Il punto è: può il populismo vivere senza un leader carismatico-messianico, specie nel passaggio a una posizione governativa? Nella foto, Eva e Juan Domingo Perón

L'Italia di Grillo allo specchio

Marianna Rizzini

Dal Financial Times a New York. L’analisi di Federico Finchelstein, prof. argentino negli Usa

All’ennesimo giorno di non certezze sulla formazione del governo, l’unica certezza è ancora quella della mattina del 5 marzo: due formazioni politiche cosiddette populiste hanno vinto le elezioni. Ma, dopo più di un mese di palude post-elettorale, è come se il fatto non fosse più neppure rilevante, anche se di per sé non era scontato vincessero formazioni “populiste” nel paese a fama moderata in cui Alcide De Gasperi (come ricorda sua figlia Maria Romana nell’intervista del 18 aprile al Corriere della Sera, nel giorno del settantesimo anniversario delle elezioni del 1948 vinte dalla Dc) andava ai comizi e si fermava a parlare con tutti quelli che innalzavano striscioni o cartelli proto-indignati, tipo “perché lei ha fatto questo?”. E dopo che De Gasperi ci aveva parlato, l’indignato di turno abbassava il cartello (“papà del resto aborriva il populismo, che considerava retaggio del fascismo”, dice Romana).

 

In “From fascism to populism in history”, Fichelstein fa luce su qualcosa che riguarda anche il nostro day after elettorale

Populismo e fascismo: quanto l’uno è figlio dell’altro? E quanto invece il populismo è figlio di diverse pulsioni sociopolitiche e di diverse tensioni? Se lo è chiesto domenica scorsa il Financial Times, di fronte al panorama neopopulista non soltanto italiano (anche più in generale europeo e americano), citando il saggio di uno storico argentino trapiantato a New York, Federico Finchelstein. Il saggio, “From fascism to populism in history”, ed. University of California) analizza il percorso carsico che porta dal fascismo al populismo, quasi sempre senza ritorno: molti elementi del fascismo “ripudiato” nel secondo Dopoguerra per via dell’Olocausto, sono scomparsi, come inabissandosi, ma qualcosa dell’iniziale radice è riemerso, anche se in modo non schematico, proprio nel momento in cui le nuove democrazie facevano i conti con se stesse e con la propria contraddittorietà. E quel qualcosa è andato a occupare “la terza via”, scrive Finchelstein, tra liberalismo e comunismo. E oggi (Finchelstein insegna alla New School for Social Research del Lang College di New York), il professore, che ha anche collaborato con NYT e Guardian, dice al Foglio che la peculiarità del populismo italiano, uscito vittorioso il 4 marzo, è il suo essere bifronte, forse addirittura a tre teste: “A differenza che in altri paesi, in Italia è come se ci fosse il partito populista numero uno, il numero due e il numero tre, tutti diversi tra loro, considerando per alcuni aspetti anche il berlusconismo. La Lega Nord ha una connotazione di destra e una radice protezionistica e anti immigrazione che la rende simile al lepenismo, all’orbanismo, anche in parte al trumpismo. Il Movimento 5 stelle, che si presenta come ‘originale’ nel suo riferimento a un panorama di democrazia diretta telematica, in realtà ha forti elementi di tradizionalismo e verticismo. In questo amalgama destro-sinistrorso, il punto è: può il populismo vivere senza un leader carismatico-messianico, specie nel passaggio a una posizione governativa? Beppe Grillo giocava quel ruolo, ma dopo Grillo? Nel populismo il passaggio elettorale è fondamentale, ma nei Cinque stelle al vertice c’è Davide Casaleggio, un non eletto”. L’illusione democratica fornita dal ricorso quasi compulsivo al “clic”, al social network, è smascherata da quello che Finchelstein chiama “verticalismo di Twitter” (lo dice la stessa parola “follower”, colui che segue) e “rischia di risolversi in pura propaganda, in recipiente passivo: il contrario di un allargamento della democrazia”. Poi ci sono gli elementi comuni ai populismi e ai post-fascismi non soltanto italiani, quelli che Finchelstein ha osservato, scrive nel prologo al suo libro, fin da quando, da bambino, nell’Argentina della dittatura, non si poteva certo passeggiare per strada e parlarne tranquillamente con i propri familiari, come invece il professore ha fatto qualche tempo fa a Dresda, con le sue figlie piccole allarmate e incuriosite per via di una manifestazione neofascista e xenofoba. E tra gli elementi comuni a tutti i populismi, dice il professore, c’è quel “parlare in nome della gente, del popolo visto con un Unico, di una maggioranza che diventa Tutto. E, in nome di una rappresentanza del Tutto, si arriva a rappresentare sempre meno il cosiddetto popolo. Ma che cosa succede quando i populismi arrivano al governo? Quando i proclami da campagna elettorale in nome del benessere del popolo si scontrano con il verticismo di fatto del movimento populista?”.

