foto LaPresse

Siamo ancora in tempo per un Make Europe tech again

David Carretta

L’industria tecnologica dell’Ue era tra le prime al mondo e oggi è in declino, schiacciata tra Stati Uniti e Cina. Errori commessi e soluzioni possibili. Cos’è la terza via europea sull’innovazione. Un’inchiesta

Questo articolo è stato pubblicato nel numero del Foglio innovazione di aprile. Martedì 7 maggio il nuovo appuntamento con il mensile tech del Foglio a cura di Eugenio Cau che potete scaricare qui a partire dalle 23,30 di oggi, lunedì 6 maggio.

 


  

L’Unione europea sta diventando l’inferno per le compagnie innovatrici che determineranno quale sarà la potenza tecnologica dominante del 21esimo secolo? A guardare le classifiche internazionali, il quadro dell’innovazione in Europa appare sconfortante. Nella “top ten” del Global Innovation Survey 2019 del Boston Consulting Group, la prima azienda europea è la tedesca Adidas, che viene dal vecchio mondo e insegue il futuro di Alphabet/Google, Amazon, Apple, Microsoft, Samsung, Netflix, Ibm, Facebook e Tesla. Gli Stati Uniti rimangono dominanti, la Corea del sud è sempre ben presente, mentre le società europee lasciano poco a poco il posto ai colossi emergenti cinesi come Alibaba e Huawei. Nel tech, tra le prime venti c’è soltanto la società tedesca di sofwtare Sap. Secondo l’Economist, tra le 200 prime imprese di internet solo 8 sono europee. Dodici anni di difficoltà economiche e una serie infinita di crisi esistenziali – la crisi politica del fallimento del trattato costituzionale, la crisi finanziaria del 2008, la crisi del debito sovrano del 2010-2012, la crisi della Grexit e dei migranti del 2015, la crisi della Brexit e del populismo che si trascina dal 2016 – hanno distratto l’Ue e i suoi stati membri. Invece di preparare il futuro, si è lavorato sul presente, cercando di aggiustare alla bella e buona gli errori del passato. L’entrata in funzione della Commissione presieduta da JeanClaude Juncker nel 2014 – per molti osservatori – è stata il simbolo di un’Europa incapace di stare al passo. Juncker si è presentato alle elezioni con lo slogan “You don’t have to be a techie to believe in technology” (ancora oggi il presidente della Commissione non usa uno smartphone ma un vecchio Nokia). Il portafoglio del Digitale è stato affidato a Günther Oettinger, il commissario tedesco che non capisce quasi nulla di tecnologia, ma a cui era stato dato il compito di difendere gli interessi dei colossi della vecchia economia della Germania (editori e auto) dalla minaccia americana (Google e Tesla).

 

Le regole europee sono state messe al servizio della “Europa che protegge” ben prima che Emmanuel Macron ne facesse il suo slogan. Protezione dei dati personali online, norme sulla concorrenza, fondi destinati all’innovazione: l’Ue ha dato più che altro l’impressione di essersi trasformata in un’entità protezionista, la cui ragion d’essere è preservare l’economia di ieri. Eppure, proprio dentro alla Commissione Juncker, a poco a poco è emerso un gruppetto di commissari “techie” che sta riuscendo a fare dell’innovazione in Europa la priorità per i prossimi anni. Dalla concorrenza agli aiuti di stato, dal mercato unico dei capitali ai fondi per le ricerche su innovazioni rivoluzionarie, l’Ue sta cercando di mettere in piedi – con qualche difficoltà – un arsenale che le permetta di stare al passo.

 

