il foglio sportivo

Che cosa resta del motomondiale

Giorgio Burreddu

Lo strapotere di Marc Márquez, già campione del mondo, i sogni infranti della Ducati e tutti quei piloti in cerca d’autore che nelle ultime quattro gare “correranno come gli pare”. Gresini, Meda, Pernat, Sarti e Scalera raccontano il finale di stagione

Che cosa resta del motomondiale ce lo rivela ancora una volta Marc Marquez in un impeto di ingordigia: “È il momento di spingere per altri traguardi. Ci sono ancora in palio i titoli costruttori e quello del team. E voglio aiutare a vincerli”. In queste parole c’è tutta la fenomenologia dell’essere campione, tutto ciò che Marquez è ed è diventato in questi ultimi dieci, lunghi anni. Ma anche ciò che i suoi avversari hanno accettato di essere: un plotone da secondo posto al massimo, o inseguitori di una remota speranza, di un orizzonte inafferrabile come lo sono tutti gli orizzonti, che si spostano sempre un po’ più in là. Dopo aver conquistato il titolo a Buriram, in Thailandia, il quarto di fila in MotoGp, adesso lo spagnolo vede il record di punti: con quattro gare ancora da disputare e oltre trecento già in cassaforte, i 362 del 2014 sono alla sua portata. Si comincia domenica 20 ottobre, dal Gp del Giappone, poi i piloti si trasferiranno in Australia, andranno in Malesia, e infine a Valencia. Peccato che tutti conosciamo già il finale. Quello che però non si conosce è molto, o quasi tutto, del destino degli altri. Come dice Guido Meda, voce dadaista delle moto per Sky Sport, attento conoscitore del mondo della velocità: “Cosa resta di questo finale di stagione? Un mucchio di piloti liberi di fare come gli pare. Il bottino grosso è andato. Sarà dunque uno spunto interessante per sperimentare”.

 

Marquez e queste gare che restano del 2019 funzioneranno da specchio per molti altri piloti: guarderanno lui per capire meglio se stessi, per comprendere che cosa potranno diventare domani. Piloti in cerca d’autore, di un destino o di un’identità.

 

A cominciare da Andrea Dovizioso, l’unico a esserci andato veramente vicino a battere Marquez, e quindi ormai prigioniero di un ruolo da secondo. Fu al Foglio Sportivo che Andrea non negò l’innegabile: “È l’anno più difficile per vincere”. Provarci non poteva più bastare, quest’anno doveva vincere. Lo sapevano tutti, anche Elena Sarti, presidentessa del fan club ufficiale Ducati. Che ora allarga le braccia. Si è fatta un’idea piuttosto netta: “Per la Ducati a questo mondiale rimane solo una grande fatica, sulla MotoGp c’è ben poco da sperare, Marquez è troppo, è veramente irraggiungibile. E sarà così per i prossimi cinque anni, lui è molto giovane: dovrebbe succedere un miracolo per spezzare questa egemonia”.

 

A Bologna il valzer dei ducatisti ha spento la musica e smesso di ballare. “Anche se per la verità qualche gioia ce l’ha data” sorride Elena. Ma è troppo poco. Chi ruota intorno a quel mondo non può che cadere nel tranello che solo il piacere del ricordo sa dare: “Ci vorrebbe un nuovo Casey Stoner, noi siamo ancora fermi lì. Infatti quando arrivi a questo punto della stagione, in cui tutto è deciso subentra un po’ di noia: la delusione c’è”.

 

Sono le piccolezze, i dettagli, i colpi di genio a fare la differenza anche in un motomondiale. E a volte nemmeno queste cose bastano. Infatti è un senso di profonda frustrazione quello che ha strangolato gli ultimi anni della Ducati: “È una grande moto, va forte, ma c’è sempre qualcosa che manca per poter vincere”. Quel qualcosa è anche la trama di un mondiale, una trama che è ormai stata svelata, e senza la quale non può esserci dramma. Nel teatro come nello sport: sono la stessa cosa. Il colpo di scena, la peripezia, il riconoscimento: di questo 2019 è già stato raccontato tutto.

 

Chi lo narra come fa Guido Meda su Sky Sport dice che questa condizione è però “stimolante, perché sapere che c’è uno spunto in meno mette in condizione anche noi che raccontiamo di essere liberi, meno controllati. Quando i titoli vanno via prima c’è il rischio di vedere gare memorabili”.

 

Non è solo una questione di rassegnazione come per quelli della Ducati, c’è altro. Bisogna andare più giù, più a fondo. E sapere che le ultime quattro gara segneranno moltissimo i piloti che non ce l’hanno fatta. Come Jorge Lorenzo, passato delle dicerie di un ritiro anticipato alle misericordie di un campionato vissuto a denti stretti. Forse il campionato più penoso, il più velenoso, il più terribile della sua carriera di vincente. Proprio perché questa era la stagione del confronto. Lorenzo fa parte dello stesso team di Marquez: la Honda. E così Jorge arriva a Motegi da diciannovesimo in classifica, al suo 200esimo gran premio: una specie di schiaffo morale. “Tra cinque o dieci anni non lo so come sarà e cosa vedremo, io mi fermo prima. Tra due comincerà la rivoluzione – va avanti Meda –, un sacco di piloti cambieranno sella. Magari vedremo anche Marquez in Ducati, anche loro avranno voglia di vincere qualcosa”.

