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Rossi, Dovizioso e il morbo del patacca

Vale e Dovi in pista al Gp di Misano uniti da Simoncelli. Modi diversi di domare la “bestia brutta” che si chiama moto

9 Settembre 2018 alle 06:06

Rossi, Dovizioso e il morbo del patacca

Foto LaPresse

[Questo articolo è tratto dal Foglio Sportivo dell'8 e 9 settembre. Qui potete leggere l'intero numero

 


 

Il motore è acceso e il tipo col carisma gira la manopola del gas a fondocorsa. Inizia allora una lotta tra i pistoni che spingono per saltare fuori tutti insieme verso il cielo e le bielle che li richiamano all’ordine. Dallo scarico parte la tempesta; un rumore che non si può neanche dire. Il vicinato si sveglia e un cane abbaia irritato. Ai piedi delle mura del paese i ragazzi si sono presi qualche secondo con la moto, quella nuova dell’amico un po’ fesso, e le hanno fatto il battesimo della sgasata sul cavalletto, in folle. Che su un motore nuovo come quello vale più di cinque rodaggi, ma di quelli fatti male male.

 

E’ per il gusto del casino, è per ridere e basta. Perché il motore che urla nella notte fa ridere, tanto quanto può far male e raramente anche uccidere.

 

Ridono tutti, compreso il vicinato che dormiva. Sono risate grasse, sguaiate, felliniane. Poi attaccano con la raffica conclusiva di Diobò e patacca, l’uno all’indirizzo dell’altro: con uno si addolcisce la bestemmia intercalare, con l’altro ci si accomuna tra cialtroni dello stesso genere. Fieri però. Non delinquenti, macché, cialtroni puri, leggeri, di notte quando è tardi, davanti a una panchina sotto le mura. E se le mura fossero state quelle di Tavullia qualche anno fa, tra quei patacca avremmo potuto infilarci, senza problemi, Valentino Rossi. Così come – spostandoci a Coriano – avremmo potuto infilarci, senza problemi, Marco Simoncelli. Ché loro sono i vertici, i simboli noti e moderni di quella terra triangolare, tagliata a bisettrice dalla via Emilia, che va da Parma giù fino a Pesaro, inglobando l’Emilia, la Romagna e un ciuffetto di Marche dove, per l’appunto, sta Tavullia. Tra la via Emilia e il West.

 


Foto LaPresse 


 

La strada maestra (che oggi è la A14) accoglie le corse meccaniche di turisti e camionisti. Anche i cowboy del West intorno si sono evoluti. Hanno venduto il cavallo. Per farsi la moto.

  

E’ poi la terra della Ferrari, della Lamborghini, della Maserati, della Ducati, della Bimota, della Benelli, della Mba, della TM, della Dallara, della Pagani. Allevano tecnici e piloti senza nemmeno saperlo. Il perché le teste, fin da piccoli, vengano tornite in quel modo lì aguzzo, sfrontato, gioviale, disinvolto, versato alla destrezza, bene non si sa. Ma è gente così, veloce, in tutto. Che non ha paura, quasi mai e quasi di niente. Ché loro sono i migliori. E metti caso che non glielo dica nessuno, sono anche molto capaci di dirselo da soli.

  

A inquadrarla per schemi la moto è una bestia brutta. Può andare a più di trecento all’ora poggiando su due porzioni di gomma larghe quanto tigelle, a volte una sola, in caso di impennata. La moto si regge su leggi fisiche strampalatissime, armonizzate misteriosamente dall’istinto dell’equilibrio umano. La moto schifa il bagnato. La moto non protegge chi la guida. Eppure la moto entra dentro. Gestirla è una conquista che piega, ma non si spiega. E’ il veicolo da terra più simile all’aeroplano in volo. Ecco, sì, andare in moto è indicato per quelli che sognano di volare. La moto è persino una festa allegra. Tant’è che un paddock della MotoGp e uno della Formula 1 si distinguono per atmosfere come fanno un luna park e un circolo del bridge. La velocità li accomuna, d’accordo, ma il modo di interpretarla no. L’Irregolare, come tipologia d’uomo, viene storicamente accolto ed esaltato dal motociclismo. Per l’irregolare quella per la moto è una passione facile da sposare, anche se c’è modo e modo di viverla. Allora, per stare con i tempi nostri, potremmo dire che c’è l’approccio alla moto di Valentino Rossi e c’è quello di Andrea Dovizioso. Rossi e Dovizioso, Tavullia e Forlì. Quella terra lì.

