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Da Obama ad Amazon. Jay Carney ha un sogno tech

È stato portavoce del presidente, ora è il gran ambasciatore di Jeff Bezos e parla di crescita, futuro dei media e Putin. Intervista esclusiva

10 Marzo 2019 alle 06:06

Da Obama ad Amazon. Jay Carney ha un sogno tech

Immagine tratta da YouTube

Jay Carney, 53 anni, è il più prestigioso pezzo di aristocrazia pubblicistica prestato alla tecnologia americana. Ex corrispondente del Time da Mosca, dove ha raccontato la transizione del post Urss, ex capo di Time a Washington e poi capo ufficio stampa del vicepresidente Joe Biden e poi di Barack Obama, dal 2015 è l’ambasciatore globale di Amazon. Gira il mondo a incontrare presidenti e ministri e a spiegare che Amazon non è solo scatoloni con lo smile. Per conto di “Jeff”, come chiama lui il suo boss, l’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos.

 

“Che mondo sarebbe senza Amazon? Pensate ai pannolini”. Parla Jay Carney

Da Alexa ai neonati: privacy, ricerca e sincerità. L’ambasciatore globale del colosso dell'ecommerce, ci spiega perché ora nessuno rinuncerebbe ai servizi che ci offre la tecnologia. E come fanno le aziende innovative a non “spaventare” i clienti

   

Il passaggio dalla sua prima vita, quella da giornalista, alla Casa Bianca nacque per caso. “Uno dei miei migliori amici, Tony Blinken, con cui avevamo una band e facevamo della orribile musica garage, divenne improvvisamente vice segretario di stato con Obama. Io all’epoca ero capo della redazione di Washington di Time, e mi dissero: perché non vieni, il vicepresidente sta cercando qualcuno. Poi Obama mi chiese di diventare il capo della comunicazione della Casa Bianca. Alla fine quando ho lasciato l’Amministrazione pensavo che non avrei mai più fatto un lavoro così interessante: ma poi mi sono ricreduto. Ad Amazon facciamo un’infinità di cose così diverse. E abbiamo una presenza globale”. Siete un po’ uno stato, e avete una specie di politica. “All’inizio eravamo una compagnia come le altre della West Coast, non certo concentrata su Washington, e Jeff è stato sempre molto focalizzato sul business e sull’innovazione, non certo sulla politica. Poi crescendo è diventato necessario”.

  

 

Lui fu consultato sull’acquisto del Washington Post, che ha reso Bezos il nemico numero uno di Trump (fino alla coda sul divorzio di Bezos, con il mistero delle foto ignude, e tutto il tormentone mediatico conseguente)? “No, io non ero nemmeno ancora alla Casa Bianca all’epoca”, dice Carney. “Anzi, quando Jeff l’ha comprato, nel 2013, una mia collega mi chiese terrorizzata cosa sarebbe successo, e anch’io pensai, chissà cosa succederà. Magari andrà malissimo. Nessuno lo sapeva. Ma a parte che il Post è un investimento personale di Bezos, posso dire che è bello vedere un grande giornale americano che è tornato a essere rilevante e incisivo come un tempo. Naturalmente pone Jeff costantemente sotto i riflettori”. E’ un complexifier, come ha scritto “Jeff” ribellandosi all’estorsione delle foto. Lei lo sta consigliando almeno adesso? “Oh, no, sono affari suoi, del tutto personali, però direi che sta facendo delle cose che me lo fanno ammirare molto”. Lui comunque (Carney) crede ancora nei giornali, “nonostante sia stato un uomo di televisione, mia moglie è pure una giornalista televisiva, alla Abc, ma credo che la carta stampata rimarrà sempre l’unico luogo in cui trovi le analisi che la tv o Twitter non possono offrire. Certo, è un modello finanziariamente complicato, ma penso che mai come oggi il giornalismo sia tornato rilevante. E Trump è stato un ottimo campanello d’allarme per ricordarcelo”.

  

Anche Amazon si butterà sulle notizie, come pare farà Apple in qualche modo? Non crede, “creiamo contenuti di intrattenimento per Amazon Studio ma per le news no, Jeff è molto interessato ai media, ma non tanto da fare qualcosa d’altro che non sia il Post”.

 

Assistiamo a livello globale a un allontanamento dai princìpi democratici. Negli Stati Uniti dobbiamo tenere gli occhi aperti

Recentemente Carney ha ritwittato Madeleine Albright, l’ex segretario di stato che ha scritto un pamphlet sul nuovo fascismo. “Dobbiamo essere consapevoli e attenti che possa succedere. Non credo che stia già succedendo ora, però”, dice Carney. “Ma assistiamo a livello globale a un allontanamento dai princìpi democratici in vari settori. Negli Stati Uniti ci siamo abituati a una democrazia così stabile e duratura, ma dobbiamo tenere gli occhi aperti. Non è scontato che ci sarà ancora nei prossimi cent’anni”. E la Russia? “Da molti anni Putin e la sua amministrazione vedono l’occidente unito come una minaccia, con l’Unione europea e la Nato come un pericolo per il suo regime. Penso che Putin abbia avuto uno straordinario successo nel portare avanti il suo progetto di indebolire l’occidente, non solo intervenendo nelle elezioni americane, ma anche con quello che sta facendo in Europa. La cosa interessante è che per fare questo ha speso pochissime risorse. Del resto la Russia è un paese in forte declino. Il paese va male ma lui è sempre più potente. E questo credo che sia un aspetto su cui gli Stati Uniti devono stare attenti, ricordandosi di stare più vicini ai loro alleati europei”.

