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L’illusione della staffetta generazionale

I 300 mila pensionamenti previsti da Quota 100 lasceranno il posto a centinaia di migliaia di giovani, dice il governo. Sulla base dell’esperienza internazionale decennale e della teoria economica, è molto improbabile

14 Gennaio 2019 alle 09:13

L’illusione della staffetta generazionale

Foto LaPresse

Il governo è convinto che agevolare i pensionamenti porterà a liberare posti a disposizione nel mercato del lavoro per i tanti giovani inattivi o disoccupati. I membri dell’esecutivo, dalla Lega al Movimento 5 stelle, ripetono che ogni prepensionamento porterà fino a 6, 3 o 2 nuovi giovani lavoratori. Ma, sulla base dell’esperienza internazionale decennale e della teoria economica, è molto improbabile.

 

Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Paolo Savona, Laura Castelli, ripetono in ogni programma tv, a una sola voce, che i circa 300 mila prepensionamenti previsti da quota 100 lasceranno il posto a centinaia di migliaia di giovani. E quando viene chiesto loro da dove deriva tanta certezza, ripetono che le aziende a partecipazione pubblica avrebbero promesso più di un’assunzione per ogni prepensionamento. Non è dato sapere quali aziende abbiano preso tale impegno e quali siano i numeri precisi. Questa convinzione è stata impressa anche nei documenti ufficiali del governo: nell’aggiornamento del Def di settembre a proposito di quota 100 si scrive esplicitamente di “ricambio generazionale”.

 

L’errore dell’offerta di lavoro fissa

L’argomentazione della staffetta generazionale è vecchia, proviene da modelli economici già applicati in Europa negli anni 70 (il governo del “cambiamento”, eh?). La teoria è apparentemente intuitiva: mandando in pensione un lavoratore anziano, spesso poco produttivo ma pagato bene, quel posto di lavoro può essere preso da un giovane. L’idea di base è che in questo modo si possa rilanciare la produttività delle imprese, che in effetti cala con l’aumentare dell’età media dei lavoratori. Come ha spiegato il think tank Tortuga, è la teoria dell’offerta di lavoro fissa, sviluppata fin dall’800, che ritiene plausibile l’esistenza di un ammontare fisso di lavoro disponibile da distribuire tra la popolazione. Dalla stessa teoria deriva anche l’idea che sia possibile ridurre le ore di lavoro di ciascuno per aumentare l’occupazione generale, e che i robot ruberanno il lavoro agli umani. Una seconda ipotesi, oltre alla quantità fissa di lavoro disponibile, dovrebbe anche essere la perfetta sostituibilità tra lavoratori anziani e lavoratori giovani: fuori uno, dentro l’altro. Anzi, fuori uno, dentro 3, 4, o 5. Dipende dall’ottimismo del momento.

 

La teoria è stata applicata dai governi occidentali a partire dagli anni 70. Per questo hanno ridotto l’età di pensionamento effettiva, con la speranza di aumentare l’occupazione giovanile e far ripartire la crescita. Secondo il professor Vincenzo Galasso, tra il 1972 e il 1984, Spagna, Belgio, Regno Unito, Finlandia, Francia, Germania e Italia modificarono i propri sistemi previdenziali. Il risultato per i paesi europei è stata una riduzione dell’età di pensionamento dai circa 69 anni medi del 1970 ai 63 del 2014, senza un miglioramento dell’occupazione giovanile. Nel frattempo la spesa pensionistica è aumentata: secondo l’Ocse rispetto al 1980 in Italia è raddoppiata, in rapporto al pil, dall’8 al 16 per cento, ovviamente anche per via del progressivo invecchiamento della popolazione. L’Italia infatti ha seguito gli altri paesi e ha ridotto l’età di pensionamento agli attuali poco più di 61 anni di età effettiva (è infatti una bufala che si stia al lavoro “fino alla morte”).

 

Questa teoria è tanto screditata in ambito accademico che è fallace già dal nome: lump of labour fallacy (errore dell’offerta di lavoro fissa). D’altronde non se ne sono visti i potenziali effetti nel momento della più imponente immissione di nuovi lavoratori nel mercato del lavoro: le donne, che hanno fatto il loro ingresso nel secolo scorso nel sistema economico, senza rubare posti ai loro colleghi uomini. Anche i semplici dati non confermano la lump of labour generazionale: i paesi con la più bassa disoccupazione tra gli anziani (55-64 anni) sono anche quelli con meno disoccupati giovani (15-24). Ma oltre alle semplici correlazioni di dati, diversi studi scientifici hanno smentito la presenza della possibilità di liberare posti di lavoro per i giovani prepensionando gli anziani. Due studiosi hanno per esempio dimostrato nel 2010 che maggiori sono gli incentivi a posticipare l’età di pensionamento, più aumenta l’occupazione giovanile. Un ulteriore studio del 2012, sugli Stati Uniti, dimostra un legame tra il tasso di occupazione dei lavoratori maturi e quello dei giovani: se il primo cresce di un punto, il secondo ne beneficia per un quinto di esso. Spesso infatti lavoratori giovani e anziani si dimostrano complementari, più che sostituti come vorrebbe la teoria dell’offerta fissa, per via delle diverse capacità e vocazioni di giovani e ultra 55enni. Non è dunque vero, nel lungo periodo, che al pensionamento di un lavoratore anziano le aziende assumono un giovane. Le competenze delle due generazioni sono molto diverse, per via della maggiore istruzione dei giovani, i compiti che possono assolvere altrettanto e il giovane – finito il training iniziale – avrà una produttività maggiore rispetto al lavoratore pensionato. La rivoluzione digitale ha prodotto un solco ancora più profondo tra le generazioni di lavoratori.