 

Quando gli Stati Uniti di Donald Trump hanno dovuto rinunciare “alla favola dell’immunità dai populismi”

C’è poi l’elemento che, nel libro di Finchelstein, viene introdotto con una citazione di Jorge Luis Borges sui populismi: abominevoli, sì, ma “abominevole è che promuovano l’idiozia”, l’assenza di pensiero critico. E se è vero che in parte l’ascesa del populismo in un paese dice molto sul grado di rabbia e insoddisfazione di chi non si sente rappresentato, è anche vero che, con un populismo al potere, come notava Borges, la realtà diventa fiction “che non poteva essere creduta” eppure “viene creduta”, leggenda e melodramma. Come si combattono i populismi? Dice Finchelstein: “Con la verità empirica, con un’opera costante di demistificazione del pregiudizio. Anche i populismi, come i fascismi, sono soggetti alle forze della storia. Lo si è già visto”. Tuttavia, al momento, l’ottimismo non si può dispiegare del tutto: “L’eredità dittatoriale” del passato, scrive Finchelstein, “è stata riformulata”, ma è ancora lì, anche se a un bambino, scrive il professore sempre a proposito di sua figlia spaventata dalla manifestazione neofascista, si può intanto dire che la democrazia ha i suoi anticorpi e che sono stati posti limiti e paletti a chi professa ideologie violente, proprio perché il passato non si ripeta, e che è difficile che oggi un populista “osi spostarsi dalla retorica demonizzatrice dell’avversario all’aggressione fisica”, come è avvenuto nella Germania nazista. Ma, scrive Finchelstein, anche la retorica demonizzatrice, alla lunga, mina alla base la democrazia, che non viene “distrutta”, ma continuamente “sfidata” alla sopravvivenza. Forse proprio perché ha vissuto sotto la dittatura militare in Argentina, in una famiglia della middle-class ebrea, dice, Finchelstein ha cominciato molto presto a riflettere “sul potere e il consenso”.

 

L’illusione democratica del clic, il verticalismo di Twitter e quel problema dei 5 stelle con Davide Casaleggio, un “non eletto”