  


Andrea Dovizioso (foto LaPresse)


 

In pista, bah, neanche a dirlo, nessuno dei due sta tra gli umani. Nessun pilota ci sta. La curva perfetta di un pilota della MotoGp è quella percorsa tutta sul confine sottile tra il cadere e lo stare in piedi; un chilometro orario più forte e si finisce in terra, uno più piano e si perde del tempo. Ogni sacrosanta staccata è al limite tra il rallentamento e il ribaltamento. In pista Rossi e Dovizioso coniugano le faccende del loro mestiere alla stessa maniera. Dedicano entrambi (e più della media degli altri piloti) ore meticolose all’attività paraingegneristica della preparazione della moto nel box. Poi va giù la visiera e partono per cento chilometri sul filo della lama; allora non esistono più fratelli, amici, sintonie, cortesie e favori. Un minimo garantito e sacro di rispetto e fairplay, quello sì, ma siamo io e la mia moto contro te e la tua, spingendo l’individualismo più in là. Molto più in là di ogni altra disciplina.

  

Poi, tornati a casa, Valentino, è quello delle mura di Tavullia; la Leggenda che nonostante tutto non ha saputo rinunciare al paesello e agli amici della panchina, che ha provato a stare a Londra fuggendone inguaiato e ingolfato di tasse e multe, ma felice di tornare a casa pagando tutto fino all’ultimo centesimo pur di riprendersi pataccate e moto. Valentino, che con la moto ci va pure per la strada. Dovizioso è invece il bravo ragazzo di Forlì; si sveglia presto la mattina, porta la figlia Sara a scuola, invita il prossimo al buonsenso e alla prudenza, secondo schemi etici e comportamentali precisi che dividono la vita e le follie della pista dalla normalità delle giornate a casa. Ma Dovi in moto per la strada non ci va.

 

Rossi conosce tutti i modelli in produzione e fosse per lui li proverebbe pure. Dovizioso conosce le Ducati, ma l’unica che guida davvero volentieri è la Desmosedici con cui corre in Motogp.

 

La notte di un inverno del 2002, quando Valentino era già quattro volte campione del mondo e ancora si prestava a svariate apparizioni televisive, fummo ospiti insieme di un programma condotto da Fabio Volo a Milano. Eravamo un gruppetto quando, finita la registrazione, uscimmo dallo studio per incamminarci sul piazzale del parcheggio. Valentino si diresse verso la propria auto. Io verso la mia moto. Pronti per tornare ciascuno a casa propria. Tavullia e Milano.

 


Valentino Rossi con la Ducati nel 2007 (foto LaPresse)


 

Vide per sbaglio il casco che portavo sottobraccio e mi chiese con blanda curiosità:

 

“Che moto hai?”.

 

“Una Mv Brutale 750”.

 

“Davvero? Quella nuova? Voglio provarla! Dai, prestamela che faccio un giretto”.

 

Gli brillavano gli occhi. Era intabarrato in uno sciarpone di lana grigia e grossa, coordinato con berretto e moffole. Totalmente inadatto, ma ormai acceso.

 

“Non scherzare. Sei una stella dello sport e io un giornalista. Sei un pilota della Yamaha e questa è una Mv. Il tuo casco da contratto è AGV e il mio è un Arai. Hai i guanti di lana, la sciarpa, sei senza paraschiena. E’ notte fonda, c’è la nebbia, fa freddo, magari c’è pure del ghiaccio in terra. Lascia stare”.

 

Il tentativo di impersonare padre, nonno e fratello maggiore tutti insieme fu perfettamente inutile.

 

“Pensi che io non sappia guidare?”.

 

Ora, cosa rispondi quando Valentino Rossi ti chiede “pensi che non sappia guidare?”.

 

Scosso il capo sconfitto, consegnai le chiavi e lo guardai sparire in direzione piazzale Loreto. Le mie orecchie ebeti colsero gli spasmi laceranti del povero motore preso per il collo. L’attesa fu lunga e terribile. Pensavo a un giro dell’isolato, ma il tempo continuava a passare, inutile e angosciante. I due amici di Valentino presenti un po’ sbuffavano infreddoliti e un po’ ridacchiavano da patacca allenati quali erano. Poi, un sibilo esasperato e lontano tornò a farsi sentire e si amplificò finché fu di nuovo da noi. Rossi tirò una gran frenata, svoltò nel cancello degli studi, fece fumare la gomma dietro, ci regalò dieci metri di impennata nel parcheggio e spense. Tornato.

