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I robot non rubano il lavoro

La paura diffusa secondo cui l’automazione porterà a una disoccupazione di massa non trova corrispondenza nella realtà. Si profila però, soprattutto nel breve periodo, un problema di competenze

5 Novembre 2018 alle 13:08

I robot non rubano il lavoro

Il salone della tecnologia VivaTech 2018 a Parigi (foto LaPresse)

Pachidermi&Pappagalli è la rubrica dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano diretto da Carlo Cottarelli. La rubrica, curata da Tortuga, primo think tank italiano di studenti di economia e giovani professionisti, cerca di smitizzare alcuni luoghi comuni sull’economia italiana che non trovano fondamento nella realtà, spiegandone la natura e analizzandone il contenuto in modo analitico e critico. Tortuga scrive articoli su temi di economia, politica e riforme, e offre alle istituzioni un supporto professionale alle loro attività di ricerca o policy-making.

 


 

Da vari anni si diffondono ipotesi preoccupanti sulla disoccupazione di massa che sarebbe creata dallo sviluppo delle tecnologie informatiche e dall’intelligenza artificiale: la tesi è che i robot sarebbero sempre più capaci di rimpiazzare il lavoro umano. In questa nota argomentiamo che queste ipotesi ignorano i meccanismi del mercato e, almeno sino a oggi, non trovano corrispondenza nei dati. La rivoluzione tecnologica comporta però dei cambiamenti radicali e, nel breve periodo, produce vincitori e vinti. Occorre quindi chiedersi cosa debbano fare i governi e le agenzie pubbliche per mitigare le conseguenze del cambiamento ed evitare che esso sia vissuto come una grande paura.

 

Una nuova èra

L’automazione fa ormai parte della nostra vita quotidiana: basti pensare alle casse automatiche al supermercato, alle stampanti 3D o ai siti per le prenotazioni aeree. Siamo circondati da esempi in cui le macchine riescono a sostituire il lavoro umano.

 

Il fenomeno dell’innovazione che genera disoccupazione non è argomento nuovo: ne parlò per la prima volta negli anni trenta J. M. Keynes che coniò l’espressione “disoccupazione tecnologica”, descrivendola come una fase di difficoltà di adattamento temporanea, ma necessaria per il progresso. Solo di recente però, con l’intensificarsi dell’automazione, si sono diffuse stime allarmanti sul possibile impatto di tali cambiamenti sul mercato del lavoro; alcuni arrivano a prevedere una perdita del 47 per cento dei posti di lavoro.

 

Per quanto riguarda l’Italia si stima che in un solo anno, il 2017, siano cresciute del 30 per cento le imprese che hanno adottato sistemi produttivi che rientrano nella definizione di Industria 4.0, un cambiamento tanto radicale da meritare la qualifica di “quarta rivoluzione industriale”. Il ministero per lo Sviluppo economico ha da qualche anno posto in essere una serie di incentivi per incoraggiare le aziende a investire sull’automazione e l’integrazione digitale dei propri processi produttivi. Questa rivoluzione tecnologica porta con sé la paura di una disoccupazione di massa, che è fortemente sentita da molte categorie di lavoratori – soprattutto in quelle a più bassa qualificazione. Secondo un recente sondaggio, oltre il 55 percento degli operai percepisce i robot come una forza capace di distruggere più lavoro di quanto ne crei, mentre questa paura è condivisa solo dal 25 percento degli studenti universitari.

