il foglio sportivo – il ritratto di bonanza

Nel nome del “Frusta”

Alessandro Bonan

L'ex vice di Mazzarri, la prossima stagione allenerà tra i professionisti. Guiderà la Pistoiese, la squadra che fu anche del babbo: Mario Frustalupi

Nel nome del padre, il figlio ci prova. Nicolò Frustalupi, ex vice di Mazzarri, allenerà tra i professionisti, nella squadra che fu anche del babbo: la Pistoiese. Detta così, a freddo, sembra una notizia minore, di quelle un po’ forzate dallo scrittore (sono nato a Pistoia oltre mezzo secolo fa). In realtà il rilievo ci sta tutto, raccontandola per intero questa storia.

 

Mario Frustalupi, che da bambino staccavo in due Frusta e Lupi, è stato uno dei più grandi interpreti del ruolo di regista di centrocampo, uno di quelli a cui la letteratura del pallone non ha reso il giusto omaggio. Il Frusta, come lo chiamavano ai tempi, aveva la capacità di prevedere il gioco sapendo di poter contare sull’asso nella manica. Amava guardare in basso come a nascondere qualsiasi intenzione e poi, all’improvviso, sventagliava il pallone a sessanta metri, depositandolo perfettamente ai piedi del compagno, provocando meraviglia in chi lo tifava o lo avversava. L’asso era una specie di giravolta su sta stesso, quasi una veronica, con la quale eludeva ogni tentativo di contrasto. Era, la sua, una sorta di riflessione sul da farsi prima di effettuare il passaggio più giusto, che fosse lungo a scatenare il contropiede, o breve, filtrante, per liberare l’attaccante verso il tiro in porta, quello che nel tempo si è definito assist. Giusto per aiutare quelli che non l’avessero mai visto all’opera, giocava in modo molto simile ad Andrea Pirlo, da cui lo separavano undici centimetri di altezza. Perché era piccolo il Frusta, esattamente come Maradona, ma aveva forza nelle gambe e tanto sale nel cervello. Vinse l’undicesimo scudetto con la maglia dell’Inter, nel 1971, e il primo della Lazio con Maestrelli in panchina dove fu uno dei protagonisti di quella squadra matta ma grandiosa. Poi Cesena, e dopo, per l’appunto, la Pistoiese. Arrivò in Toscana mezzo rotto per via di un grave infortunio, ma lo volle a tutti i costi un dirigente illuminato chiamato Claudio Nassi. “Con quell’intelligenza che si ritrova, gli basta una gamba sola per giocare meglio di tutti”, disse. Era già piuttosto vecchio ma nonostante questo conquistò la scena per quattro anni conducendo all’età di 39 la Pistoiese in Serie A.

 

C’era con lui, a centrocampo, un dieci funambolico che aveva addirittura giocato nel Milan di Rocco, vincendo tutto tranne la concorrenza impossibile con dio, essendo dio, in quella squadra, un certo Gianni Rivera. L’8 di Frustalupi e il 10 di Rognoni, duettavano a centrocampo come fossero il basso di Jaco Pastorius e la chitarra di Jimmy Page. Intendendo per Jaco il compassato Frusta e per Jimmy l’elettrico Rognoni. Beffarda e triste fu la fine per entrambi poco più che quarantenni. Frustalupi morì in un incidente d’auto, pattinando sull’acqua piovuta a scroscio dalle parti di casa sua, a San Salvatore Monferrato. Rognoni fu vittima di quella che poi è stata definita, più o meno giustamente, la malattia dei calciatori: la Sclerosi Laterale Amiotrofica. Furono due campioni amatissimi dal popolo di una città che mai li ha dimenticati. Ora le chiavi di quella stessa città sono state consegnate a un figlio, che, nel nome del padre, potrà scrivere un’altra pagina di questa bellissima storia di calcio, di vita e perché no, d’amore.

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