Dall’informazione all’intrattenimento. Ecco il trash dei popoli

Non è più solo l’ultima spiaggia dello share. Servita a tutte le ore, la deriva innerva quasi tutti i programmi televisivi. D’Urso e Giletti gemelli

23 Aprile 2018 alle 08:52

Dall’informazione all’intrattenimento. Ecco il trash dei popoli

Barbara D’Urso, conduttrice di “Domenica Live”. Qualche highlight recente della trasmissione: “Vitalizi scandalosi”; “Anche i vip piangono”; “Esistono gli angeli?”; “La macchina della verità di Eva He

L’anno scorso  si parlò di un flirt ma lei smentì subito: “Massimo Giletti era invitato al mio party”, spiegò Barbara D’Urso, “è stata una bellissima festa a tema anni Sessanta, ma tra me e lui non c’è niente”. C’è anche chi sostiene che prima o poi potrebbero condurre insieme “Domenica Live” spartendosi i temi: lei su gossip e avanzi di reality, lui su cronaca, intrighi di Palazzo e lotta senza quartiere alla casta. I confini tra il salotto di Barbara D’Urso e il format anti-establishment di Giletti si sono fatti sempre più fluidi, tenui, intercambiabili. Così,  “Domenica Live” e “Non è L’Arena” ci offrono un ottimo esempio delle formidabili possibilità combinatorie e delle sconfinate derive dell’“infotainment”, come dicono i teorici del linguaggio televisivo. E’ la sintesi di “informazione” e “intrattenimento” che regola talk-show, cronaca politica, cronaca nera, rotocalchi della domenica pomeriggio, inchieste delle “Iene”, “Striscia la notizia” ma non “Report” che è severo, sobrio, niente presentatrici scosciate o effettacci di montaggio o inviati che inseguono politici per strada: se “Report” fa una puntata no-vax si dirà che era necessario assumere un punto di vista dubitativo.

 

C’è il trash del giornalismo d’inchiesta di “Fanpage”, quello dei servizi hot nell’ultima parte di “Ballarò” o del teatro di Travaglio

Molte cose che nei ruggenti anni Novanta chiamavamo “trash” oggi si pregiano dell’etichetta di “infotainment”. L’infotainment sta al trash come la raccolta differenziata alla mondezza. Non c’è più il trash inteso come deriva, risorsa o ultima spiaggia dello share particolarmente legato al gossip e ai salotti televisivi. Il trash si è espanso, diversificato per temi, forme, ingredienti. C’è il trash del giornalismo d’inchiesta di “Fanpage”, il trash danzereccio-contenutistico di “Ballando con le stelle”, quello dei servizi hot nell’ultima parte di “Ballarò”, dopo che hanno mandato a letto Scalfari, quello post-pedagogico dei monologhi di Ambra e Gramellini che invitano gli ospiti su un divano di legno a forma di rogo di spine, ultima frontiera del disagio di RaiTre (lei definitivamente trasformata in una Marta Flavi di sinistra, lui lanciatissimo in una micidiale televisione di parola che ridimensiona ogni accusa di lentezza a Fazio su RaiUno). Sono trash i corpetti d’argento di Lilli Gruber a “Otto e mezzo”, gli editoriali di “Propaganda", la capocciata di “Nemo", i video antifascisti di Laura Boldrini su Facebook, le rincorse degli inviati di “Piazza Pulita”, le piazze di paese di "Quinta Colonna", il sentiment di “CartaBianca”, le analisi tattiche di Scanzi, quelle filosofiche di Diego Fusaro e prelibatissimo, puro, sopraffino trash sono gli spettacoli teatrali di Marco Travaglio.

 

“Io faccio le televendite che vanno all’interno di ‘Forum’ e le televendite sono sempre state considerate trash”, confessava poco tempo fa Giorgio Mastrota, “ma nel frattempo  ‘Forum’ è diventato talmente trash che il mio in confronto è un momento educational”.

 

Siamo abituati a pensare al trash come qualcosa che riguarda Cristiano Malgioglio al “Grande Fratello”, la saga Albano-Romina-Lecciso o l’ipnosi lasciva di Nadia Rinaldi. Ma se usciamo da questa forma di pigrizia intellettuale vedremo come esso nutre e diffonde i suoi effetti migliori proprio lì dove si ostenta una riflessione, un tema da “sviscerare”, un contenuto. Il trash innerva la deriva populista della tv. “Abbiamo storie diverse, ognuno fa la sua televisione”, dice Giletti parlando di Barbara D’Urso, “L’Arena ha una forte percentuale di pubblico maschile”, dunque un target diverso rispetto a quello prevalentemente femminile di Barbara D’Urso. Eppure messi allo specchio, “Domenica Live” e “Non è l’Arena” rivelano tutta la loro vicinanza e dicono qualcosa sulla continua evoluzione del trash, sulla sua rielaborazione populista, sulla trasformazione del giornalismo in “sport estremo”, sullo sconfinamento della tv del dolore nella tv dell’indignazione e viceversa.

