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I robot non ci ruberanno il lavoro

Una percezione diffusa che non trova fondamento nella realtà. In passato la tecnologia ha creato più occupazione di quanta ne abbia distrutta. Il fattore umano come valvola di sicurezza

6 Maggio 2019 alle 09:58

I robot non ci ruberanno il lavoro

Foto LaPresse

La mente di Edmund Cooper aveva già previsto tutto. Lo scrittore inglese nel 1975 scrisse il romanzo “The Cloud Walker”, immaginando un mondo dispotico in cui i luddisti hanno sconfitto la rivoluzione industriale e portato l’umanità in un secondo Medioevo, governato da una teocrazia che reprime ogni innovazione tecnologica.

 

Al lupo, al lupo!

Con le dovute differenze, i discepoli di Ned Ludd - che agli inizi dell’800 fu il rappresentante del movimento di protesta contro le macchine introdotte nella produzione tessile in Inghilterra – ci stanno avvertendo dei pericoli dell’automazione e della rivoluzione tecnologica e informativa. In realtà lo fanno da decenni, ciclicamente. La rivista tedesca Der Spiegel in 50 anni ha dedicato almeno tre copertine del proprio settimanale alla cosiddetta disoccupazione tecnologica, ovvero la perdita di posti di lavoro dovuta all’automazione dei processi economici: la prima nel 1964, poi nel 1978 e infine nel 2016. Gli effetti di questi continui allarmi sono sotto gli occhi di tutti. Secondo una ricerca di Eurobarometro del 2017 il 72 per cento degli europei crede che i robot rubino il lavoro delle persone, e circa la stessa percentuale è convinta che i posti creati siano meno di quelli distrutti. Questa percezione, che non trova fondamento nella realtà, è facilmente spiegabile anche attraverso il funzionamento del cervello umano: tendiamo infatti ad attribuire più importanza (e quindi ricordare di più) gli eventi negativi e scioccanti, come la perdita di un lavoro sostituito da una macchina, rispetto alle notizie positive, come la proroga del proprio contratto.

 

Cosa è successo fino a oggi

Eppure dall’inizio del secolo scorso le tecnologie hanno compiuto passi da gigante ma i fatti parlano chiaro: la disoccupazione tecnologica non si è vista. Nel Novecento il tasso di occupazione è aumentato tanto da poter permettere l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro. Un risultato raggiunto nonostante i rivoluzionari cambiamenti che sono avvenuti nel frattempo: l’agricoltura è passata nei paesi sviluppati da occupare una percentuale a due cifre del mercato del lavoro a meno del 3 per cento, in particolare grazie all’introduzione di macchinari. Un altro settore che ha subito enormi trasformazioni è quello della manifattura, che – per la robotizzazione delle linee produttive, ma anche per le delocalizzazioni – è passata negli Stati Uniti dall’impiegare circa un terzo di tutti i lavoratori a offrire un’occupazione a 1 su 10. E più di recente, anche i servizi sono stati travolti dall’enorme aumento di produttività dovuta al digitale. Non torneranno più gli addetti ferroviari dei passaggi a livello, i lampionari, le centraliniste, gli addetti ai birilli del bowling. Eppure, i tassi di occupazione dei paesi occidentali non si sono ridotti, lavorano sempre più persone, in alcuni casi anche rispetto all’inizio della grande crisi del 2007. L’aumento medio è stato di quasi il 5 per cento dal 1990, e anche l’Italia (per quanto bassa in classifica) ha visto l’occupazione aumentare di circa 6-7 punti negli ultimi 30 anni. L’unico caso significativo di decremento è stato quello degli Stati Uniti.

