uomo sincero, ma senza visione.

 

Al suo ritorno, Solgenitsin voleva affrontare il passato, aprire gli archivi. Per quale motivo?

Voleva informare le giovani generazioni, perché sapeva che altrimenti avrebbero dimenticato tutto man mano che i testimoni di quell’epoca morivano. Oggi, fortunatamente, molte persone si battono per innalzare monumenti alle vittime della repressione nelle province. Alcuni ne pagano le conseguenze, come lo storico Jurij Dmitriev in Karelia, che si trova in prigione per la sua battaglia. Mi esprimo spesso pubblicamente per sostenerlo. Nel suo caso, sono i servizi segreti, l’Fsb locale, che lo hanno trascinato in tribunale (con delle false accuse, ndr), perché era furioso per il fatto che il Memoriale da lui difeso fosse diventato un luogo di pellegrinaggio molto visitato, con 20 mila persone che vi si recano ogni anno. L’ufficio centrale dell’intelligence lascia che questo accada, per non andare contro le sue stesse strutture.

 

Nel 1989, Vladimir Putin è nel campo dei perdenti. Ma trent’anni dopo, ha in mano il potere e l’Fsb svolge un ruolo centrale nell’esercitarlo. Solgenitsin come avrebbe vissuto questo risultato?

Non posso mettere parole nella bocca di mio marito, ma per quanto mi riguarda ritengo che Putin sia un pragmatico. E’ cresciuto in un mondo in cui poche persone credevano ancora all’ideologia. Prende decisioni in funzione dei limiti imposti e delle circostanze. Ha innegabilmente delle doti politiche. Se avesse trovato un’intesa con l’ovest, avrebbe senza alcun dubbio considerato questa relazione primordiale. Ma ciò non è accaduto. Chi è il responsabile? Personalmente, sono convinta che l’occidente abbia la sua parte di responsabilità e abbia fatto molti errori. Se gli occidentali perseguissero una politica d’apertura, Putin afferrerebbe questa opportunità al volo.

La sua analisi non è un modo per sdoganare la Russia in un momento in cui opta per la soppressione delle libertà e un atteggiamento aggressivo nei confronti dei suoi vicini?

E’ vero che la Russia sceglie l’aggressività, ma questa aggressività  è soprattutto retorica. E’ sempre stato così quando si è sentita accusata in un modo che riteneva ingiusto.

 


“Il problema è che l’occidente non è più la bussola di una volta. Ma rimane molto importante per i valori che incarna e che ha il dovere di sostenere con il suo esempio”


 

Dinanzi a una Russia aggressiva e ad altri regimi autoritari, l’occidente, che è in crisi profonda, cerca la risposta giusta. Solgenitsin non aveva forse predetto questa crisi quando criticava i difetti del liberalismo occidentale?

Quando si parla di crisi occidentale, bisogna fare una distinzione. Mio marito non sarebbe rimasto stupito dalla riapparizione della questione dell’identità nazionale, che numerosi paesi mettono in evidenza come mezzo di difesa di fronte alla globalizzazione. Era convinto che la nazione sarebbe rimasta essenziale. Invitava a distinguere il patriottismo, importante e utile, dal nazionalismo, di cui bisogna sempre diffidare, ed era sorpreso dal fatto che lo trattassero come un nazionalista. L’altro aspetto della crisi attuale è la crescita delle diseguaglianze, di cui esortava a occuparsi in maniera seria. Ma mentre le diseguaglianze provocano in Grecia l’ascesa di un nazionalismo ottuso, ciò che rappresentano Trump e i “gilet gialli” è molto più la manifestazione della crisi dell’elitarismo che non del liberalismo. A mio avviso, non si tratta di una tendenza autoritaria, quanto piuttosto della volontà di una parte del popolo di difendere i propri diritti democratici contro il diktat di un’élite che impone le sue visioni senza concertazione. I risultati della rivolta sono, lo riconosco, assai patetici, ma Trump, i “gilet gialli” e la Brexit sono l’espressione di una mobilitazione democratica. Il pericolo è che l’occidente non prenda in considerazione questi problemi e si lasci travolgere da una nuova variante dell’ideologia radicale comunista. Quest’ultima non è più al potere in Russia, ma l’impressione è che stiano crescendo alcune sue varianti. Solgenitsin riteneva che, se la grande lezione del Ventesimo secolo in merito al comunismo non fosse servita da vaccino, la ruota sanguinosa di questa ideologia si sarebbe potuta abbattere nuovamente. Se n’è andato undici anni fa, e effettivamente vediamo disegnarsi in tutto l’occidente l’assalto di nuove varianti dell’ideologista estremista comunista. Mio marito temeva che senza l’aiuto dei valori cristiani, l’occidente si sarebbe ritrovato indifeso dinanzi a un tale assalto. Aveva individuato i due pericoli morali dell’occidente. Quello di un individualismo senza autolimiti e quello di esigenze materialistiche sempre più esorbitanti.

Lei sostiene che l’occidente abbia una responsabilità nel deterioramento delle sue relazioni con la Russia. Ma l’occidente non ha la responsabilità di restare una bussola per i valori di libertà? Da quando sono stati aperti gli archivi, sappiamo che la pressione dell’occidente è stata decisiva per proteggere suo marito.

Il problema è che l’occidente non è più la bussola di una volta. Ma rimane molto importante per i valori che incarna. Questi valori sono valori assoluti che l’occidente ha il dovere di sostenere con il suo esempio. La forza e la bellezza dell’occidente è che al suo interno si può criticare il potere senza soffrirne, lottare contro le ingiustizie e partecipare alla riforma della società senza essere messi in pericolo.

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  • flaneurotic

    flaneurotic

    02 Dicembre 2019 - 11:25

    “È vero che la Russia sceglie l’aggressività, ma questa aggressività è soprattutto retorica”. Certo, come quando Putin fece radere al suolo Grozny. Tutta retorica, si capisce. Ah, fa piacere constatare come il Foglio, sempre attento a stanare l'antisemitismo di sinistra, continui a chiudere occhi e orecchie se l'antisemita è una vacca sacra dell'anticomunismo. È la vecchia tara liberale che domani vi porterà tutti nel Listone Salvini. Tanti auguri.

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