Ora però la scena populista non è più soltanto europea o sudamericana, ma anche statunitense: la vittoria di Donald Trump, scrive, spezza una volta per tutte il sogno-illusione, “la favola dell’eccezionalismo” democratico targato Usa. “C’è un populista alla Casa Bianca, anche se gli americani lo consideravano impossibile. Vivo negli Stati Uniti dal 2001, e spesso mi dicevano: populismo o fascismo mai potranno mai affacciarsi a nord del Rio Grande. Ma specialmente ora che il populismo è al potere negli Stati Uniti, la storia globale del fascismo e del populismo offre chiavi di lettura che dovremmo tenere a mente. Il populismo è stato riformulato in chiave ‘democratica’ dopo la delegittimazione dei fascismi”. Ma la riformulazione affonda nel passato, ed è quella riformulazione avvenuta nel Dopoguerra che “ancora plasma il presente”. Non a caso ancora usiamo “metafore come Weimar e Monaco”. Anche “l’uso che si fa, nella retorica pubblica, del fantasma del fascismo plasma la realtà politica attuale”, scrive il professore. Come se tutto ciò che si presenta sulla scena politica con caratteristiche vagamente destrorse ma anche populiste di sinistra fosse “fascismo”. Ma questo continuo ricorso al termine non aiuta la comprensione di un fenomeno che può essere molto più sfaccettato. Allo stesso modo in cui non aiutava la comprensione del reale l’idea che gli Stati Uniti fossero immuni dai populismi. “E’ una sorta di narcisismo geopolitico”, scrive Finchelstein, “ma non ci sono più scuse”. Per capire, bisogna ripartire dal 1945, quando appunto il populismo è stato “rimodulato”, vista la sconfitta dei fascismi, seguendo la traiettoria “anti illuminista” ma rinunciando a molti elementi dittatoriali e violenti, anche per esigenze legate alla Guerra fredda. “La nascita e la caduta del fascismo hanno influenzato non soltanto chi, come Juan Perón in Argentina, avevano in qualche modo chiuso ai fascisti, ma anche molti populisti di altri paesi americani che non avevano avuto esperienza di fascismi. Per raggiungere il potere, i movimenti populisti, dopo la guerra, hanno rinunciato alle basi dittatoriali, senza però cancellarle del tutto. Hanno occupato il posto del fascismo: terza via tra liberalismo e comunismo”. A differenza che nei fascismi, hanno puntato sul populismo “come scelta democratica”, ma in una “tensione continua” tra democrazia e non-democrazia. E con due varianti: “Populismo reazionario e xenofobo. Oppure, come nelle sue declinazioni progressiste, populismo che si presenta come processo di democratizzazione in una situazione di ineguaglianza, tuttavia minando alla base i diritti o la legittimità delle minoranze politiche a destra e a sinistra”. Il populismo di sinistra, scrive come si diceva Finchelstein, “spesso pretende di rappresentare la sinistra come un tutto”, recentemente scagliandosi contro “le misure di austerity neoliberista” e contro “le soluzioni tecnocratiche”, considerate come viatico all’arricchimento di pochi.

 

Come i populismi hanno “riformulato” la radice fascista, passando per il lavacro elettorale come “parte per il tutto”

“In tutti i casi, il populismo parla in nome del popolo e della democrazia”. Ma si tratta di una democrazia “dai confini molto stretti”, definita dai desiderata dei leader populisti. “Non soltanto i populisti dicono di rappresentare il popolo contro le élite, non soltanto dicono di agire i nome del popolo, ma pensano che il loro leader sia il popolo, e che possa prendere in quanto tale tutte le decisioni. In realtà il leader rappresenta soltanto se stesso e la sua cerchia. Senza un leader carismatico o messianico, il populismo è incompleto”. Ed ecco che si torna al problema: come fanno i Cinque stelle senza Grillo in prima linea, e con un Casaleggio non passato per il lavacro elettorale? Perché per il populismo, dice Finchelstein, è essenziale questo punto, tipico di una sorta di “democrazia totalitaria”: “Raggiungere il potere per via elettorale. Per poi presentarsi non come maggioranza elettorale, ma come intero e ‘vero’ popolo. Invece quel popolo è fiction”. Il processo finale è antidemocratico, “ma per i populisti il nemico della democrazia sono sempre gli altri. Dalla sinistra populista argentina ai populisti di destra francesi e tedeschi, tutti dicono la stessa cosa: difendiamo il popolo dai tiranni e dalla dittatura – in Europa, contro l’Unione europea. Quando è in campagna elettorale, il populismo “agisce come movimento di protesta, enfatizzando i presunti limiti e colpe delle élite. Si offre come antipolitica. Quando si avvicina al governo, non vede più limiti alla propria pretesa di rappresentare la sovranità popolare. Questo si traduce nel desiderio di pieni poteri, anche se, a differenza che nei fascismi, il populismo, che proietta una visione plebiscitaria della democrazia, poi spesso cede i poteri se sconfitto per via elettorale”.

 

La realtà è reinventata in base “a un imperativo morale… vivendo dentro la bolla populista, i leader, il regime e i loro seguaci presentano tutto quello che a loro non piace come una bugia dei media o come una cospirazione interna o esterna contro il popolo, il leader e la nazione”. Il liberalismo e il socialismo sono costretti dai meccanismi interni di partito o dalla base, se sconfitti, “a valutare i propri errori”. Il populismo mantiene la caratteristica del totalitarismo: “Rifiutare la realtà per com’è, estetizzando e spettacolarizzando la politica”. (Ricorda qualcosa?)

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.