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Che noia la pausa per la Nazionale

Cosa c’è di peggio di un weekend senza serie A? Il turno infrasettimanale. Partite bruttine e dai risultati scontati, piccole rassegnate che schierano riserve improbabili

14 Ottobre 2018 alle 06:00

Che noia la pausa per la Nazionale

Giorgio Chiellini durante l'amichevole della Nazionale contro l'Ucraina (foto LaPresse)

[Questo articolo è stato pubblicato nell'ultima edizione del Foglio Sportivo in edicola sabato 13 e domenica 14 ottobre con il Foglio del weekend. Se volete potete leggerla qui

  


  

Che noia che barba, che barba che noia. Non c’è niente di peggio di un weekend autunnale senza campionato. Anche se è un campionato che si sa già come va a finire. Non si interrompe così un’emozione. Proprio adesso che la classifica cominciava a prendere forma, che le squadre hanno tutte raggiunto una condizione fisica decente, che è arrivato il tempo dei primi esoneri, persino di quelli assurdi che ci piacciono tanto (leggi Ballardini), e quindi dei primi grandi cambiamenti in panchina, già in attesa del mercato di gennaio. Intendiamoci, è così da sempre. Abbiamo sempre preferito la degustazione di un Juventus-Genoa, o di Roma-Spal, o di Udinese-Napoli, non parliamo di Inter-Milan, proprio adesso che i fantasmi delle milanesi stanno riacquistando fattezze calcistiche, alla consumazione di un Polonia-Italia. Persino quando Polonia-Italia era magari valida per una qualificazione mondiale o europea, invece che per questa incomprensibile Uefa Nations League, un torneo simile a quello di fine luglio-primi di agosto, la fiera campionaria itinerante che si è sostituita ai ritiri in montagna, la International Champions Cup, altro nome altisonante scelto per nobilitare il nulla. Figuriamoci adesso che la Nazionale non è più la Nazionale.

 

Nella stagione 2017/18, le prime cinque hanno conquistato il 90,5 per cento dei punti disponibili il mercoledì

Nel senso che prima divideva i tifosi durante la stagione (quando si litigava su chi meritasse di essere convocato e chi no), per poi riunirli alla fine quando si giocavano sul serio Mondiali o Europei. Ora invece unisce sempre tutti, ma nel disinteresse, nello scetticismo, nella sfiducia, nello sconcerto persino delle domande che non possono avere risposta (Giovinco perché? Belotti perché no?). Ogni partita azzurra è diventata un tormento di per sé, non soltanto perché ci lascia per quindici giorni fra color che son sospesi. Una sosta, quella del campionato, che dovrebbe essere vietata.

 

Eppure, per noi calciofili incalliti, una cosa ancora più insopportabile della sosta internazionale forse c’è: il campionato a metà settimana. Il mercoledì e i suoi fratelli, martedì e giovedì, vanno lasciati alle Coppe. Oppure, perché no, proprio alle Nazionali, ché magari poi con raduni meno lunghi si riducono le possibilità dei vari commissari tecnici di fare danni: cambiare sistemi di preparazione rispetto ai club, aumentando così le possibilità di infortuni dei giocatori, piuttosto che inventarsi chissà quali alchimie tattiche, invece di schierare gli undici migliori più in forma, ciascuno nel suo ruolo abituale, come sarebbero costretti a fare se non avessero tempo per pensare troppo. Ma la serie A a metà settimana no, per favore, non più.

 

Il campionato di mercoledì è una pillola così amara che per fortuna le prescrizioni stanno diminuendo. Quest’anno sono soltanto tre: la prima l’abbiamo già trangugiata, la prossima sarà il 26 dicembre, giorno festivo e perciò con un po’ meno disagi, l’ultima il 3 aprile. Si può parlare di riduzione del danno. Nelle prime stagioni in cui vennero inseriti, e cioè da quando la serie A è passata a 20 squadre, 2004/2005, i turni infrasettimanali erano addirittura cinque. Ma con la quantità è via via calata pure la qualità. In Italia si sono cominciati ad affrontare i mercoledì di campionato in un modo così deprimente, per gli appassionati, per i tifosi che nessuno mai considera, che non ci sarebbe da stupirsi se prima o poi anche le altre Leghe europee, attratte dal peggio, non ci copiassero. Non parliamo qui tanto del cambiamento, peraltro piuttosto fastidioso, di abitudini – come conciliare lo stress della partita con le fatiche di una giornata di lavoro pieno, dove e come piazzare la cena, soprattutto se si va allo stadio, come riuscire a prendere sonno a un’ora decente, dopo le difficoltà di metabolizzazione sia di gioie sia soprattutto di dolori, in vista della sveglia mattutina – del resto lo spezzettamento di orari nel weekend ci ha reso più flessibili e adattabili, quanto alla mediocrità e soprattutto alla prevedibilità dello spettacolo offerto. Ci avete fatto caso? Tutte le partite feriali, molto più di quelle del weekend, si sa prima come vanno a finire e vanno a finire proprio così. Le sorprese sono progressivamente scomparse.