 

Che cosa dicono i dati

Una semplice analisi dei dati ci dice che non vi è correlazione fra il tasso di automazione e la disoccupazione tra paesi diversi. Il grafico pone a confronto la “densità di robot’” (misurata come il numero di robot industriali ogni 10.000 dipendenti) tra sei paesi fortemente industrializzati e il corrispondente tasso di disoccupazione. Come si vede, la relazione fra le due variabili è molto debole. Ad esempio, l’Italia è il paese con il più alto tasso di disoccupazione e ha uno dei tassi più bassi di “densità di robot”. Al contrario, i paesi con i più alti tassi di densità dei robot, rispettivamente Corea del Sud, Germania, e Giappone, sono anche quelli che hanno i tassi di disoccupazione più bassi. In questi paesi infatti, la disoccupazione non supera mai il 4 percento. Ovviamente questi dati richiedono molte qualificazioni, ma sono sufficienti per mettere in dubbio l’idea semplicistica che un alto tasso di automazione porti quasi inevitabilmente ad una disoccupazione elevata.

 

 

Tasso di disoccupazione e densità di robot per singolo paese (fonti: Bloomberg e International Federation of Robotics elaborati da FinanciaLounge)


 

Per approfondire il ragionamento, bisogna innanzitutto partire dalla differenza tra posti di lavoro distrutti e tipologie di lavoro distrutte. E’ bene notare che una non implica l’altra: è possibile che nonostante alcuni tipi di occupazioni scompaiano, il livello generale dell’occupazione rimanga invariato. Questo è possibile semplicemente se nascono nuove occupazioni oppure se le rimanenti sono più richieste di prima. Questa è la ragione per cui fino a oggi, il progresso tecnologico non ha creato disoccupazione di massa: la tecnologia, oltre a rendere necessarie nuove figure professionali, tende ad aumentare la produttività, stimolare l’economia e creare nuovi posti di lavoro nei settori in espansione che beneficiano delle innovazioni. D’altra parte, alcuni tipi di occupazione sono necessariamente destinati a scomparire come argomenta ad esempio J. Rifkin nel suo classico studio sulla fine del lavoro. Ciò genera situazioni di disagio sul breve periodo per alcune fasce di lavoratori, in particolare per quelle più anziane che difficilmente possono essere formate e adattate alla nuova struttura del mercato del lavoro.

 

Per capire meglio chi vince e chi perde dall’automazione nel breve periodo bisogna quindi guardare ai concetti di complementarietà e di sostituzione. Esistono infatti due meccanismi che si contrappongono: l’effetto di sostituzione e l’effetto di complementarietà. Il primo è l’effetto più comunemente citato, cioè la capacità di certe macchine, robot o persino software di sostituirsi alle persone per certe mansioni. Gli esempi classici sono il dipendente allo sportello bancario che viene sostituito dall’internet banking o l’operaio nella catena di montaggio rimpiazzato da una macchina utensile.

 

Tuttavia, non è detto che tali cambiamenti portino complessivamente a un aumento della disoccupazione. Infatti, l’avanzamento tecnologico ha anche un effetto di complementarietà sull’occupazione. Questo meccanismo si basa sulle nuove mansioni che accompagnano l’innovazione, creando nuovi posti di lavoro e contrastando l’effetto di sostituzione. Riprendendo gli esempi precedenti, si può pensare a una serie di lavori complementari alla digitalizzazione delle banche, dai programmatori del sito web agli addetti alla manutenzione dei server. Lo stesso discorso vale per i robot in fabbrica, che richiedono comunque processi di pianificazione, produzione, e manutenzione che debbono essere eseguiti da nuove figure professionali.

 

Occorre quindi fare un bilanciamento e vedere quale effetto è preponderante. Bisogna inoltre tener conto che la diffusione di tecnologie di automazione comporta sicuramente, e questo è il fulcro dell’effetto di complementarietà, un cambiamento della natura delle mansioni. Goos e altri mostrano che in Italia, come in altre economie sviluppate, negli anni dal 1993 al 2010, caratterizzati da un notevole aumento della digitalizzazione, vi è stata una forte diminuzione della fascia media di lavoro, compensata da un aumento sia nella fascia bassa che nella fascia alta. Questo è il fenomeno della polarizzazione del mercato del lavoro. Si può quindi ipotizzare che l’effetto di sostituzione si sia concentrato nella fascia media mentre i lavori generati per complementarietà siano collocati ai due estremi della distribuzione dei redditi.