 

Serve una nuova narrazione per queste moto affinché i ruoli che il mondiale ha ormai cristallizzato possano variare.
Una narrazione che al momento è privata dell’unica cosa essenziale: un protagonista. Carlo Pernat, visionario, scopritore di talenti, è da questo punto di osservazione che prova a guardare quel che resta di questo mondiale: “Marquez è un cannibale vero, non è sazio, vuole battere i record, i tempi, vuole prendersi tutto. Non si fermerà. Lo fa in una chiave diversa dai fenomeni che l’hanno preceduto, con un ghigno che è quasi beffardo, ha l’immagine del cattivo, di quello che ti prende un po’ in giro”. È un ruolo, non solo la trasfigurazione del suo modo di essere pilota. E allora cosa resta? Secondo Pernat ancora tantissimo: “Fortunatamente resta il futuro. Valentino che cambia capotecnico giocando le ultime fiche contro se stesso. E ci sono tutti gli altri: Petrucci che deve trovare un senso alla sua carriera. E così dovranno fare Lorenzo, Zarco, ma anche piloti come Miller. Di presente però non si può parlare, quello è andato: non esiste più”. Pernat lo legge negli occhi dei piloti, lui che ne avuti tanti da capirne le scintille e le malinconie. “La motivazione va sempre al di là del talento. Non è facile per un pilota arrivare davanti a uno schermo e guardare i tempi, vedere che è andato forte e che però c’è sempre qualcuno che ha fatto meglio. Marquez ha triturato tutti psicologicamente”.

 

Dicono che la MotoGp di questo passo perderà appeal. E così la speranza la si va a ricercare in volti nuovi, diversi. Per tutti è Fabio Quartararo l’unico in grado di riuscire a spezzare l’egemonia di Marquez. I gran premi in cui il francese e Marc si sono dati battaglia sono per molti versi l’anticipazione di quel che vedremo un domani. “Quartararo è giovane, a quindici anni era un fenomeno. Si era perso e ora sembra essersi ritrovato. È l’unico che può mettere Marquez in difficoltà. Ci vorrà altro tempo, è mantenersi su una costante di posizioni che fa la differenza”, dice Pernat.

 

L’occhio su certe cose Fausto Gresini ce l’ha. Ex pilota che ha vinto due mondiali, oggi dirigente italiano tra i più attivi e quotati, fondatore di un team che porta il suo nome e legato all’Aprilia in MotoGp, anche Gresini prova a guardare un po’ più in là e a cercare un nuovo inizio: “Resta un dato di fatto: Marquez ha dimostrato ancora una volta di essere il più forte. Ma c’è anche la sensazione che Quartararo possa ribattere, possa combattere, e penso che anche Marc ne sarà contento. È uno che vive di competizione, di agonismo, di rivalità. Senza, sente che qualcosa gli manca”. Gresini, lui che il paddock lo vive da tutta la vita, racconta che sono anni che l’unico motivo di stupore c’è quando Marquez non va a podio. Per il resto è frustrazione che si è trasformata in abitudine, in qualcosa di scontato. “Sai che andrà così ancora una volta, e poi un’altra e un’altra ancora. Marquez è arrivato quarto? No, ma va, non è possibile. In pratica ti sorprendi quando è in difficoltà”. Quando arrivò primo a Misano, nella casa di Valentino, Marquez si tolse il casco, lo gettò via e cominciò a dire: “Sì, qui. Ho vinto qui”. Ad Aragon dominò dal primo all’ultimo giro, sul traguardo mimò un pescatore con la lenza: “Certe volte rido con la mia squadra, potremmo correre solo warm up e gara”, disse.

  

In questa fase che sta cominciando col il Gp del Giappone, il mondiale proverà a essere anche la grande epifania di qualcos’altro: Quartararo che batte Marquez, le categorie inferiori (Moto2 e Moto3) che partoriscono talentini, gare avvincenti. “La Moto2 per esempio – spiega Gresini – è una buona scuola per molti, questo motore aiuta, è più simile alla MotoGp come stile di guida. La competizione è alta, Ktm e Aprilia investono molto denaro, i giovani però cercano di andare andare subito in alto, il cambio generazionale è sempre veloce. Per i prossimi anni vedo alcuni italiani: Bulega, Di Giannantonio, Bastianini, Marini e Baldassarri. A loro è affidata la strada della MotoGp, a breve ci arriveranno”. Questi ragazzi sono tutti figli di Valentino Rossi, cresciuti nel ranch, hanno cominciato perché vedevano Vale vincere in tv.

 

Anche Valentino è un altro di quelli che dovrà trovare un nuovo senso alla sua carriera. Anche lui, adesso che ha quarant’anni e non trova più il modo di essere feroce, dovrà prendere una decisione. “Il mercato 2020 è bloccato ma anche incredibilmente aperto, c’è il discorso legato alle scelte di Lorenzo: cosa fa, si ferma, prenderà un anno sabbatico come fece Prost con la Ferrari? Vedremo”. È’ un interesse che oscilla nella scrittura di un futuro nuovo. Lo spiega bene Paolo Scalera, direttore di GpOne, inviato da anni sui motori. Cominciò a seguire le moto che c’erano Agostini e Pasolini. “Noi abbiamo bisogno di serial winner. Ma ci vorrebbero in Moto2, in Moto3. Come succedeva una volta. A quel punto si creano i duelli, sono meccanismi diversi. Il limite d’età nelle categorie inferiori ha stravolto tutto. È come se nell’atletica contassero solo i 100 metri. Lo stesso nelle moto, sembra importante solo la MotoGp. Invece c’è bisogno di eroi, come nella tragedia greca”. L’antagonista c’è.