A cosa starà pensando adesso Pirlo

Giuseppe Pastore

La scelta della Juventus per il dopo Sarri è una sfida agli analisti di calcio e un’offesa per i patiti della meritocrazia. Nessuno sa che tipo di gioco farà, essere stato un grande calciatore serve a poco senza studio e lavoro. E lui intanto, forse, ride

E dunque Andrea Agnelli ha preso a pesci in faccia due schieramenti in un colpo solo: i cosiddetti giochisti – peraltro già piuttosto frustrati e scornati dalla totale assenza di sarrismo nella Juve sarrista – e i cosiddetti risultatisti, che già pregustavano la restaurazione, il ritorno del “corto muso”, insomma la società che si umiliava richiamando Allegri lì ad attenderli con un sorrisone largo così. Nel mondo reale però non esistono né giochisti né risultatisti: esistono il realismo, la ragion di Stato, i bilanci economici e politici, le consultazioni, i colloqui privati e vivaddio, se c'è rimasto un po' di tempo, una ventata di fantasia – che talvolta può degradare nell'improvvisazione.

   

    

   

Andrea Pirlo pare una sfida alle migliaia di analisti calcistici d'Italia e anche un po' un'offesa a chi crede nella meritocrazia e nella gavetta. Di lui non esiste un solo fotogramma da allenatore, non una partita, un tabellino, una rifinitura, una tesi di laurea (la discuterà a settembre per superare il Master Uefa Pro e ottenere il patentino da allenatore di prima categoria: tra i suoi compagni di corso Toni, Chivu, Samuel, Bonera, Kallon...). Nella recente conferenza stampa di presentazione come tecnico dell'Under 23 ha attinto a piene mani dal prontuario del Giovane Allenatore Entusiasta: “La scintilla è scattata quando di notte invece di dormire immaginavo come piazzare i giocatori in campo. Lì ho pensato: devo fare questo”. Annunciandolo ieri sera a Sky, dove s'è presentato in diretta dal giardino con una faccia stressatissima, Fabio Paratici – che pure sarebbe il dirigente che ne ha avallato l'ingaggio – non è stato meno fumoso: “Allenerà come giocava, qualità e applicazione. Farà un gioco di un certo tipo”.

    

Nemmeno i suoi dirigenti sanno di che tipo sia il gioco di mister Pirlo, o prima ancora se ne abbia davvero uno. In una diretta su Instagram dei tempi del lockdown con Fabio Cannavaro, il diretto interessato aveva lasciato intendere: “4-3-3, tutti avanti, grande possesso palla, la farò girare anche dietro la panchina” (il clima della chiacchierata era molto rilassato). Per ora la Juventus si accontenterà di mettere innanzi a Cristiano Ronaldo un tecnico che non balbetti o non gli parli con un mozzicone di sigaretta penzolante dalle labbra, a quanto pare uno dei principali capi d'imputazione mosso al predecessore. Così salviamo anche il boccheggiante bilancio da un altro stipendio onerosissimo e, se andrà male, amici come prima e nel 2021 proviamo a prendere lo Zidane della situazione. Ma Pirlo, l'uomo la cui biografia si intitola “Penso quindi gioco”, cosa starà pensando adesso, nelle notti insonni in cui “preparai gli esami e diventai allenatore”, parafrasando il Giudice di De André?  Il caso da giurisprudenza sembra proprio Zidane, l'unico a cui era permesso di confrontarsi alla pari con CR7, e che comunque aveva già alle spalle un'esperienza da vice di Ancelotti e due anni da tecnico del Castilla. Ma Zidane e Pirlo sono due tipi umani diversissimi: in campo Zizou ribadiva la sua leadership a ogni veronica, a ogni impetuosa ruleta, persino a ogni scatto di nervi (e Pirlo almeno uno se lo ricorda bene: era lì a venti metri); Andrea la indossava naturalmente come una vestaglia da camera, brandendo un calice di Pinot Nero mentre eseguiva un'apertura panoramica di 45 metri. E la Juve di queste ultime settimane sembra più un casotto da marsigliesi che da tipi felpati come Pirlo, a occhio servirà più il machete che il fioretto in quell'apparente giungla vietnamita dove l'uomo che più di tutti aveva desiderato la svolta sarriana (sempre Paratici) l'ha liquidato con una freddezza da yakuza: “Le persone sono molto più importanti dei professionisti: i professionisti si possono formare, le persone no”.

   

Quale sarà il biglietto da visita: un discorso, una gag, una punizione all'incrocio per far scendere Ronaldo dal piedistallo almeno per trenta secondi? Ma sarà poi davvero importante la prima impressione, per uno che a inizio carriera ha creduto e ha fatto credere per anni di essere un trequartista? Pirlo avrà il fegato e il cuore per mettere in pratica le “intuizioni” di cui già si sta scrivendo a scatola chiusa, come un bene di lusso comprato su Amazon da un account con zero recensioni? Quali intuizioni? Prendere Kulusevski e spostarlo mezzala o centravanti, Rabiot terzino sinistro, Pinsoglio speaker ufficiale dello Stadium? Nella sfilata di opinioni morbide degli addetti ai lavori, naturalmente caute per non dare del matto al presidente campione d'Italia degli ultimi nove anni, in collegamento da Barcellona spiccava la faccia torva di Gattuso, che lo conosce da una vita e in un pomeriggio di pioggia una volta raccolse la sfida di ingoiare una di quelle lumache vive che scorrazzavano nel bosco di Milanello. Gli ha detto, come ama fare Gattuso, la verità: “Essere stati grandi giocatori non conta niente, bisogna studiare e lavorare”, detto con la barbaccia luciferina da vogatore imprecante sotto il sole e lo sguardo allucinato di chi era stato appena buttato fuori dalla Champions tra mille rimpianti, che poi è la faccia che ha il 99% degli allenatori di questo mondo e che a Pirlo ancora non è venuta, ma è solo questione di settimane.

    

Per ora, ancora lontano dai riflettori, forse Pirlo ride. Ride, sotto la barba, pensando a questo magnifico scherzo da spogliatoio di cui per una volta non è stato inventore ma semplice complice. Il giorno di Ferragosto di 45 anni fa usciva al cinema Amici Miei: e Sarri è chiaramente stato la controfigura del Melandri, l'architetto costretto dalle circostanze a portare a spasso quel cagnolone di grossa taglia chiamato Juventus per amore dell'esigente Madama che non lo ha mai riamato, anzi gli ha rimproverato di non essere più quell'uomo straordinario che era a Napoli. Alla fine del film il Melandri veniva salvato dal dottor Sassaroli, ma per Sarri non v'è salvezza, solo un lungo ammonticchiarsi di ciak sbagliati. E allora ecco Pirlo, regista e star a sorpresa che arriva solo a metà pellicola e si riunisce agli Amici Suoi (lui potrebbe essere il brillante Necchi, quello di “Cos'è il genio?”), gente che s'incammina con una punta di terrore alla mezza età: Buffon, Chiellini e Agnelli, che l'ha richiamato forse soprattutto per sentirsi un po' meno solo, avvilito per tutta la stagione più lunga della storia della Juventus da quelle strazianti polo blu a maniche lunghe che dicevano moltissimo, forse tutto, dell'inadeguatezza di Sarri. Invece di Pirlo allenatore almeno una cosa di sicuro la sappiamo: in giacca e cravatta, starà benissimo.

 

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