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Uffa!

Tutti gli Emil Cioran. La vita tormentata del filosofo rumeno, in lettere

Giampiero Mughini

Autore di capolavori da una mansarda parigina, dove si ricrea e si reinventa in uno scrittore di lingua francese

Per essere uno talmente ghiotto di ogni orma lasciata da Emil Cioran (nato nel 1911 in Romania, morto a Parigi nel giugno 1995) sulle strade della cultura europea del secolo scorso, è come se fossi rimasto inappagato da questo suo recentissimo libro edito da Gallimard, Manie Épistolaire, dove sono assommate lettere inedite da lui scritte a interlocutori rumeni e non dal 1931 al 1991, quando poco lo separava dalla perdita della lucidità e dunque dalla morte. Editorialmente parlando è un libro sbagliato perché in quei sessant’anni a portare il nome di Cioran ci sono quattro se non cinque personaggi differentissimi l’uno dall’altro, e ciascuno di loro ha una gradazione intellettuale diversa.

C’è il ventenne antisemita rumeno che va a Berlino con una borsa di studio e che rimane affascinato dalle scorribande di Hitler e della sua combriccola. C’è il nazionalista rumeno dei secondi anni Trenta disperato dalla ineffettualità della Romania come Stato moderno, e che l’unica luce la vede arrivare dall’orda fanatizzante delle Guardie di Ferro rumene capeggiate da Corneliu Zelea Codreanu, quello che ai comizi politici si presentava a cavallo e che il governo rumeno nel 1938 lo sbatté in cella per poi farlo ammazzare come un cane, lui e un mucchietto dei suoi camerati. C’è l’intellettuale affinato che arriva a Parigi, che ne assapora le malie, che prende a frequentare un intellettuale ebreo rumeno fascinosissimo arrivato a Parigi molto prima di lui, il Benjamin Fondane che nel 1936 ha pubblicato La conscience malheureuse, gli diventa amico, e che quando questi viene acciuffato dai nazi (lo aveva denunciato il suo portiere) fa di tutto per salvarlo – avvalendosi della sua amicizia con Jean Paulhan, il sovrano dell’editoria parigina – non fosse che Fondane non vuole lasciare la sorella da sola in mano ai nazi, e dunque fratello e sorella si avvieranno assieme su uno degli ultimi treni che da Parigi se ne vanno in direzione di Auschwitz. C’è l’uomo che giorno dopo giorno e per cinque anni, nel chiuso della sua mansarda parigina di rue de l’Odéon (l’abitacolo una volta destinato alle serve), si ricrea e si reinventa in uno scrittore di lingua francese, al punto da essere reputato oggi uno dei massimi scrittori che abbiano usato quella lingua nel secolo scorso.

C’è l’intellettuale fierissimo della sua indipendenza che non ne vuole del sapere né dell’accademia né del lavoro nelle redazioni dei giornali – né, dopo una breve esperienza, del lavoro editoriale – e che andrà via via scrostando da sé l’antisemita e il nazionalista che era stato nei suoi vent’anni sino a scrivere più tardi di quelle sue “follie” con una lucidità autocritica che ha pochi eguali nella cultura europea recente. C’è il settantenne la cui mente e il cui corpo hanno appena iniziato la loro lotta con la vecchiaia e che ne verrà soverchiato fino alla perdita di conoscenza di sé stesso.
Impossibile allineare tutti questi Cioran uno dopo l’altro al modo in cui lo fa il libro di Gallimard da cui ho preso le mosse, libro sul quale mi ero avventato selvaggiamente come del resto faccio sempre con ogni testo di Cioran. Non senza ringraziare a viva voce la Adelphi, perché di Cioran non mi ero incredibilmente accorto nei due anni tra il 1967 e il 1969 che avevo trascorso a Parigi e una buona parte del mio tempo la impiegavo a perlustrare le librerie del Quartiere latino. E invece lo avevo scoperto quando ne lessi a bocca aperta il primo libro che l’Adelphi ne pubblicò in Italia – se non sbaglio lo Squartamento del 1981 – per poi fare dei libri del saggista rumeno uno dei cavalli di battaglia del suo sontuoso catalogo editoriale.

Detto questo nel recente libro parigino di Cioran di gemme ce n’è a dozzine. Avrei dovuto leggerlo come facevo una volta, munito di un matitone rosso e blu con cui marchiare le pagine una dopo l’altra, ciò che non mi arrisico più a fare con le copie dell’edizione originale di un libro. Ed ecco che ti scorrono sotto gli occhi quei suoi anni giovani tormentati a sangue da un’insonnia che per alcuni anni era stata implacabile, quel suo a tu per tu quotidiano con una disperazione senza via di scampo che diventerà la compagna la più irrinunciabile della sua vita: “Un sentimento astenico della vita mi impedisce di godere di checchessia, e mi tortura e mi distrugge”. Gli piace molto una frase che aveva trovato in un libro di Léon Bloy: “Soffrire passa, aver sofferto non passa mai”. Quanto alla sua vita sociale lo sapeva a puntino che starsene a casa a leggere, non serviva a nulla; bisognava uscire, felicitarsi con l’uno o con l’altro, lodare, lusingare chi aveva il vento in poppa e anche se ai suoi occhi era indiscutibile la loro inferiorità intellettuale, meglio ancora il loro banal grande. A un altro dei suoi interlocutori, che sta per diventare padre, confessa la sua “viltà” in materia, quella di non voler protrarre l’esperienza umana nell’avvenire con uno che porti il suo sangue e il suo nome. A che scopo? Così come si stupisce che un grande intellettuale rumeno da lui apprezzato, uno che “sa tutto”, sia ciò nonostante “un uomo tranquillizzato”. Come fa a resistere alla “maledizione” del vivere? Si chiede.

Nel 1946 Cioran ha bell’e deciso che la sua mansarda parigina è l’unico luogo al mondo in cui possa vivere. Amico com’è dei tre fratelli rumeni Acterian (due fratelli e una sorella) scrive in quell’anno all’affascinante Jeni Acterian: “Quanto a quello che faccio, non ne ho idea. Credo di non far nulla. Abito in una mansarda, mangio in una cantina per studenti, non ho un mestiere e naturalmente non guadagno nulla. Non posso considerare come ostile questa sorte che mi ha permesso di vivere sino ai 35 anni liberamente e ai margini della società”. Mancava un niente a quel 1949 a partire dal quale Cioran inonderà la cultura europea di libri/capolavoro.

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