Dovizioso e il futuro: “Corro ancora per superare Márquez”

Umberto Zapelloni

Dopo i tre secondi posti di fila al Mondiale, il pilota italiano della Ducati non può più sbagliare. “Il rinnovo? Tutto può essere. Sono nel mio miglior stato di forma”

Andrea Dovizioso si sente in gabbia quando corre in pista. Solo il motocross lo fa sentire libero come piace a lui. La sua però è una gabbia dorata e lo è anche per merito suo, un ingegnere che in pista va veloce. Non abbastanza soltanto perché ha avuto la sfortuna di nascere nello stesso periodo di un mostro travestito da Marc Márquez. Senza un avversario come lo spagnolo sarebbe già campione del mondo da un pezzo. È un po’ come nascere all’epoca di Coppi e non essere Bartali o in quella di Merckx ed essere Gimondi. Dovizioso da tre anni chiude il Mondiale al secondo posto, battuto ma non spezzato. “Se non pensassi di poter battere Márquez, non continuerei a correre”. Lo dice convinto mentre dietro di lui scorrono le immagini di “Handauted”, coraggioso, imperterrito, il docufilm prodotto dalla Red Bull, che lo ha messo a nudo come mai prima d’ora con tutte le sue paure e i suoi dubbi, ma anche con i sogni e la tenerezza del Dovi papà con la piccola Sara.

 

Alla vigilia della tredicesima stagione in MotoGP è uno dei pochi piloti a non avere ancora un contratto per il 2021, dopo che Honda e Yamaha hanno ufficializzato le loro formazioni lasciando fuori anche un certo Valentino Rossi che, se vorrà continuare, dovrà accontentarsi di una moto ufficiale ma gestita da un team satellite. Anche la Ducati non ha ancora un futuro certo e la via sembrerebbe davvero obbligata con il Dovi ancora in rosso. Ma non è proprio così, altrimenti il team di Borgo Panigale non avrebbe inseguito Quartararo, Viñales, Rins e Mir, restando però a bocca asciutta. Intanto c’è una stagione da aggredire, con Márquez naturalmente favorito e Yamaha e Suzuki che sembrano davvero in palla avendo capito meglio le nuove gomme Michelin. Ma le salite non fanno paura a chi ama il motocross. “Fare pronostici adesso è prematuro perché con le nuove gomme non è facile leggere la situazione – dice Dovizioso – Neppure la nostra… Il bilanciamento della moto è diverso rispetto al passato ed è tutto da scoprire anche perché nei tre giorni di test in Malesia, in condizioni estreme, non sono arrivate tutte le risposte, in Qatar però la situazione almeno per quanto riguarda la simulazione della gara, è migliorata. Il nostro passo è buono e sono convinto che potremo essere in lotta per le prime posizioni nel weekend di gara”.

 

Ora che l'inizio del Mondiale è slittato al 5 aprile, il Dovi ha una sola certezza: “Non corriamo per arrivare dietro a Márquez e proveremo a superarlo fino alla fine”. A 34 anni Andrea si sente in forma come mai prima. Sta bene fisicamente, sta bene mentalmente. Nel 2017 ha vinto sei gare, nel 2018 quattro, l’anno scorso soltanto due, ma più che le vittorie alla Ducati è mancata la velocità per arrivare sempre sul podio. In troppe occasioni il podio è rimasto fuori portata, come la zona Champions per il suo Milan. Vero che il numero delle vittorie è calato anno dopo anno, ma dare ogni responsabilità al pilota sarebbe ingeneroso. Il Dovi ha commesso i suoi errori, ma l’anno scorso con la Ducati non avrebbe vinto neppure Márquez.

 

A 34 anni il Dovi sa che il passato è certamente più lungo del suo futuro, ma non si spaventa. “Il rinnovo? Tutto può essere e dipende da varie dinamiche – dice – Mi sento competitivo e, nonostante abbia quasi 34 anni, sono nel mio miglior stato di forma. Ho la possibilità di giocarmi il Mondiale e ci proverò, poi prenderò una decisione perché la MotoGP è tosta: se fai parte di un progetto vincente è giusto continuare, altrimenti non sarà un grosso problema per me non andare avanti. Ho le idee chiare. La Yamaha si è mossa in largo anticipo, ma non c’è fretta di parlare di mercato”. Il 2020 è la sua ultima cartuccia? C’è chi sostiene che non sia un vincente, che con lui la Ducati non riuscirà mai a vincere il titolo. “Prima della MotoGP ho vinto o me la sono giocata in tutti i campionati: questo fa la mentalità vincente”, ha commentato nei giorni scorsi alla Gazzetta, cercando di smentire con serenità tutti i luoghi comuni che gli hanno cucito addosso, a cominciare da chi vorrebbe attribuire a Lorenzo, più che a lui, il merito di aver aiutato la Ducati a diventare farfalla rompendo il bozzolo in cui era chiusa dopo l’èra Stoner. “Abbiamo fatto molto bene negli ultimi tre anni, ma anche in questo caso pensiamo di avere le risorse per poter puntare al titolo – ha detto Claudio Domenicali, amministratore delegato Ducati nei giorni della presentazione – Siamo nell’èra Marquez, è vero, il distacco che lui ha inflitto ai rivali negli ultimi tre campionati è certamente alto, pesante, lo è stato soprattutto nel 2019, ma credo che i nostri tecnici e i nostri piloti abbiano lavorato molto per lottare al vertice. Ci sarà molto da divertirsi, sarà un Mondiale interessante”. Non avrebbe potuto dire altrimenti, siamo seri. Che il mondo Ducati, dopo un altro anno record con 53.183 moto vendute nel 2019, sia però a un bivio è un dato di fatto. Dopo otto anni di Dovizioso a fine stagione dovrà decidere che strada imboccare. Le scommesse del passato, costate economicamente carissime con Valentino e Lorenzo, non hanno pagato. L’ultimo titolo è ancora quello con Stoner del 2007, una data che la accomuna all’altra Rossa da corsa nel cuore degli italiani (il titolo Ferrari con Raikkonen è di quell’anno). Sarà un anno di verifiche per tutti. Il Dovi ha già deciso di cambiare pure l’estetica del suo approccio. Nuova scritta sulla tuta (Undaunted invece di DesmoDovi: meglio quella vecchia, dai…) e nuovo casco con Pegaso dei “Cavalieri dello Zodiaco”, famoso cartone animato degli anni Ottanta al posto del binomio “cavallo nero/cavallo bianco” che lo aveva accompagnato negli anni. Cambierà anche il suo atteggiamento in pista? Se pensiamo a come ha vinto certe gare, a come ha ad esempio infilato Márquez all’ultima curva dell’ultimo giro al Gran Premio d’Austria dello scorso anno, ci sarebbe poco da chiedere al Dovi se non di combattere sempre così. Ma qui il discorso torna ai box senza passare dal via come nel Monopoli: non dipenderà soltanto da lui.

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