“Il primo giorno della nuova Commissione, uno dei principali messaggi deve diventare il fatto che la nostra economia e la nostra società si stanno digitalizzando”, spiega al Foglio Innovazione la commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, che è considerata tra i papabili per la successione di Juncker. Vestager, con il suo collega responsabile della Ricerca Carlos Moedas e il vicepresidente Andrus Ansip, è in prima fila per cercare di plasmare le priorità dell’Ue nella prossima legislatura nel senso dell’innovazione. Le inchieste su Google, Qualcomm, Apple, Amazon, Facebook, ma anche nella fusione tra Bayer e Monsanto, hanno immerso Vestager e i suoi funzionari nell’universo dei dati attorno ai quali si gioca tutto il futuro anche europeo in tutti i settori. Sono soprattutto le indagini su Google Shopping, Android e AdSense – a cui se ne stanno aggiungendo altre legate al gruppo Alphabet –che hanno permesso alla zarina dell’Antitrust Ue di sviluppare una dottrina sui dati e i colossi che li detengono. “Vale non solo per i Digital Natives, i Google, e i Facebook, gli Amazon, ma anche per l’agricoltura, i trasporti, la salute, le professioni legali, le amministrazioni”, dice Vestager. “In una società digitale come questa il modo in cui viene creato valore cambia e il modo in cui si innova cambia. I dati diventano un fatto completamente nuovo della vita”. Il ruolo centrale è quello dei “gatekeeper”: chi controlla i dati “decide chi può innovare e chi non può innovare”, spiega Vestager. Inoltre “il modo in cui le imprese sono organizzate cambia e cambiano come sono organizzati i mercati”. Un esempio? “Nella regolamentazione sulle fusioni quello che vediamo sono le acquisizioni killer. Qualcuno inventa qualcosa di molto interessante, che può competere con i tuoi servizi, ma invece di iniziare a innovare in modo che il tuo nuovo concorrente si trovi in difficoltà, lo compri. Poi o lo chiudi o lo metti in soffitta in attesa di usarne la tecnologia quando ne avrai bisogno”, dice Vestager. Secondo l’Economist, Alphabet, Amazon, Apple, Facebook e Microsoft hanno comprato almeno una società a settimana negli ultimi 5 anni. Nelle sue decisioni su fusioni e abuso di posizione dominante, Vestager ha sempre più valutato i rischi per l’innovazione (i dati sono entrati anche nel caso dell’acquisizione SiemensAlstom) per prendere decisioni negative o imporre condizioni. Ma l’armamentario attuale della concorrenza non basta più di fronte alla rapidità dei cambiamenti tecnologici e dell’evoluzione dei mercati.

 

Questa settimana un gruppo di tre esperti scelti da Vestager – il giurista Heike Schweitzer, l’economista Jacques Crémer e l’esperto di big data Yves-Alexandre de Montjoye – pubblicano un rapporto sulle sfide della digitalizzazione per la politica della concorrenza. “Vorrei aprire la strada alla prossima Commissione per agire rapidamente”, spiega Vestagher. I risultati del rapporto dei tre saggi dovrebbero servire da base per le decisioni del prossimo esecutivo Ue. La sfida è “come assicurarci in modo europeo di avere accesso ai dati come risorsa per l’innovazione, perché è una questione cruciale e urgente da risolvere”. In Europa – prosegue la commissaria – non si può fare “per intervento statale come in Cina o lasciando al mercato come negli Stati Uniti”.

 

“L’ambizione è di trovare un modo europeo per farlo, rispettando la privacy delle persone e permettendo al contempo lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, delle automobili autonome sicure e di un ecosistema innovativo che permetta che la digitalizzazione della nostra economia avvenga in modo competitivo”. Secondo Vestager “c’è spazio per un’Europa molto più fiduciosa. Penso che i cinesi siano bravi a essere cinesi. Gli americani sono molto bravi a essere americani. Per noi la scelta è di essere bravi a fare gli europei”, dice Vestager. “Abbiamo un’eredità molto forte, siamo andati molto lontano e a volte ci dimentichiamo di ciò che abbiamo realizzato perché abbiamo una lunga lista di cose ancora da fare e problemi da risolvere”. Vestager porta l’esempio dell’intelligenza artificiale. “Alcuni dicono che gli europei non possano farla perché non la fanno come in Cina. Ma se la facessimo come in Cina, avremmo i risultati cinesi. E’ questo che vogliamo?”. Per Vestager, l’AI europea deve “rispettare ciò che è l’Europa”, anche perché “se la gente non ha fiducia nell’AI e quello che può fare e come è sviluppata ci sarà un’enorme reazione negativa”. Sull’AI, a dicembre, il vicepresidente della Commissione, Andrus Ansip, ha presentato un piano che prevede più coordinamento tra le strategie nazionali e almeno 20 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati nella ricerca e nell’innovazione entro la fine del 2020 e oltre 20 miliardi l’anno nel decennio successivo.

