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“Il tennis, mia condanna e mia gioia”. Parla Cecchinato

I viaggi, la solitudine, le sconfitte, la voglia di mollare tutto. E poi la svolta, le vittorie, il Roland Garros e il futuro da giocare ancora. Iniziano gli US Open, e il nostro tennis è tornato a essere vivo e vincente

26 Agosto 2018 alle 06:00

“Il tennis, mia  condanna e mia gioia”. Parla Cecchinato

Foto LaPresse

In edicola con Il Foglio del weekend, c'è Il Foglio Sportivo. Quattro pagine settimanali interamente dedicate allo sport. Di seguito uno degli articoli del secondo numero. Il resto potete leggerlo qui.

 


 

Le vittorie liberano da tutti i mali. Guariscono le ferite, perdonano i peccati. Marco Cecchinato lo ha capito in un giorno di inizio giugno, sul campo centrale del Roland Garros. Aveva appena battuto nei quarti di finale l’ex numero uno al mondo Novak Djokovic e non riusciva a crederci. Poi si è è lasciato cadere sulla terra rossa, si è nascosto gli occhi con le mani, ha cominciato a piangere e ha continuato a non crederci. Ma era successo davvero, il pubblico francese applaudiva per lui. Il tennista di Palermo sta per scendere in campo per gli Us Open, dove farà il suo esordio da testa di serie in uno Slam, la numero ventidue. “Spero che il finale di stagione sia all’altezza di ciò che è successo negli ultimi mesi”, dice il tennista siciliano al Foglio. “Il tennis gira veloce. Dopo Parigi e i tornei sull’erba, mi sono riposato tre giorni e poi ho subito cominciato la preparazione per New York”. Durante la conversazione, la telefonata si interrompe spesso, lui richiama ogni volta, e ogni volta si scusa. “Il cemento non è la mia superficie preferita – ammette – i rimbalzi sono più veloci, la pallina scivola via. Quest’anno però ho capito che questo sport è bello e non impossibile, se sai tenere in mano una racchetta ti abitui a giocare ovunque”. Ha la voce felice Cecchinato, parla veloce, non vuole fermarsi. Il passato si è dissolto e si è portato via il peso di ogni speranza mal riposta, gli obiettivi mancati, la noia e la frustrazione, le sconfitte che fanno male e non insegnano nulla.

 

Il 2018 è stato un anno di promesse finalmente mantenute, non soltanto per lui. Il tennis maschile italiano ha cominciato a mostrare i denti, ad affacciarsi nei campi più belli e importanti non soltanto per partecipare: Fabio Fognini, a trentun anni appena compiuti, il 5 agosto a Los Cabos, in Messico, ha conquistato il suo primo titolo Atp sul cemento vincendo in finale contro Juan Martin del Potro. Adesso è il numero 14 al mondo, a una sola distanza dal suo best ranking. Dietro di lui non c’è più il vuoto: tra i primi sessanta giocatori al mondo ci sono quattro italiani. Non succedeva dal 1976, l’anno in cui Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli vinsero la coppa Davis contro il Cile di Pinochet. Marco Cecchinato, dopo le prime vittorie in carriera in un torneo Atp, a Umago e a Budapest, oggi è il numero 22 al mondo. Il ventiduenne romano Matteo Berrettini, vincendo in singolo e in doppio (in coppia con Daniele Bracciali) a Gstaad è il numero 50, Andreas Seppi dieci posizioni indietro. C’è adrenalina nell’aria. “Sta succedendo qualcosa di magico, senza bisogno di dirci niente ci stiamo aiutando a vicenda”, commenta il tennista siciliano. Le vittorie sono personali e contagiose: vedi i tuoi compagni vincere, ti esalti, vuoi vincere anche tu. “Abbiamo capito che c’è spazio anche per noi. Prima non avevamo nemmeno il coraggio di pensarlo. E’ una questione di fiducia e di orgoglio, se intorno a te vedi vittorie ed entusiasmo, alzi la testa, tiri più forte, smetti di avere paura”. Sono diciannove gli azzurri partiti per gli Us Open, quattordici alle qualificazioni, cinque nel tabellone principale: Fognini, Seppi, Cecchinato, Berrettini e Paolo Lorenzi, appena rientrato tra i top 100. “Quello che sta succedendo oggi aiuterà il tennis di domani, lo renderà più stabile, con più punti di riferimento. I bambini si appassionano più facilmente quando vedono i loro giocatori vincere”.

 


Foto LaPresse


 

L’anno scorso, in questo periodo, il tennista di Palermo era fuori dai primi cento giocatori al mondo. Alle qualificazioni di Flushing Meadows aveva perso al primo turno contro il numero 534 del ranking, JC Aragone. Per conquistare punti e posizioni viaggiava nei circuiti minori, Como e Genova, Sibiu e Montevideo, in tutto 31 sconfitte e 42 vittorie, troppo poche.

