Foto dal canale YouTube di Daniel Reay 

Il Foglio sportivo

Montgomery e la storia della più bella doppia parata di sempre

Emmanuele Michela

Il portiere del Sunderland ha compiuto 80 anni, testimonianza di un'epoca calcistica sempre più remota, ma amica

Il faccione di Jimmy Montgomery brilla a due passi dalle acque del fiume Wear, nel grande murale dipinto per lui sulle pareti di un pub di Sunderland. Il capello lungo e la divisa da portiere verde abbondante parlano di un’epoca calcistica sempre più remota, ma amica: ha compiuto 80 anni il portiere più famoso di Sunderland, e 5 decadi esatte sono passate da quel maggio ’73 che lo ha reso immortale nella storia del calcio inglese, con la doppia parata più bella mai vista a Wembley. Accadde nel giorno in cui i gatti neri d’Inghilterra vinsero la partita, forse, più importante della loro storia, nella coppa più iconica d’Oltremanica, la FA Cup, contro l’avversario più ostico ci fosse all’epoca, il Leeds United di Don Revie.


Oggi il linguaggio giornalistico ha internazionalizzato la formula di giant killing, a idolatrare quei piccoli club che fanno lo scalpo ai più grandi: prima che la FA Cup diventasse prodotto da esportazione, il Sunderland del 1973 ne era stato probabilmente l’esempio migliore, essendo all’epoca un club di Second Division, che vinse in finale a Londra contro una squadra che era campione in carica e che dominava il calcio in terra d’Albione quanto nell’Europa Continentale. E il merito è anche del doppio miracolo di Jimmy Montgomery, per 17 anni portiere del club, più di 500 gare in bianco rosso a oscillare tra First e Second Division – avrebbe poi vinto, a onor del vero, una Coppa Campioni col Nottingham Forest, ma era il vice di Shilton e non scese mai in campo. 


A provare a descriverlo, quel double save, si finisce con l’essere ridicoli: è la metà della ripresa, e già dal primo tempo il Sunderland è in vantaggio, una palla vola in area biancorossa, il difensore del Leeds Trevor Cherry è lesto a tuffarsi per deviarla di testa. Montgomery si distende sulla sinistra e devia bene, ma la palla cade a pochi metri dalla porta sui piedi di Peter Lorimer, uno che col Leeds ha segnato in tutti i modi. Sulla sua deviazione, “Monty” si supera e mette sulla traversa: una breve ricerca su YouTube basterebbe per rendersi conto e rendergli omaggio. “Ovunque vada, c’è un tifoso del Sunderland che mi ricorda quell’episodio”, avrebbe poi raccontato in anni recenti Lorimer, scomparso nel 2021. “Jim è stato il flagello della mia vita. Don Revie (allenatore del Leeds, nda) diceva che era vulnerabile da 20-30 yard perché aveva problemi di vista, ma da vicino aveva reazioni formidabili ed era brillante in area piccola. E Don aveva ragione, perdere quella finale è stato uno dei momenti più deludenti della mia carriera”. 


Sunderland Wonderland avrebbero titolato l’indomani i giornali, per un successo che tutt’oggi è motivo di vanto per i tifosi biancorossi, innamorati di un club che nella sua storia tanto ha saputo vincere prima della Seconda Guerra Mondiale quanto poi andare incontro ad annate grigie negli ultimi decenni. Qui si ricorda con affetto Kevin Phillips che, nel 2000, vinse la Scarpa d’Oro con 30 reti – e infatti sul muro di quel pub dove è immortalato Montgomery, dietro l’angolo c’è proprio il volto di Super-Kev –, mentre in anni recenti le disavventure del club sono state tante, con due retrocessioni consecutive sino alla League One (sul tema, anche Netflix si è speso con la serie “Sunderland till I die”)  e, solo nel 2022, il ritorno in Championship.


Vale la pena, allora, leggere cosa scrisse 10 anni fa - prima ancora, quindi, della doppia retrocessione – Jonathan Wilson, firma sportiva d’eccellenza e tifoso proprio dei Black Cats, che disse che in quel giorno del ’73 era come se i tifosi del Sunderland avessero contratto un mutuo emotivo talmente grande che ancora oggi ne stanno pagando le rate. “Non c’è niente di meglio nel calcio, nello sport, nella vita, delle storie di perdenti e questa è stata la più grande di tutte. Niente da allora ha mai eguagliato quello, niente forse potrebbe”, scriveva sul Guardian nel 2013. “Se anche arrivasse un benefattore oggi e finanziasse una quota per vincere la Premier League, avrebbe lo stesso impatto?”. Certamente no, anche se resta la nota amara, e senza una storia di fallimenti è difficile capire un successo così. “Mio padre (che era tifosissimo del Sunderland e visse quella finale, nda) ha avuto almeno 28 anni di frustrazione per fornirsi un contesto, ma in seguito, lui e la maggior parte dei tifosi che erano lì, devono essere stati lasciati come Lazarus nel poema di Browning, sforzandosi per vivere sulla terra dopo aver visto il paradiso. Quella tristezza che provò al fischio finale era il riconoscimento che il momento della massima realizzazione è anche l’inizio del declino”.

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