 

Ma insomma l’America continuerà a crescere con l’innovazione? “La tecnologia continuerà a guidare la crescita, certo. Non possiamo mica tornare indietro agli anni Cinquanta e pensare di puntare sul manifatturiero”. Spiegare la tecnologia però non è sempre facile. Forse più difficile che spiegare la Russia.

  

Adesso per esempio che Amazon ha annunciato l’apertura di una “regione” di “cloud” a Milano all’inizio del 2020, che mai vorrà dire? L’ambasciatore-giornalista tenta di spiegarcelo. “Tutti pensano alla Amazon che vende cose, ai nostri magazzini, ma pochi sanno che c’è anche un altro tipo di servizio. Se Amazon fornisce una grande infrastruttura per chi vuole comprare o vendere qualcosa, Amazon Web Services fornisce un tessuto connettivo che offre potenza di calcolo, capacità di immagazzinare dati, analisi, elaborazione, storage, database”. Di fronte alla nostra faccia tipo quella dei senatori americani rincitrulliti con Zuckerberg (“we run ads”), riprova. “Vedi, anche io non sono un tech guy, un uomo di tecnologia. Diamo un sacco di cose per scontate noi oggi: ma è tutto grazie al cloud, per esempio se Alexa, l’assistente virtuale di Amazon, permette di ordinare una pizza o di mettere la musica preferita. Ed è una rivoluzione che è appena cominciata.

 

“Solo il 14 per cento dell’infrastruttura informatica utilizza il cloud per ora, quindi siamo ancora all’inizio”, continua Carney. “Tutto ciò che di interessante succederà nei prossimi anni succederà grazie al cloud: domotica, auto intelligenti, tutto”.

 

   

Carney si esalta: però la gente di questa tecnologia ha un po’ paura. Io per esempio temo l’assistente che ti ascolta. “Oh, no”, ride, “Alexa non ti ascolta, ascolta solo quando usi la parola di attivazione, a differenza di altri dispositivi”. Il luddista collettivo teme anche l’aspirapolvere robotico che gira mappandoti casa, o la tv sul cui libretto di istruzioni c’è scritto: non parlate di cose personali vicino allo schermo.

 

Alle critiche dei dem come Bernie Sanders e Ocasio-Cortez risponde che lui crede nel creare ricchezza, innovazione, posti di lavoro

“Le novità tecnologiche sono eccitanti e paurose allo stesso tempo”, dice Carney, che sembra divertirsi molto in questa terza fase della sua carriera, diplomatico amazonico. “Quando stavamo per lanciare Alexa eravamo tutti molto nervosi, perché l’ultima volta che ci eravamo cimentati con la costruzione di un hardware, di un qualcosa di fisico era – forse ve lo ricordate – il telefono Fire Phone. Tu hai mai visto un Fire Phone? Nessuno l’ha mai comprato. E’ stato un grande investimento, ma non è piaciuto, perché la tecnologia è così, si va avanti, si prova, si sbaglia, ci si corregge in corsa. Alexa per esempio è nata da un’idea di Jeff, che voleva un computer intelligente alla ‘Star Trek’, e l’abbiamo sviluppato, ed è andato bene, ma una delle prime cose che ho imparato in questa mia nuova carriera è che ci sono decine di progetti che vengono messi da parte perché semplicemente non funzionano”.

 

Un’altra cosa che non funziona è la sanità americana, e Amazon sta provando ad aggiustarla. L’anno scorso ha annunciato di aver formato un consorzio con Berkshire Hathaway e JPMorgan Chase per dare prestazioni sanitarie ai dipendenti, che sono 1,2 milioni. “Da reporter mi sono occupato della sanità in America, e poi alla Casa Bianca abbiamo fatto la riforma Obamacare e quindi so quanto è una materia complessa, dunque non possiamo prevedere come andrà, ma di certo vogliamo creare una sanità più economica e più efficiente per i nostri dipendenti. Abbiamo un ceo di questa divisione, il dottor Atul Gawande, chirurgo di Harvard e divulgatore sul New Yorker, uno dei più famosi medici americani. Siamo ancora nelle prime fasi di questo processo. E’ un esperimento”.