 

Secondo l’economista Autor, i lavori mediamente retribuiti sono quelli che soffrono il cambiamento tecnologico essendo spesso composti da mansioni di “routine”, e quindi fortemente esposti a un processo di automazione. Questi lavori possono comprendere macchinisti, assemblatori, operatori d’impianto e impiegati d’ufficio. Queste tipologie di lavoro sono dunque a rischio in un contesto di innovazione.

 

Lo stesso Autor, però, conclude che nel lungo periodo questi processi di innovazione tecnologica hanno sempre aumentato la domanda complessiva di lavoro. Infatti, allo stesso tempo si registra un aumento proporzionale di lavoro nella fascia di bassa retribuzione che è composta principalmente da attività manuali che però spesso richiedono interazioni interpersonali, conoscenza della lingua e adattabilità situazionale. Questi lavori comprendono, ad esempio, servizi di pulizia, servizio clienti, servizi di sicurezza e protezione e settore della ristorazione. Un aumento si osserva anche nella fascia alta delle retribuzioni che invece richiede lavoratori altamente qualificati con spiccate capacità di ragionamento e comunicazione, quali dirigenti, ingegneri e altri professionisti.

 

 

L’effetto finale quindi dipende dal bilanciamento fra effetti di sostituzione e di complementarietà. Nel rapporto “Future of Jobs” esposto al World Economic Forum nel 2016 si stima che negli ultimi cinque anni in Italia ci sia stato un sostanziale pareggio tra posti di lavoro creati e persi nel processo di automazione (intorno ai 200.000). Questo rapporto suggerisce quindi che in Italia sino a oggi il cambiamento tecnologico è stato neutrale dal punto di vista dell’effetto sull’occupazione totale. Il problema è che la maggior parte dei nuovi lavori non viene occupato da chi lo ha perso. Infatti, la vera trappola dell’avanzamento tecnologico consiste nel fatto che spesso chi perde il lavoro si trova senza le competenze giuste per sfruttare la creazione di nuovi lavori complementari all’innovazione. Si crea quindi una situazione in cui ci sono vincitori e vinti, e lo stesso rapporto WEF sottolinea l’importanza di politiche attive per contrastare gli effetti negativi cui si assiste sul breve termine e assicurare che i benefici del progresso tecnologico siano condivisi da tutti.

 

Tecnologia e salari

L’effetto dell’automazione sul lavoro non si ferma solo all’occupazione, ma crea rischi anche per quanto riguarda i salari dei lavoratori. Data la polarizzazione interna al mercato del lavoro per i diversi gradi di specializzazione, infatti, ci si aspetterebbe che a ciò seguisse una polarizzazione anche nella distribuzione dei salari, sempre secondo uno schema favorevole a lavoratori dotati di alta e bassa formazione e sfavorevole a quelli che hanno una formazione di livello intermedio. Tuttavia, stando a quanto rilevato già da David Autor nel 2015, questo non si verifica. Al contrario, i salari dei lavoratori altamente e mediamente qualificati crescono, seguendo una dinamica simile, mentre quelli dei lavoratori a bassa qualificazione sono stabili e talvolta diminuiscono. Secondo Autor, la dinamica salariale si distingue in modo così accentuato rispetto a quella dell’occupazione per diversi motivi. In particolare, le due motivazioni più accreditate dall’economista statunitense sono il livello di complementarietà del lavoro umano rispetto ai robot e l’elasticità della domanda rispetto ai cambiamenti nei prezzi.