  

Dal 1999 al 2010, 1,64 milioni di posti di lavoro sarebbero stati sostituiti
da un macchinario o un algoritmo, ma in quegli stessi settori colpiti
dalla sostituzione si sono creati altri 1,4 milioni di posti per via dell’aumento della produttività, e più di 2 milioni ulteriori in altri settori  

 

La più recente ricerca sul tema, degli economisti Gregory, Salomons e Zierahn, osserva più nel dettaglio i movimenti del mercato del lavoro in Europa, avvenuti tra il 1999 e il 2010, per capire se fino a oggi l’uomo ha gareggiato fianco a fianco, o contro le macchine. Da allora secondo lo studio 1,64 milioni di posti di lavoro sarebbero stati sostituiti da un macchinario o un algoritmo, ma allo stesso tempo in quegli stessi settori colpiti dalla sostituzione si sono creati altri 1,4 milioni di posti di lavoro per via dell’aumento della produttività, e più di 2 milioni ulteriori in altri settori, sempre grazie alla tecnologia. L’effetto netto quindi, per i ricercatori, è stato un aumento di 1,8 milioni di posti di lavoro in Europa: una crescita che però pone un problema per la sua distribuzione, poiché la maggior parte dei nuovi lavori non viene occupato da chi lo ha perso.

 

Un fenomeno accaduto a causa dei tassi di creazione dei nuovi lavori, che sono stati più rapidi rispetto alla distruzione di quelli sostituiti dalla tecnologia. È notizia di questi giorni che Amazon non riuscirà a rendere completamente automatizzati i propri magazzini prima di 10 anni. Un arco di tempo durante il quale potranno essere aperti nuovi mercati e richieste nuove professionalità. Proprio l’innovazione ha contribuito alla nascita delle moderne occupazioni, riducendo i costi di produzione e aumentando allo stesso tempo la qualità dei prodotti, e dunque provocando un aumento della produttività. La ragione della mancata sostituzione tra robot e algoritmi e lavoratori umani si spiega con la stessa ragione per cui mandando in pensione in anticipo occupati anziani non è detto che entrino nel mercato del lavoro nuovi giovani. Il numero di posti di lavoro non è fisso nel tempo, ma è influenzato in modo significativo da variabili come la produttività, la domanda e l’innovazione.

 


 

Fonte: “Racing with or against the machine? Evidence from Europe”, di T. Gregory, A. Salomons, U. Zierahn
(Iza Institute of Labor Economics) 


 

Cosa potrebbe accadere in futuro

È anche vero tuttavia che l’esperienza del passato non è detto si ripeterà in futuro. Se in passato la tecnologia ha creato più posti di lavoro di quanti ne ha distrutti, incrementando il benessere dei lavoratori, non è detto che così avvenga anche per il futuro. D’altronde non tutte le occupazioni sembrano essere compatibili con la tecnologia: secondo alcuni studiosi, la vera sfida sta nel controbilanciare la perdita di posti di lavoro favorendo l’aumento della produttività e la nascita di nuovi settori e mercati. Negli ultimi anni le parole di allarme si sono fatte sempre più assordanti. Parole che arrivano, per giunta, da fonti che consideriamo autorevoli: per primi sono stati due ricercatori dell’università di Oxford nel 2013 a prevedere che quasi la metà dei lavoratori americani fossero ad alto rischio automazione e digitalizzazione entro i prossimi 20 anni. A seguire è stata la società di consulenza McKinsey a prevedere nel 2017 che – globalmente – il 49 per cento dei lavori attualmente svolti da persone fisiche nel mondo potranno essere automatizzati. Dati da vero e proprio Armageddon, o meglio robocalypse now. Questi numeri però, almeno, sono corroborati da ricerche, più o meno discutibili. Negli anni c’è stato anche chi, per ragioni di marketing, ha soffiato sulla paura della scomparsa del lavoro umano: parliamo, un esempio a caso, della Casaleggio&Associati che a gennaio 2019 ha lanciato un video secondo il quale nel 2054 dedicheremo solo l’1 per cento del tempo a lavorare. Fonti? Non pervenute.

 