 

Ora si gioca tutto sul filo e sul freno dell’indignazione collettiva. La rivolta della società civile. La mafia contadina, un ritorno alle origini

Qualche highlight dalle ultime puntate di “Non è l’Arena”: “Quattro donne sole contro la mafia”; “Il giovane a partita Iva che dice la sua sul reddito di cittadinanza”; “Parla il pensionato che vuole trasferirsi in Portogallo”; “Il vitalizio di Cicciolina”; “Il magistrato Sabella spiega che la mafia dei pascoli è la radice di tutte le mafie”; “Il panettiere Mauro Guidi sulla Fornero”; “Mara Venier e le avances di un politico”; “Malena, pornostar ex Pd si racconta”; “Aumentano i vitalizi in Calabria”. Qualche highlight da “Domenica Live”: “Vitalizi scandalosi”; “Anche i vip piangono”; “La nuova Lega di Matteo Salvini”; “Esistono gli angeli?”; “La macchina della verità di Eva Henger”; “Degrado nella tomba di Claudio Villa”; “La suora che ha avuto un bambino”. “Domenica Live” e “Non è l’Arena” si incrociano anche nelle ultime frontiere della chirurgia estetica: Barbara D’Urso ospita Luis Padron, “l’uomo Elfo che si è sottoposto a quaranta interventi per coronare un sogno che sciocca e divide”, oppure Rodrigo Alves, “il Ken umano” che si è tolto quattro costole ma ha il rammarico di non essersele potute portare a New York per problemi di dogana. Da Giletti si intravede uno strano Emilio Fede trasformato in castoro che però, a differenza dell’uomo Elfo, nega di aver fatto interventi: “Né chirurgia estetica, né botulino, nulla. Sfido chiunque ad avermi visto anche solo in una spa. E’ tutta colpa del grandangolo”, lo stesso che ai tempi dell’“Arena” in Rai amplificò anche gli zigomi di Gabriel Garko (“Non è L’Arena” può giocarsi anche il “Ken svizzero”, l’opinionista Klaus Davi cui dobbiamo l’immortale frase: “Dopo la chiusura dell’Arena i boss della ’ndrangheta hanno brindato”).

 

Mentre da Barbara D’Urso Malena la pugliese scoppia in lacrime spiegando che suo padre l’ha rinnegata dopo la prima gangbang, da Giletti si fa più riflessiva, dice che è sempre stata innamorata del suo lavoro di agente immobiliare solo che “avevo sempre questo lato birichino”. Oppure c’è Ilona Staller che racconta di non andare spesso in televisione “non per colpa mia, ma perché sono un personaggio scomodo” e a Giletti non pare vero: “Tra scomodi ci intendiamo”. Vista l’ora, “Non è L’Arena” si gioca Michelle Ferrari, pornostar e ex-candidata M5s, inviata nei club privé. “Cosa succede nei club privé?”, le chiede Giletti, “hai mai incontrato dei politici lì?”. Lei dice di no, allora parte un servizio pecoreccio con il sax di Fausto Papetti e Michelle in guêpière e frustino che chatta coi clienti sdraiata sul letto finché guarda in camera e dice: “Ora è arrivato il momento di fare sul serio”, così prende e inizia a spogliarsi ma con uno stacco brutale e un micidiale coitus interruptus si torna sul primo piano di Giletti in studio. Il Moige (Movimento italiano genitori) le chiama “pornodomeniche”, ma con riferimento ai servizi “estremi” o alle pornostar ospitate da Barbara D’Urso che vanno in onda il pomeriggio, anche se per lo più lì piangono, si pentono o parlano dell’angelo custode che le ha salvate da bambine quando una macchina stava per investirle. Il fatto è che la tv generalista è diventata anche un grande bacino di recupero per un’industria in caduta libera come quella del porno, travolta da internet, dallo streaming illegale e dall’uno-vale-uno che anche lì  ha livellato il professionismo.

 

Però in realtà, specie se paragonato al trash anarcoide e eversivo dei primi anni Novanta, quello di oggi appare stanco, ripetitivo, moralista. All’“Isola dei famosi” si sono giocati il “cannagate” per più di due mesi, con un sensibile ritardo persino sul dibatto alla Camera per la legalizzazione della Cannabis; i club privé, posti tristi dove ormai si finisce a fare un addio al celibato o al nubilato regalato dai parenti, vengono ancora  raccontati come luoghi misteriosi, peccaminosi, estremi; Barbara D’Urso accumula millequattrocento minuti di puntate per capire con prove fotografiche, registrazioni e referti psicanalitici se Marco Ferri è gay oppure no. Insomma, tutto appare fuori tempo massimo. Certo, non cederemo alle tetre lusinghe della nostalgia, al “si stava meglio quando c’era Funari”, ma è indubbio che neanche il trash è più quello di una volta (Giletti però rivendica l’eredità: “Funari è stato l’unico uomo che non ha mai avuto atteggiamenti da cameriere nei confronti del potere. Gli riconosco di aver detto che il mio programma,  ‘L’Arena’, è la costola di  ‘Aboccaaperta’”). Per esempio, il “m’avete mandato ’sta nana” del fuori onda di Insinna era un bel momento e ancora più bello l’hashtag #naniuniti lanciato l’indomani da Pupo spiegando di essersi sentito offeso “in quanto persona di bassa statura”. Sappiamo com’è andata. Insinna che chiede perdono a tutti, aggiungendo che “non ha scuse” e avviandosi probabilmente a condurre otto edizioni di “Telethon” di fila. Ce lo vedete Funari che scrive su Facebook, “sì, voglio davvero scusarmi anche con chi ha tradito la mia fiducia perché sono io che  li ho costretti a dare il peggio di loro stessi”?