 

Una situazione paradossale: finora in campionato le due ultime in classifica hanno già impiegato 50 calciatori

No, non è un caso. Innanzitutto, è una conseguenza di una scelta che sta a monte. Fra le istruzioni impartite al computer che sforna i calendari c’è il divieto di piazzare nei turni infrasettimanali derby e scontri diretti fra le grandi. Che è come dire: sì, sappiamo che non ha senso giocare il campionato di mercoledì e perciò evitiamo che in quel giorno si giochino partite importanti, quelle che riempiono, più o meno, gli stadi e che garantiscono i migliori indici d’ascolto alle emittenti televisive. Ma non può essere solo per questo se i risultati sono così scontati. Occhio ai dati. Nella prima giornata infrasettimanale di quest’anno, a cavallo del 26 settembre, le prime cinque in classifica (Juventus, Napoli, Inter, Lazio e Roma) hanno conquistato 15 punti su 15; le cinque squadre meno titolate (cioè le tre neo-promosse Empoli, Parma, Frosinone e le due ultime salve della passata primavera Spal e Chievo) ne hanno ottenuto 1 su 15.

 

Anche negli ultimi anni si erano registrate performance simili. Nella stagione scorsa, le prime cinque (Juventus, Napoli, Roma, Inter e Lazio) in tre giornate infrasettimanali hanno conquistato 38 punti su 42 disponibili, il 90,5 per cento, soltanto due pareggi in 14 partite (la quindicesima era una Lazio-Napoli non considerata scontro diretto), mentre le ultime cinque (Benevento, Verona, Crotone, Spal e Cagliari) ne hanno conquistati 6 su 42, 3 dei quali però ottenuti dal Cagliari a spese del Benevento, altrimenti sarebbero stati solo 3 pareggi in 13 incontri. Per capire meglio la differenza: in tutto il campionato, le cinque grandi hanno conquistato l’81,8 per cento dei punti disponibili rispetto al 90,5 del mercoledì, le ultime cinque il 31 per cento rispetto al 14,3 del mercoledì. Molto vicine, solo leggermente meno clamorose quelle delle prime cinque, le percentuali del 2016/2017.

 

Ma non è sempre stato così. Nella prima serie A a 20 squadre del nuovo millennio (2004/2005), le prime cinque classificate (Juventus, Milan, Inter, Udinese e Sampdoria) ottennero nei turni infrasettimanali 51 dei 72 punti disponibili, e cioè il 70,8 per cento, mentre le ultime cinque (Atalanta, Brescia, Bologna, Parma e Fiorentina) ne conquistarono 22 su 72, e cioè il 30,6 per cento. Avvicinandoci di più ai giorni nostri, per esempio nella stagione 2010/2011, le prime cinque (Milan, Inter, Napoli, Udinese e Lazio) di mercoledì conquistarono soltanto 28 dei 57 punti disponibili, il 49,1 per cento, mentre le ultime cinque (Bologna, Lecce, Sampdoria, Brescia e Bari) ne fecero 16 su 57, il 28,1 per cento.

 

Non è così neppure all’estero. Nel primo turno infrasettimanale della Liga in corso le prime cinque in classifica hanno ottenuto il 75 per cento dei punti disponibili, tutt’altro che una razzia, e le ultime cinque addirittura il 58,3. Inoltre, non ci sono particolari vincoli agli scontri diretti di mercoledì: in Spagna c’è già stato un Siviglia-Real Madrid e la prossima volta ci sarà Valencia-Real Madrid; in Inghilterra il primo mercoledì di questa stagione, il 4 dicembre, proporrà Manchester United-Arsenal.

 

Una spiegazione di questa anomalia italiana c’è: non solo a metà settimana sono più frequenti i testa-coda, ma in più le piccole vi si presentano senza airbag. Si è infatti sempre più radicata negli ultimi anni l’abitudine degli allenatori di bassa classifica di affrontare le grandi con formazioni largamente rimaneggiate. Il ragionamento è questo: 1) alle tre partite in otto giorni noi che non facciamo le Coppe non siamo abituati; 2) le partite contro le grandi siamo rassegnati a perderle comunque; 3) tanto vale perciò risparmiare buona parte dei giocatori migliori, in modo da averli freschi la domenica successiva contro avversari maggiormente alla portata.

 

Questo ricorso infrasettimanale alle seconde linee aiuta peraltro a fronteggiare uno dei problemi che il calcio italiano si è recentemente creato senza che se ne sentisse il bisogno: quello dell’inarrestabile estensione delle rose extra-large con tutto ciò che ne comporta, naturalmente sotto il profilo del costo del lavoro a carico delle società, ma anche degli umori sempre più cattivi da gestire negli spogliatoi. Una situazione insostenibile e per certi versi paradossale, se si considera che finora in questo campionato le due ultime in classifica, che ovviamente non hanno impegni europei, hanno finora già impiegato 50 calciatori: 28 l’incredibile Frosinone e 22 il Chievo. Cioè: tutte e due più della Juventus e del Napoli del turnoverista Ancelotti che si sono finora entrambe fermate a quota 21.

 

Ricapitolando: non ci sono solo la scomodità del giorno feriale e degli orari – chissà perché sabato e domenica le notturne si giocano alle 20.30, mentre martedì, mercoledì e giovedì alle 21 – e lo scarso appeal delle partite in programma, ma pure il fastidio di vedere in campo una pletora di pipponi che, non si sa come, anche se si sa perché, sono stati surrettiziamente introdotti in serie A.

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