 

Grande distribuzione e fazzoletti

Un altro esperimento riguarda la grande distribuzione: da una parte ci sono i negozi Amazon Go, quelli senza casse, con i sensori che registrano quello che comprate e poi vi fanno pagare sulla app. Dall’altra l’acquisizione di Whole Foods, la catena di supermercati bio. “E’ molto interessante perché rende l’idea di come Amazon è davvero, e come invece è percepita. Tra Amazon e Whole Foods siamo a meno del 3 per cento del mercato, anche se tutti ci pensano molto più grandi, forse perché siamo attivi in molti altri settori”. Dopo la fusione Whole Foods ha abbassato i prezzi, tradizionalmente siderali (c’è tutta una letteratura in proposito, e il soprannome “whole paycheck”, tutto lo stipendio). Adesso, se passi la app Amazon alla cassa, hai diritto a degli sconti. Il luddista collettivo sospetta che il contrappasso sia il risucchio dei tuoi dati. “Siamo molto bravi con la logistica e nell’abbassare i costi e dunque sta funzionando molto bene anche con la grande distribuzione”, risponde Carney. “I prezzi scendono, anche se certo non diventeranno supereconomici, perché è roba di qualità. Ma per quanto riguarda i dati, tutti i negozi lo fanno, tutti usano gli stessi dati. E sai una cosa? Se vuoi paghi cash: puoi, e nessuno saprà niente di te”. “Però lasciamelo dire, il nostro business model è molto diverso da quello di altre aziende tecnologiche, e non per dire che siamo moralmente superiori. Siamo semplicemente diversi. Noi non offriamo servizi gratis in cambio dei tuoi dati”. Quindi io non sono il prodotto. “Nel nostro sistema, tu vieni da noi per comprare qualcosa, e solo allora, quando ci sarà una transazione, noi avremo accesso ad alcuni tuoi dati. Certo, se ti compri un fazzoletto, la volta dopo avrai nuove offerte per fazzoletti. Però noi – a differenza di altri – non vendiamo i tuoi dati a terzi, insomma non li vendiamo ai produttori di fazzoletti. E’ una distinzione importante”.

 

Rassicurati sui fazzoletti, un’altra paura dei tecnofobi è però quella del robot-che-sostituirà-l’uomo. Così fa un po’ impressione che quando, qualche tempo fa a San Francisco, si è stati in un Amazon Go, ci fosse un cartello con scritto “assumiamo”. Ma se non avete commessi, chi dovreste assumere? “Ma Amazon Go è un progetto labor intensive, ci lavorano tante persone, ingegneri, informatici”, si impietosisce Carney. “Magari tu non li vedi, ma dietro alla facciata c’è un sacco di gente. Che valuta e prevede tutti gli scenari possibili. Un sacco di esperimenti, se sei con tuo figlio e lui prende una cosa, poi la rimette a posto, ma in un altro scaffale. Simuliamo anche furti, è molto divertente”.

 

Jay Carney dà il cinque a Caroline Hughes, addetta dell'ufficio stampa della Casa Bianca (foto Obama White House via Flickr)


  

Quindici dollari l’ora

Tocca porgli poi l’annosa questione. Sospira. “Buona parte del mio lavoro quando viaggio è rispondere a questa domanda sui nostri magazzini: io invito tutti a visitarli. Venite a vederne uno, parlate con i dipendenti, siamo aperti. Vedrete che siamo buoni datori di lavoro: abbiamo un programma come Career Choice, un piano che paga ai dipendenti costi di formazione per lavori particolarmente richiesti, anche in Italia, anche lavori che non hanno niente a che fare con noi. Sono abbastanza orgoglioso di questo, e della nostra cultura del lavoro, sinceramente” dice Carney, e si vede che qui vien fuori la sua anima più politica.

 

Non gli fa specie essere criticato da membri dello stesso Partito democratico per cui ha lavorato (la deputata Alexandria Ocasio-Cortez parla di sfruttamento del lavoro, Bernie Sanders ha un piano che si chiama “Stop Bad Employers by Zeroing Out Subsidies Act” altrimenti detto “Stop BEZOS”). “Mah, cosa vuoi che ti dica. C’è democratico e democratico. Io sono quel tipo di democratico che crede nel creare ricchezza, creare crescita e posti di lavoro e ridurre la povertà. In America il reddito operaio è praticamente fermo da trent’anni, se non è andato indietro. Io credo che questo sia un tema molto importante. Amazon da una parte ti fa fare i corsi: puoi studiare, gratis, per imparare per esempio a guidare un camion. Un camionista guadagna 35-40 dollari l’ora. E’ la paga più alta che può avere un lavoratore non istruito negli Stati Uniti; dall’altra parte c’è il reddito minimo: è una cosa su cui ho lavorato molto in prima persona. L’anno scorso Amazon ha introdotto per primo la paga minima oraria a 15 dollari: è quasi il doppio di quella federale, in America. E faremo pressione sul Parlamento perché sia adottata anche nel resto del paese”. Ah, perché non abbiamo un Carney alle primarie. Lui conclude, presidenziale: “L’America è in uno dei periodi di crescita più prolungata che si siano mai visti, certo. Ma il novanta per cento di questa crescita si deve ai provvedimenti presi con Obama dieci anni fa, quando una crisi economica avrebbe potuto diventare una catastrofe, e alcune persone presero decisioni coraggiose. Oggi la crescita per andare avanti necessita di decisioni intelligenti. E di un po’ di fortuna”.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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