  


Le politiche pubbliche hanno un ruolo specialmente nelle fasi di transizione, per attenuare il disagio sociale dei lavoratori sostituiti dalle macchine. Si devono incentivare le politiche attive e l’apprendimento permanente per rendere il mercato del lavoro più ricettivo rispetto alle nuove sfide dell’innovazione tecnologica


 

Per quanto riguarda la complementarietà, sono solo i lavoratori altamente qualificati a trarre giovamento da un reale aumento della propria produttività grazie all’introduzione di tecnologie che ne facilitano il lavoro, coadiuvandoli ad esempio nei processi di elaborazione di informazioni. Al contrario, i lavoratori con bassa qualificazione sono coinvolti in attività più semplici in cui l’aiuto proveniente dall’automazione migliora solo marginalmente la produttività. Questo è ciò che viene definito in letteratura con il termine anglosassone “Skill-biased technical change”, ovvero sviluppo tecnologico a favore del lavoro qualificato. Come argomentato da Giovanni Violante dell’Università di Princeton, questo fenomeno consiste, appunto, in variazioni della tecnologia dei sistemi produttivi che favoriscono il lavoro qualificato rispetto a quello non qualificato attraverso un aumento di produttività per la prima categoria.

 

I lavoratori ad alta qualificazione, dunque, hanno potuto beneficiare di un aumento della domanda per il proprio lavoro, data la riduzione dei costi per unità di prodotto dovuta all’introduzione di nuove tecnologie. Per i lavoratori a bassa qualificazione, invece, si è assistito a un modesto incremento della domanda che è stato accompagnato da una diminuzione nei prezzi dei beni prodotti da questi lavoratori e ciò proprio a causa dell’introduzione dei robot. L’effetto netto di una maggiore domanda e di prezzi calanti dei prodotti è stata la sostanziale stagnazione dei salari per questa tipologia di occupati.

 

Un’elaborazione dei dati Eurostat da parte di Tortuga sembra confermare queste tendenze per l’Europa a 28, smentendo empiricamente l’ipotesi di una possibile polarizzazione dei salari: non si assiste a un aumento dei salari agli estremi della distribuzione delle abilità lavorative e a una diminuzione dei salari per la classe di lavoratori a media qualificazione, bensì a un rialzo nei salari dei lavoratori altamente e mediamente qualificati e a una stagnazione in quelli dei lavoratori meno qualificati. Questo in contrasto, dunque, con il tipo di polarizzazione spiegato in precedenza nell’ambito dell’occupazione.

 

Idee e applicazioni in tema di policy

Se dunque sul lungo periodo sono quantomeno plausibili aggiustamenti del mercato del lavoro, sul breve e medio termine anche i più fermi difensori del libero mercato riconoscono che le politiche pubbliche possano e debbano ritagliarsi un ruolo. In passato politiche di redistribuzione, in particolare attraverso il sistema fiscale, e misure di reddito di base sono state proposte dal dibattito pubblico. Entrambe però hanno implicazioni ben note: in particolare la seconda richiede risorse pubbliche ingenti e rappresenta un forte incentivo a ricorrere al mercato del “lavoro nero”.

 

Le riflessioni più promettenti riguardano invece le politiche attive sul mercato del lavoro e il cosiddetto lifelong learning.

 

Le politiche attive consistono in programmi pubblici, attuabili anche attraverso agenzie private o gestite dalle parti sociali, volti ad aiutare i perdenti del mercato del lavoro: disoccupati, lavoratori a rischio disoccupazione, e così via. Esempio di queste misure sono le agenzie per la riqualificazione e il ricollocamento dei lavoratori e gli incentivi economici per i datori di lavoro affinché assumano alcune categorie di disoccupati e offrano programmi di formazione per occupati che necessitano di un ulteriore grado di specializzazione.

 

L’altro strumento di policy consiste nell’incentivare l’apprendimento permanente – lifelong learning – al fine di rendere più facile il passaggio verso mercati del lavoro innovativi e radicalmente diversi, facilitando la formazione continua degli occupati, sia da parte dei datori di lavoro sia da parte di agenzie pubbliche. I primi, creando percorsi di aggiornamento continuo per i propri dipendenti, i secondi, facilitando e incentivando l’inizio di questi stessi percorsi e sponsorizzandone altri in parallelo.

