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La Nations League è sempre meglio che niente

L'inutilità delle domeniche senza campionato e degli ex azzurri che commentano la Nazionale

10 Settembre 2018 alle 15:49

La Nations League è sempre meglio che niente

Foto LaPresse

[Questo articolo è tratto dal Foglio Sportivo dell'8 e 9 settembre. Qui potete leggere l'intero numero]

 

Travolto dal vento sulle bianche scogliere di Dover, osservo il continente e ripenso con la nostalgia degli amanti a quanto ci sembrino ormai lontane e superate nel tempo le settimane eccitanti del Mondiale di Russia. Ve lo ricordate? Non voi, che non c’eravate e avete tifato Croazia dai vostri salotti e dalle vostre spiagge, venendo giustamente beffati alla fine. Il Mondiale può essere l’anno zero per il calcio inglese, tornato ad avere non dico un gioco ma almeno un senso, un ruolo, un peso nella nuova geopolitica pallonara populista, in cui le élite di un tempo contano meno di un partito di sinistra qualsiasi e i nuovi barbari dettano legge, elogiati a seconda dei casi dai commentatori in cerca di metafore (la Francia vince perché multiculturale, la Polonia perde perché bianca e fascista, ça va sans dire, la Germania multiculturale perde perché vecchia, la Croazia tutta di croati vince per Modric, of course). Quanto ci sembrano antiche quelle serate in cui la birra scendeva dal cielo a benedire vittorie insperate, tabù sfatati e nuove amicizie al pub nate grazie ai cross di Trippier e ai gol di Kane. Come dopo gli innamoramenti estivi, settembre diventa il più crudele dei mesi – come aprile, certo, quando la tua squadra è fuori dalle coppe e non può più vincere il campionato. E dato che cominciare è bello (soprattutto una nuova pinta di Guinness) guardiamo tutti con attesa a questo nuovo torneo tra Nazionali che sostituirà le amichevoli, tradizionali portatrici di false speranze. Ci sono i punti in palio, c’è pure l’inno così così, in teoria le Nazionali dovrebbero fare sul serio. Ce lo auguriamo tutti, poiché poche cose nella vita sono più intollerabili della pausa del campionato (le city car parcheggiate a spina di pesce che ci illudono di avere trovato parcheggio, il tabacco della pipa bagnato, le donne astemie).

 

Il nuovo inizio dell’Italia – allenata da uno che lancia appelli salviniani ai club affinché facciano giocare gli italiani dopo una carriera passata a far giocare stranieri – è complicato, complicatissimo: i calciatori sono quello che sono, Mancini è tutto da scoprire (non ho visto Italia-Polonia, non seguo il calcio minore), ma soprattutto con l’addio di Buffon è calata sugli Azzurri la maledizione degli ex campioni del mondo, interpellati ogni due giorni per un commento benevolo sulla squadra che un tempo fu loro. Liberatisi dei reduci del 1982, agli italiani ora toccheranno anni con i reduci del 2006, che dopo ogni sconfitta spiegheranno che la loro forza era il gruppo ma anche il talento ma anche la grinta ma anche la fortuna, e dopo ogni vittoria applaudiranno commossi come quei genitori alle recite dei figli che dicono al vicino di posto “anche io da piccolo ero bravo sul palco”, portando però una sfiga colossale. Lo sappiamo bene noi inglesi, che viviamo con le costanti apparizioni dei fantasmi del 1966.

 

Avviandoci verso la triste e vuota estate del 2019, già pregustiamo gli Europei del 2020, quelli del tendone da circo, che si sposteranno in mezza Europa per concludersi però più che mirabilmente a Wembley – un dovere morale esserci, un imperativo categorico vincere la finale.

 

Per fortuna tra una settimana si ricomincia con la Premier League, però i gossip di mercato fuori dal periodo di calciomercato sono poco sopportabili, e non vedo l’ora di rivedere in campo il Chelsea di Sarri: da quando ha raccontato di avere saputo di Ancelotti al Napoli guardando la tv mentre discuteva di un suo possibile rinnovo, mi sta ancora più simpatico.

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