 

Il problema della “European way” è che spesso è fatta di regolamentazione, normative, burocrazia e dunque freni agli investimenti e all’innovazione. Arun Bansal è il vicepresidente senior di Ericsson, uno degli ultimi giganti europei in campo tecnologico, ed è il capo delle operazioni in Europa e in America Latina. Ericsson, che un tempo era famoso per produrre telefonini, è oggi uno dei quattro giganti mondiali nell’ambito delle infrastrutture della telecomunicazione, assieme all’europea Nokia e alle cinesi Huawei e Zte. Poche altre aziende europee hanno superato la crisi dell’industria continentale e hanno fatto un rilancio come quello di Ericsson, che oggi se la gioca ad armi pari con i campioni nazionali cinesi nella tecnologia strategica del 5G. Ma quanto gli si chiede di Europa, e più ancora di Unione europea, Bansal si mostra preoccupato. “Temo che nei prossimi cinque o dieci anni l’Europa rimarrà indietro nel campo della tecnologia se le policy non saranno all’altezza del dinamismo delle sue aziende”, dice Bansal al Foglio Innovazione. “Nel 5G, per esempio, l’Asia è molto avanti, i paesi asiatici considerano il 5G come un’infrastruttura strategica critica per la digitalizzazione del paese, gli Stati Uniti fanno lo stesso, ma l’Europa sta ancora dibattendo su regole e finanziamenti. L’Europa rischia di rimanere indietro, e non per la tecnologia, ma per un contesto regolatorio che penalizza le aziende innovative”. Bansal sostiene che ci sono molti vantaggi a essere un’azienda europea: “Abbiamo un’enorme eredità e tutti i partner ci considerano affidabili e degni di fiducia. E venire da un mercato molto piccolo come quello svedese ci costringe a essere internazionali”. Eppure il fatto che il mercato innovativo europeo sia piuttosto asfittico, sostiene Bansal, è il principale problema. Questo e il fatto che “i governi non sostengono abbastanza le aziende tecnologiche, come invece succede in Cina e negli Stati Uniti”. “Ericsson starebbe meglio, l’industria starebbe meglio, i consumatori starebbero meglio se l’Unione europea avesse lo stesso contesto regolatorio favorevole agli investitori che c’è in America e in Cina, anziché un labirinto di regole che crea incertezza: nessuno vuole investire nell’ecosistema europeo se c’è incertezza”. Bansal pensa alla sua industria e cita la questione delle licenze sulle frequenze: “Negli Stati Uniti sono concesse a vita, in Europa per 10 o 15 anni, e questo genera enormi incertezze e costi elevati che costringono gli operatori a limitare gli investimenti nelle infrastrutture. L’Europa è indietro in infrastrutture, non in tecnologia”. Poi c’è la frammentazione: il mercato tecnologico europeo è più piccolo di quello cinese e americano, ma infinitamente più frammentato. In Cina, India e Stati Uniti ci sono tre, massimo quattro operatori telefonici, dice. In Europa sono quasi 150, con una popolazione che è una frazione di quella cinese o indiana. Meglio perseguire una politica di “campioni europei” in ambito tecnologico? “Noi siamo a favore della piena competizione e vogliamo battere la concorrenza per i nostri meriti. Quello che ci aspettiamo dall’Europa sono regole migliori”, dice Bansal.

 

Sulle regole, Vestager è convinta che servano a mettere in opera scelte strategiche su cosa vuole l’Europa. I padri fondatori avevano fatto il mercato interno contro i “monopoli” e per “servire i cittadini”. Ma la commissaria rischia di sottovalutare le resistenze culturali e politiche. Gli europei, contrariamente agli americani, sono avversi al rischio. Molti dei loro leader resistono al cambiamento. Lo ha vissuto sulla sua pelle il collega di Vestager responsabile della Ricerca, Carlos Moedas. L’Ue gestisce uno dei programmi di ricerca più ricchi al mondo (Horizon 2020 ha una dotazione di 80 miliardi in sette anni). Ma ci sono “molte storie di innovatori che vengono da noi e non ottengono fondi”, ha spiegato Moedas in una conversazione con il Financial Times. I soldi finiscono soprattutto a chi si occupa di tematiche tradizionali, come l’agricoltura e l’energia. Ma se c’è una società che propone un progetto misto troppo originale rimane a mani vuote. “Eravamo troppo topdown. I bandi erano troppo stretti. Eravamo fondamentalmente rigidi (…) e così c’erano molte persone che dicevano ‘non fa per me’”, ha detto Moedas. Ilcommissario ha così lanciato l’European Innovation Council per finanziare speditamente e senza burocrazie le startup rivoluzionarie con 2 miliardi fino al 2020 con progetti pilota, poi 10 miliardi fino al 2027. L’idea è del presidente francese, Emmanuel Macron, per fare come la Darpa americana. Alcuni settori come il fotovoltaico sono stati lasciati “morire in Europa”, ma “non dobbiamo essere fatalisti su batterie, biotecnologie, aeronautica, ferroviario. Non è una battaglia finita e persa”, spiegano al Foglio fonti dell’Eliseo. Nell’Ue la nuova generazione di leader politici si è rimessa a pensare al futuro. Sempre che una nuova crisi non li distragga ancora.