 

Il trash nutre e diffonde i suoi effetti migliori proprio lì dove si ostenta una riflessione, un tema da “sviscerare”, un contenuto

Il trash c’è, ma ora  si gioca tutto sul filo e sul freno dell’indignazione collettiva e allora il gioco si fa serio, pesante, crepuscolare. Basta dare un’occhiata al catalogo completo di insulti, risse, gaffes e scandali televisivi dal 1954 a oggi che Umberto Piancatelli ha raccolto nel volume “Il peggio della tv” per essere poco ottimisti sul futuro del trash e della sua catarsi liberatoria.

 

Ai tempi della sfuriata tra Giletti e Berlusconi, il Cav. glielo aveva suggerito in termini perentori: “Si guardi la D’Urso che è bella e anche molto brava e gentile”. Ma Giletti ha il suo stile. Semmai è la televisione che si è radicalizzata nel salotto di Barbara D’Urso attorno a una nuova, curiosa mescolanza di trash, softcore e populismo.  “Marco Travaglio ha avuto un’idea geniale”, spiega Giletti maneggiando il cubo di Rubik aprendo una puntata di “Non è l’Arena”. L’idea geniale è che il cubo di Rubik è come la situazione politica italiana attuale (si poteva buttare lì un gatto di Schrondiger, se non altro per costringere lo spettatore a cercarlo su Google). “Il reddito di cittadinanza restituirebbe dignità alla mia generazione”, spiega il giovane a partita Iva con i capelli rasta, sommerso tra gli applausi del pubblico, mentre in controprogrammazione su Canale 5 Barbara D’Urso si gioca la legge Bacchelli per Alvaro Vitali.

 

La tv generalista è diventata anche un grande bacino di recupero per un’industria in caduta libera come quella del porno

Nell’ultima puntata di “Non è l’Arena” è andata in onda la rivolta della società civile. Tema: le tre sorelle Napoli, titolari di quaranta ettari di campagna minacciate dalla mafia agricola di Mezzojuoso, provincia di Palermo (in studio c’è anche Di Pietro in qualità di esperto di mafia, intimidazioni e agricoltura). Mezzojuso però non ci sta a fare la figura del paesello omertoso e mafioso. Giletti manda i suoi inviati. Finalmente si rivedono anche qui un po’ di piazze televisive in stile “scuola Santorum”, anche se è uno striminzito “comitato civico” e in più piove ma vabbè. A un certo punto prende la parola la “vicepresidente” di una non meglio specificata “consulta giovanile” che dice di essere andata a casa delle sorelle Napoli a dare tutta la solidarietà del caso e che i processi non si fanno nei talk-show ma nelle procure della Repubblica, poi inizia a urlare “Dottooooor Gileeeetti non glielo permettoooo” una decina volte, con gli occhi di fuori, come in un rito di possessione, finché lascia il microfono, manda tutti a quel paese e se ne va. “Che peccato questi giovani”, commenta Di Pietro. Nel frattempo, il sindaco ha costituito un comitato civico che chiederà i danni a Giletti, ma grazie a “Non è L’Arena”, capre, bovini e mucche infuriate di Mezzojuso lanciate dalla mafia per distruggere il grano delle sorelle Napoli diventano un caso nazionale. Capirci qualcosa però non è facile. Secondo il sindaco, Mezzojuso sarebbe estraneo alla vicenda perché “l’azienda delle sorelle Napoli si trova nel comune di Corleone, mentre gli sconfinamenti dei bovini sono avvenuti dal territorio di Godrano, Campofelice di Fitalia e dal demanio forestale”. Magari la mafia c’è, ma non si capisce a chi appartiene. “Anche se i processi non hanno trovato colpevoli”, tuona Di Pietro da Giletti, “le sorelle Napoli sono vittime di una realtà criminale che sta dietro questo sistema”. Va dato atto a “Non è l’Arena” che la riscoperta della mafia agricola è un colpo da maestri. In un’epoca in cui di mafia si parla solo nelle fiction, i morti ammazzati sono pochi, la concorrenza della criminalità globale è sfrenata e l’idea che “ormai la mafia è nella finanza” non regge più di cinque minuti di trasmissione,  giocarsi la mafia contadina come nei western siciliani di Pietro Germi è un’idea niente male. Un ritorno alle origini. Un prequel che potrebbe aprire tutto un florido revival di mafie a kilometro zero.

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