  

Questo è vero nel lungo periodo, nell’arco di cinque-dieci anni, quando si dovrebbero tirare le fila degli effetti delle politiche pubbliche. Nel breve periodo invece il discorso cambia, lasciando qualche spiraglio di verità ai discorsi dei gialloverdi. Un caso particolarmente interessante è la riforma Fornero, che nel 2012 ha modificato in modo rigido e repentino le regole di pensionamento. In quel caso l’occupazione giovanile avrebbe dovuto essere colpita negativamente, secondo la teoria del governo. E in effetti alcune ricerche scientifiche hanno dimostrato tali effetti negativi: secondo un paper di Boeri, Garibaldi e Moen 37 mila giovani non sono stati assunti tra il 2008 e il 2014 per via dell’aumento dell’età pensionabile, un quarto del calo totale nel periodo considerato. Ogni cinque lavoratori in prossimità della pensione rimasti a lavorare per un anno per via della legge Fornero, un giovane ha perso la possibilità di essere assunto. Per questo, come spiega il fact-checking de Lavoce.info di Ardito e Janiri, la ricerca dell’attuale presidente dell’Inps ipotizza che in una condizione opposta – come quella che si verrà a creare con Quota 100 nel 2019 – il rapporto dovrebbe essere lo stesso: ogni cinque prepensionamenti si potrebbe verificare, al più, un’assunzione di un giovane. Un rapporto ben lontano dai 6 giovani assunti ogni prepensionamento proposto dal ministro Savona, dai 3 giovani ogni pensionato di Di Maio ma anche dal più modesto 1 a 1 di Salvini. Questo è ciò che può verosimilmente accadere, in un mercato del lavoro rigido, nel breve periodo: quello che più interessa ai politici in un paese come il nostro in cui la durata media dei governi è appena superiore a un anno. Serve tutto, e subito.

  

I prepensionamenti richiedono anche dei costi. Quota 100 costerà per quest’anno quasi 4 miliardi di euro, per poi raddoppiare nel 2020 e rimanere tra gli 8 e i 7 miliardi di euro gli anni seguenti. Rispetto alla prima versione della legge di bilancio – precedente al confronto con la Commissione europea – i costi per quest’anno sono ridotti, ma aumentano per gli anni successivi, rendendo la misura ancora più insostenibile. Per ora i prepensionamenti sono finanziati in deficit, ma i loro costi sono destinati a durare nel tempo, almeno per alcuni anni. L’indebitamento previsto dal governo è invece destinato a ridursi, perlomeno per le ultime previsioni dello stesso governo. Ciò significa che a pagare saranno i lavoratori con i loro contributi (scenario sul quale tra l’altro si dice d’accordo il 43 per cento degli italiani, secondo un sondaggio di Pagnoncelli), il che potrebbe ridurre sia l’offerta che la domanda di lavoro. E, secondo alcune stime, sono necessari i contributi corrisposti da almeno cinque giovani dipendenti per pagare un anno di assegno a un pensionato. Al di là del finanziamento, il provvedimento provocherà un incremento della spesa pensionistica nel breve periodo, una spesa che – al netto di imposte e trasferimenti non previdenziali – resta una delle più elevate in tutto l’Occidente.

 

La contronarrazione

E’ spesso frustrante per esperti e tecnici accorgersi della distanza tra ciò che viene deciso dalla politica e ciò-che-andrebbe-fatto (raramente chiaro e univoco come questa volta). Certo, questa distanza è solitamente un sintomo sano del funzionamento della democrazia: i politici fanno le scelte che i loro incentivi li portano a compiere (in particolare, così dovrebbe essere, ciò che gli elettori chiedono loro di fare), mentre le politiche migliori dal punto di vista tecnico non possono che rimanere sulla carta. Se così non fosse, la nostra non sarebbe una democrazia liberale, ma una tecnocrazia.

 

Ma in questo caso siamo probabilmente in una condizione differente. Ciò a cui siamo di fronte non è frutto di un sano meccanismo democratico. Ma di un suo fallimento. Il corpo elettorale invecchia sempre di più, i giovani votano meno dei loro genitori e nonni, e i politici lo sanno. E rispondono di conseguenza: con politiche a favore di chi li vota, o li potrebbe votare. Secondo il database dell’Idea l’età media degli aventi diritto di voto alle ultime elezioni è stata pari a 52 anni. E secondo le previsioni crescerà ancora negli anni, fino ad avvicinarsi pericolosamente all’età di pensionamento effettiva; dunque l’elettore mediano si troverà di fronte a sé meno anni di contribuzione (costo) rispetto a quelli di pensionamento (beneficio). Il tasso di dipendenza degli anziani (persone oltre i 64 anni/persone tra 15 e 64 anni) è oggi pari a circa il 35 per cento: secondo le simulazioni del Fondo monetario internazionale entro il 2050 arriverà quasi a raddoppiare. Ci saranno 7 pensionati ogni 10 persone in età lavorativa. Per questo motivo l’equità intergenerazionale non può essere garantita dal normale gioco della democrazia, ma va tutelata al pari dei diritti delle minoranze. Quota 100 fa esattamente l’opposto: se i prepensionamenti portassero, secondo la stima più ottimistica, 60 mila giovani a essere assunti, il costo pro capite dell’operazione sarebbe pari a più di 130 mila euro ad assunzione. Cosa si sarebbe potuto fare con tutti questi soldi?

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