Il tempo di Francesco Bagnaia

Giovanni Battistuzzi

Le tre vite del pilota italiano dello Sky racing team VR46 che ha conquistato il titolo di campione del mondo in Moto2 e la startup motoristica di Valentino Rossi

Raccontava Jean-René Gougeon, uno dei più famosi fantini della storia del trotto, che “non sempre i purosangue fanno i purosangue. Ogni tanto sembrano trasformarsi in ronzini, sembrano non valere niente. Serve qualcosa che li trasformi, che ne liberi la forza”. Questo qualcosa, per Gougeon, era un mescolio di “fiducia, amore e strizza”. Questo vale anche quando i cavalli non sono a quatto zampe, ma motore. Perché anche su una motocicletta i purosangue possono ogni tanto sembrare ronzini.

 

Lo spiegava John Surtees, che ci impiegò quattro anni per vincere una gara, poi tra gli anni 50 e 60 conquistò sette titoli mondiali tra 350 e 500 e pure uno in Formula 1. “Ci vuole il tempo giusto per dimostrare il proprio talento. A differenza dei miei tempi ora c’è meno pazienza – disse nel 2008 – Bisogna lasciare tempo ai ragazzi, non tutti sono pronti a 18 anni”.

 

Francesco Bagnaia aveva sedici anni quando è sceso per la prima volta in pista in una gara del Motomondiale. Sono passate 108 gare da allora, cinque anni che sono tre vite: quella dell’attesa, quella della delusione, quella della ribalta e della rivalsa. Perché quando Pecco si è affacciato in Moto3 gli addetti ai lavori erano più o meno tutti concordi nel dire: “Diventerà qualcuno”. Perché per tre anni Pecco ha combinato poco, meno di quello che si poteva sperare. Perché il 4 novembre 2018, con il terzo posto ottenuto sul tracciato di Sepang, Malesia, è diventato campione del mondo della Moto2.

 

 

Tre vite che sono un refolo, che sembravano un secolo, nonostante sia il nono più giovane campione del mondo della classe intermedia.

 

Perché se a cavalcioni di una motocicletta dai paga a tutti sin da bambino e con una facilità a volte imbarazzante, viene facile pensare che tu possa continuare a farlo ovunque. E subito. Così quando inizi a star dietro a chi eri solito star davanti viene il dubbio di aver preso un abbaglio. Dubbi ai quali non ha ceduto chi lo ha scoperto. Valentino Rossi lo aveva visto volare in Cev, il massimo campionato motociclistico spagnolo. L’aveva visto battagliare con Alex Rins e Alex Maquez, gente che in moto va forte: il primo su una Suzuki protagonista in MotoGp, il secondo campione del mondo in Moto3 nel 2014. Valerossi l’aveva voluto nella sua Academy, l’ha messo in pista. Nel 2014 gli affida una Ktm dello Sky racing team VR46. Va male: qualche piazzamento, qualche caduta, nessuno squillo. Valerossi non desiste, sa benissimo che Bagnaia ha classe: deve soltanto trovare il limite, questione di tempo.

 


Foto LaPresse 


 

Rossi è uno che non ha mai mollato, chiede solo una cosa ai suoi ragazzi: ostinazione. E così Bagnaia lascia Torino e si trasferisce a Tavullia, al Ranch: si allena con gli altri piloti, derapa su di un motard nello sterrato del circuito voluto dal campione. E decide di rimettersi in gioco: lascia lo Sky racing team VR46 per il Mapfre Team Mahindra, moto meno performanti, più manico per farle andare forte: un podio il primo anno e diverse gare storte, due vittorie e tre podi il secondo, quarto nel Mondiale. Valerossi lo riprende in quell’incubatore di talenti che è il suo team, ma in Moto2. E’ il 2017 e Pecco inizia ad andare. A Jerez, quarta gara, è già sul podio. Si ripeterà al Mugello, al Sachsenring e a Misano. Chiuderà quarto. Va forte, ma gli dicono che se vuole vincere deve essere più cattivo. E lui alla prima gara del 2018 dimostra di aver capito: all’ultimo giro chiude la porta in faccia a Baldassarri. E’ il primo degli otto successi. In Austria fa un capolavoro di tenacia e classe motociclistica. Alla penultima curva stacca oltre il limite, mette fuori il piede e sorpassa Oliveira.

 

 

Il prossimo anno Bagnaia lascerà l’ovile, guiderà una Ducati in MotoGp: da allievo si trasformerà in rivale di Valerossi. Doveva andare così. Il prossimo anno accanto a Luca Marini in Moto2 ci sarà Nicolò Bulega. Perché quando Sky e Valerossi hanno deciso di unire gli sforzi sapevano di essere un passaggio, una startup motoristica. L’idea era semplice: far crescere al meglio i migliori piloti italiani, dar loro la possibilità di diventare i più forti, di battere il maestro.

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