A fare chiarezza sul tema è, da alcuni giorni, il nuovo report dell’Ocse sul futuro del lavoro. In questo caso i ricercatori, tra cui anche l’italiano Andrea Garnero, hanno analizzato la possibilità di automazione delle mansioni richieste da ogni lavoro, e non delle occupazioni in sé. Il risultato è più rassicurante rispetto alle stime fino ad ora circolate: nei paesi Ocse sarebbero il 14 per cento i lavori a rischio automazione, e oltre un terzo quelli le cui mansioni cambierebbero considerevolmente per la stessa ragione. A livello italiano la stima è simile per i lavori a rischio, mentre è maggiore rispetto alla media Ocse quella sulle professioni che verranno rivoluzionate dalla tecnologia (più del 50 per cento). Inoltre gli economisti dell’istituto parigino sottolineano che rientrare tra i lavori in via di estinzione non implica che effettivamente i lavoratori verranno sostituiti. Farlo potrebbe non essere economicamente vantaggioso, oppure potrebbe essere illegale o sollevare dubbi etici. Ma c’è di più: il mercato potrebbe non accettare l’automazione di alcuni servizi per cui i clienti ritengono importante il fattore umano. Ci fideremmo di un algoritmo al posto del pediatra di nostro figlio? Oppure ci faremmo servire al tavolo di un ristorante da un braccio meccanico al posto di un simpatico cameriere? Probabilmente no. Sono gli stessi europei che, rispondendo al sondaggio di Eurobarometro, si dicono ben poco convinti ad affidare a un robot la cura degli anziani e i malati, o a essere guidati da un’automobile senza guidatore.

  

L’obsolescenza del lavoro umano non è il primo problema che ci dovrebbe preoccupare. I rapporti di lavoro stanno diventando sempre più brevi,
la polarizzazione delle possibilità di lavoro tra chi è molto qualificato
e chi lo è meno si acuisce

 

La contronarrazione

In realtà l’obsolescenza del lavoro umano non è il primo problema che ci dovrebbe preoccupare. Il mercato del lavoro del futuro, come spiega la ricerca dell’Ocse, porrà difficili sfide da risolvere. I rapporti di lavoro stanno diventando sempre più brevi, coloro che hanno un impiego ma vorrebbero lavorare di più (i cosiddetti sotto-occupati) stanno crescendo di numero e la polarizzazione delle possibilità di lavoro tra chi è molto qualificato e chi lo è meno si acuisce, favorendo la crescita degli impieghi ai due estremi – supercompetenti o routinari – e abbattendo quelli nel mezzo, ad esempio la manifattura, che possono essere delocalizzati o sostituiti dalle macchine. E non solo: oggi l’Ocse stima che 6 lavoratori su 10 non possano offrire competenze digitali di base, e che entro il 2050 gli over-65 avranno superato la metà della popolazione in età da lavoro.

 

Le più recenti ricerche ridimensionano l’ipotesi della fine del lavoro, almeno per ora, e pongono invece l’accento sulla necessità di investire in istruzione e formazione per tutti, anche per gli adulti, e su forme di protezione di welfare adatte a salvaguardare chi perderà il lavoro a favore di un robot o di un algoritmo e non riuscirà a trovarne un altro.

 

La tecnologia è il prodotto dello sviluppo dell’uomo, della sua voglia di crescere e migliorare il proprio benessere, del suo coraggio e sfrontatezza nei confronti delle regole del presente. Anche nel mondo distopico di Cooper, da cui siamo partiti, il protagonista è un giovane ragazzo – Kieron – che ha un sogno: costruire una macchina in grado di far volare l’uomo come un uccello. La fine del lavoro può attendere.

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    06 Maggio 2019 - 18:06

    Buon articolo che ripete le cose sempre dette su questo argomento da chi invita a non preoccuparsi. Ma, se un pediatra fosse invece di un medico la semplice interfaccia tra i genitori e il pargoletto e un'intelligenza artificiale? Con un minimo di competenze mediche e molta empatia? Anche questo sarebbe la fine del lavoro del pediatra, o no? Gurdi che siamo già su questa strada: la iperproduzione di esami strumentali ne è la premessa e la conseguenza.

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    • verypeoplista

      verypeoplista

      06 Maggio 2019 - 20:08

      A londra lo Stato ha iniziato attraverso una applet ( A I ) di una azienda privata, l'interfacciamento on line medico-paziente e attraverso una serie di domande e risposte il "sistema" permette di rilevare , oltre alle "deficienze" di risposte da parte del paziente la loro correzione che aiuta il medico a trarre la diagnosi (puoi risalire al video sul podcast di LA7 di ieri domenica "Omnibus") . Come ho già postato questa interazione di AI era stata fatta nei "70 da Harward con Mycin . Ancora, in Liguria da pochi giorni in un ristorante buono i clienti vengono serviti da 2 robottine (cinesi).

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