 

Conclusioni

La paura diffusa secondo cui l’automazione porterà a una disoccupazione strutturale di massa non trova corrispondenza nella realtà. In particolare in Italia, i cambiamenti tecnologici hanno avuto effetti sostanzialmente nulli sull’occupazione complessiva, il che suggerisce che vi sia stato un sostanziale pareggio fra distruzione di vecchi lavori e creazione di nuovi, ossia fra lavori sostituiti dalle macchine e lavori ad esse complementari. L’automazione tuttavia, soprattutto nel breve periodo, è in grado di sostituire certe mansioni e rischia di lasciare molti lavoratori senza le competenze necessarie per il nuovo mercato del lavoro, creando “vinti” e “vincitori”. Questa situazione si riflette sia nell’occupazione, dove i vinti non necessariamente beneficiano dei nuovi lavori creati, sia nella remunerazione, seppur in minor misura. Le politiche pubbliche hanno un ruolo specialmente nelle fasi di transizione per attenuare il disagio sociale dei lavoratori che vengono sostituiti dalle macchine. Inoltre, si devono incentivare le politiche attive e l’apprendimento permanente per rendere il mercato del lavoro più ricettivo rispetto alle nuove sfide dell’innovazione tecnologica.

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Commenti all'articolo

  • verypeoplista

    verypeoplista

    05 Novembre 2018 - 19:07

    Tortuga, tradurre SBTC (skill- biased technological change) con " sviluppo tecnologico a favore del lavoro qualificato" mi sembra, un tantino " briatoresco" visto il tema che trattate nell'articolo e , sopratutto non coglie l'essenza del SBTC che come vedremo è una teoria che necessita ancora di supporti a conforto ( John

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  • manfredik

    05 Novembre 2018 - 18:06

    In 40 anni di esperienza industriale ho visto tanti robot sostituire saldatori; ma mai un buon vecchio saldatore trasformarsi per magia in un ingegnere meccatronico. Peraltro il tasso di sostituzione non è mai 1:1. Ma sono d'accordo con gli economisti: nel lungo periodo e nel mondo l'automazione non diminuisce i posti di lavoro. Nel breve periodo e in una certa città invece il vecchio saldatore "esuberante" ha poco da consolarsi perchè suo figlio trova un posto a part-time a fare tramezzini per i nerd dell'IT che si sono installati nella vecchia area industriale dismessa. Se parliamo di persone reali, il conflitto sociale sorge perchè tutto ciò che uno sa fare per guadagnarsi da vivere, da un momento all'altro non serve più a niente. Con le implicazioni che ne conseguono in termini personali e sociali. E di fronte a questi sentimenti, le statistiche, giuste, servono a poco. L'automazione fa paura, da almeno 2 secoli, anche se il luddismo non è la soluzione.

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  • Skybolt

    05 Novembre 2018 - 13:01

    Niente di nuovo, cari Tortuga. Mancano tre osservazioni: il lifelong learning funziona solo all'interno di un sistema che ne garantisca gli effetti, ossia l'effettiva possibilità di cambiare lavoro; le tempistiche, che nei precedenti casi sono state pari a decenni: è in grado una democrazia di reggere?; ultimo: che effetto ha tutto questo sul reddito procapite? Il fatto che il totale dei redditi non cambi (sono molto dubbioso sul fatto che sia vero...) non ha molto impatto sul funzionamento del sistema. Per fare due esempi, se quattro nuclei famigliari non possono più permettersi un'auto, e uno può permettersene otto, pensate che la struttura della domanda dell'industria automobilistica rimanga uguale? Se quattro coppie possono permettersi un monolocale, e una quinta coppia può permettersi un attico di 600 metri, pensate che tutto resti uguale, compresa la propensione a fare figli?

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