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Cosa non è successo fra il '62 e il '64 a New York. Un “menù” dell'età moderna

Giampiero Mughini

Un biennio che sconvolse società, arte e comunicazione di massa. Marilyn Monroe canta per Kennedy, ed è come se stesse facendo l’amore con il presidente innanzi a 40 milioni di americani. E poi gli artisti che hanno cambiato il corso della pittura: Jim Dine, Jasper Johns, Andy Warhol

C’è stata una città, la New York del biennio 1962-1964, nella quale è come se fosse stato imbandito il menu del moderno per quanto attiene alla storia delle arti, della comunicazione di massa, dei vari aspetti del vivere di tutti i giorni. Ecco perché non possiamo non dirci figli di quanto avvenne allora in quella città americana. Cinque anni fa era stato Germano Celant ad avviare il progetto di una mostra che al Jewish Museum di New York celebrasse adeguatamente quel fatale biennio e gli artisti che irruppero alla prima fila, le gallerie d’arte che seppero intercettarne il lavoro quanto di più innovativo, le star del cinema che ipnotizzavano l’immaginazione diffusa, gli eventi i più clamorosi o i più drammatici nel marcare un intero secolo. Solo che Celant è morto di Covid nell’aprile 2020. Il lavoro lo hanno continuato i suoi collaboratori nonché i funzionari alla testa del museo americano che in quei due anni fatidici era stato diretto dal leggendario Al Solomon, morto quarantanovenne nel 1970. La mostra newyorchese c’è stata e a documentarla arriva adesso un mastodontico volume, la cui copertina di un giallo acceso è come se urlasse la parola in nero New York, parola su tutte magica.

Che cosa non è successo – nelle strade, nei giornali, nei teatri – in quei due anni newyorchesi, nel mentre che raddoppia il numero delle gallerie d’arte in città; il valore immobiliare di New York ha un esplosivo balzo verso l’alto nello spazio di un solo anno; i membri del Partito comunista americano scendono a diecimila dagli ottantamila che erano nell’immediato Dopoguerra; i proprietari di un apparecchio televisivo sono adesso il 90 per cento degli americani contro il 35 per cento che erano dieci anni prima. Succede ad esempio che il 19 maggio 1962 al Madison Square Garden si celebri l’imminente quarantacinquesimo compleanno del presidente John Fitzgerald Kennedy. A fargli gli auguri era stata chiamata nientemeno che Marilyn Monroe, una diva che lo conosceva bene. Abituata com’era ad arrivare in ritardo, gli organizzatori della serata l’annunciano una prima e una seconda volta. Finalmente lei arriva davvero, con addosso un vestito aderentissimo color carne nel cui tessuto rifulgono 2.500 brillanti finti. Mai si era visto un vestito che a tal punto si rifiutasse di nascondere il corpo femminile che era chiamato ad avvolgere. Marilyn canta, ed è come se stesse facendo l’amore con il presidente innanzi ai 40 milioni di americani che la stavano guardando. Le restano tre mesi di vita sino a quel 5 agosto 1962 in cui la uccise la valanga di pillole che aveva ingoiato. La trovarono con la mano appoggiata alla cornetta del telefono con cui aveva chiamato invano per tutta la notte Bob Kennedy, il fratello del presidente, un altro che la conosceva bene.

I pittori all’opera negli studi newyorchesi del 1962 hanno nome Jim Dine, James Rosenquist, Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Andy Warhol. Stanno cambiando il corso della storia dell’arte nel mondo. A differenza dei pittori d’avanguardia dei primi decenni del secolo, il cui empito maggiore era la distruttività morale di ciò che esiste e s’è consolidato, loro sono bramosi di afferrare il reale che hanno tutt’attorno, di celebrare i nascenti modi di vivere e di comunicare dei quali intuiscono il potenziale di libertà di cui sono gravidi. Più di tutti gli altri, Warhol è entusiasta di vivere in una città in cui sono in tanti a consumare le zuppe Campbell’s, ad ascoltare i dischi di Elvis Presley, a vedere i film da cui prorompono le labbra di Marilyn Monroe. E seppure la mostra di 32 riproduzioni delle lattine di latta che contenevano le Campbell’s, tutte attentissimamente disegnate a mano, Warhol la inauguri il 9 luglio 1962 in una galleria d’arte di Los Angeles, dove sono riposte quattro alla volta né più né meno di come starebbero sugli scaffali di un supermercato. Il direttore della galleria inizialmente le vende una alla volta al prezzo di 100 dollari, poi si rende conto che il pregio di quell’opera sta nel fatto che viene riprodotta tale e quale innumerevoli volte, si ricompra le lattine che aveva venduto singolarmente e ne offre l’intero set di quattro pezzi a 1.000 dollari, in quel momento equivalenti più o meno a 25 mila lire italiane e dunque alla metà di uno stipendio italiano piuttosto basso di allora, come a dire 500/600 euro di oggi. Beato chi li ha spesi quei 1.000 dollari nella Los Angeles del 1962.

Beninteso, c’è il rovescio della medaglia. Gli Stati Uniti sono troppo grandi per ospitare soltanto gallerie d’arte, set cinematografici, studi di pittori d’avanguardia. C’è spazio e furore a sufficienza per chi vuole uccidere un avversario politico in ragione del colore della sua pelle, per chi colpisce a morte un presidente. L’America vive in diretta televisiva i tre giorni del lutto per la morte di John F. Kennedy, il cui presunto assassino, il ventiquattrenne Lee H. Oswald, viene ucciso il 24 novembre 1963 da un gangster da quattro soldi sotto lo sguardo dei milioni di americani che in quel momento tenevano acceso il televisore. Atroce è il destino di un attivista dei diritti civili della popolazione nera, il trentasettenne Medgar Wiley Evers, uno che durante la Prima Guerra Mondiale era stato tra i fanti americani che nel giugno 1944 misero piede sulle spiagge della Normandia. Il 12 giugno 1963, Evers era appena sceso dalla sua auto quando viene colpito alla schiena da un colpo di fucile sparatogli da un fanatico militante del Ku Klux Klan, il quarantaduenne Byron De La Beckwith. Le giurie bianche lo assolvono ripetutamente e lui passa in libertà la gran parte dei decenni successivi al delitto. Finché nuove prove non ne determineranno la condanna all’ergastolo nel 1994. Nel 2017 la casa di Jackson in cui vivevano Evers e la moglie è divenuta monumento nazionale.

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