 

“Beeeellissimaaaaa”, disse. “E anche cattiva. Impenna bene da matti. Forse è un po’ tanto reattiva, ma questa qui nelle curve in Panoramica si guida da dio!”.

 

Vincolandolo al segreto più assoluto, mi sentii di raccontare questa storia a Claudio Castiglioni, l’imprenditore varesino che quella moto l’aveva pensata e messa in produzione. La sua moto era passata per le mani felici del testimonial migliore del mondo, ma non poteva raccontarlo a nessuno.

 

“Ha detto che è bella? Davvero?”.

 

“Ha detto bellissima Claudio”.

 

Castiglioni si commosse sul serio.

 

Passai del tempo a immaginare Rossi che piegava nella rotonda di piazza Udine, che inchiodava al semaforo di via Leoncavallo, che sfrecciava su una ruota in corso Buenos Aires. Immaginai qualche automobilista della notte milanese che lo insultava. Immaginai un tassista che parlando con il cliente diceva “ma quello lì... Ma si crede Valentino Rossi?”

 

Era proprio Valentino Rossi. E lo è ancora quando, con un casco di Rossi calato sulla testa, si mimetizza in mezzo a mille altri che hanno lo stesso casco e con la sua Yamaha XJR1300 (e spesso anche con il suo scooterone TMax) va a farsi un giro sulla strada Panoramica che collega Gabicce a Pesaro. Pare che capiti ancora. Non sfidate mai una Yamaha in Panoramica tra Gabicce e Pesaro. Specie se in sella c’è uno con un casco uguale a quello di Valentino Rossi. Nel dubbio, lasciate perdere.

 

Quando invece è al volante della macchina, dalle sue parti, i motociclisti che lo riconoscono, affiancandolo al semaforo, capita che lo omaggino con campionari di idiozie per cui il codice della strada si suicida.

 

“E’ così”, dice lui un po’ goduto. “Qui da noi è così”.

 

A Dovizioso invece i pericoli appaiono nitidi e ingombranti. Il senso di responsabilità nei confronti di sua figlia lo sovrasta e lo frena. Può saltare a dieci metri d’altezza con la moto da cross durante gli allenamenti, ma per strada non ce n’è.

 

“Perché hai venduto quella Audi con 600 cavalli e ti sei preso questa che è diesel e non va?”.

 

Lui risponde: “Perché era inutile. Tanto non si può correre. Questa è comoda, consuma poco ed è molto capiente”.
Va bene, però su, fammi vedere qualcosa da pilota!

 

“No. Un pilota si sfoga già molto in pista. In pista abbiamo il massimo. Tutte le altre sensazioni sono inferiori a quelle che provo in pista”.

 

“Qualcosa di irregolare?”.

 

“Forse posso dirti che io andrei anche forte come se non ci fosse un domani, ma per la strada ci sono gli altri. Mi fido meno di loro che di me. Però, chissà...”.

 

Il ducatista più famoso del mondo ti lascia lì, con il dubbio che anche dentro di lui, in qualche posto nascosto, feroce se ne stia annidato il morbo.

 

Il morbo del patacca che aveva in Marco Simoncelli il testimonial più veloce, schietto e simbolico mai prodotto. Buono per la strada, buono per la pista, buono per la Romagna e per l’Italia a tutto tondo. Simoncelli che adorava Rossi e faceva fatica con Dovizioso era in realtà la loro perfetta integrazione. Era, anzi, il terzo vertice di un triangolo umano e sportivo difficilmente ripetibile. Preziosi uomini da corsa di una terra triangolare.

  



Guido Meda, giornalista e conduttore televisivo, vicedirettore di SkySport e responsabile della redazione motori, da 18 anni è il commentatore della MotoGp. 52 anni, marito e papà fierissimo di tre figli. Fa a pugni con la statistica e con i numeri, predilige le storie umane. Pilota amatoriale di moto, auto e aeroplanini, è incapace di stare con i piedi per terra. In tutti i sensi.

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