 

Poi, improvvisamente, è cambiato tutto. “E’ successo a dicembre dello scorso anno, mentre mi preparavo per la nuova stagione. Quando mi allenavo mi sentivo leggero, con la testa libera e il braccio sciolto. Avevo un obiettivo per il 2018: entrare tra i primi cinquanta giocatori al mondo e non scivolare mai indietro. Finalmente, dopo anni di gavetta mi sembrava che fosse arrivato anche il mio momento”. 

 

Nello sport la passione serve a farti amare quello che fai ma non ti porta lontano. Il tennis è il gioco dei pazienti, dei maniaci, degli ostinati. Ore e ore passate dentro a un campo a lanciare palline contro il vuoto per migliorare il momento di impatto del rovescio, l’equilibrio dei piedi e delle gambe, la simmetria delle spalle nel tirare il servizio. Sono dettagli, centesimi di secondo, vengono allenati per anni interi e a volte non basta. “Mi mancava sempre qualcosa. Era strano, mi sentivo un professionista, eppure ogni volta che affrontavo avversari più forti di me, avevo l’impressione che giocassero un altro sport. Era frustrante, non riuscivo ad accettarlo”. Il tennis ti toglie anche il sangue dal corpo e per molto tempo non ha niente da offrire, nessuna ricompensa in cambio di molti sacrifici. Marco Cecchinato ha cominciato a giocare a tennis quando aveva cinque anni. Suo zio, Gabriele Palpacelli, attuale presidente della Federazione tennis siciliana, è stato il suo primo maestro e non ha mai avuto grandi aspettative nei confronti del nipote. Da piccolo Marco non è stato un talento: “Ero bravino, niente di più. In Sicilia c’erano molti bambini più forti di me. Contro di loro perdevo sempre e non mi importava: il tennis mi piaceva, ma mi piaceva molto di più giocare a calcio. Fino ai dodici anni non c’è stato paragone”. Era e continua a essere tifosissimo del Milan. Non si è mai dimenticato la formazione con cui i rossoneri lo hanno fatto piangere di gioia il 28 maggio del 2003 all’Old Trafford contro la Juventus, quando hanno conquistato la Champions League: “Dida, Costacurta, Nesta, Maldini, Kaladze. Ma il mio mito è sempre stato Kakà”. Faceva l’attaccante, il Palermo lo voleva in squadra, ma lui ormai aveva deciso di dedicarsi al tennis. “Non me ne sono mai pentito però mi piaceva far parte di un gruppo, abbracciare i miei compagni dopo un gol, cercare il loro sguardo nei momenti di difficoltà. Da noi non succede mai, quando entri in campo e non ti senti le gambe nessuno viene a correre al posto tuo”. Nel 2008 Palpacelli comincia a intravedere qualcosa quando il ragazzino vince i campionati italiani under 16 a squadre. L’anno dopo Cecchinato decide di lasciare la scuola e gli studi di ragioneria e si trasferisce a Caldaro, in Trentino, da Massimo Sartori, per dedicarsi al tennis e soltanto al tennis. “Le carriere degli atleti non cominciano con le prime vittorie e gli applausi del pubblico”. Prima della terra di Parigi ci sono stati anni di campi roventi in cui la pallina rimbalzava male, fusi orari diversi, alberghi senza stelle, jet lag mai smaltiti, tutta la vita chiusa in un borsone da tennis e una domanda: siamo proprio sicuri che ne valga la pena? “Sono ancora giovane ma sulle spalle ho vent’anni di tennis e me li sento tutti addosso. A diciassette anni ho lasciato la Sicilia e la mia famiglia per provare a diventare un giocatore. Mi ricordo che stiravo, cucinavo, mangiavo e dormivo da solo, tutto in nome del tennis. Speravo di farcela, ma la verità è che non sapevo ci sarei riuscito”. Non aveva risposte, ha imparato a trattenere ogni domanda. Cosa se ne sarebbe fatto di tutto quel tennis? Meglio non pensarci, meglio continuare a giocare.

 

Nel 2015, a ventidue anni, Cecchinato entra per la prima volta tra i top 100. Di quel periodo si ricorda soprattutto gli aerei che ha dovuto prendere. “Viaggiavo ogni settimana, da una parte all’altra del mondo. Quando vincevo una partita riuscivo a fermarmi un attimo, se perdevo prendevo il primo volo e andavo a giocare in un altro posto”. Challenger, futures, tornei minori, nessuno spettatore, qualificazioni su qualificazioni, primi e secondi turni e pochissimi soldi. Il futuro non arrivava mai, il presente era un’incognita, un’illusione, un nodo in gola perenne. Continuava a mancargli qualcosa. “Ero un giocatore di difesa, con un rovescio debolissimo, che non faceva male a nessuno. In campo me ne stavo sulla linea di fondo e da lì non mi muovevo, non ne avevo il coraggio”.

 



 

Nel 2015 il tennista di Palermo ha avuto paura che la sua carriera appena cominciata potesse finire all’improvviso, nel peggiore dei modi. Il Tribunale federale della Fit lo squalifica per diciotto mesi per presunte scommesse, “per avere violato i doveri di lealtà e correttezza”. Marco voleva mollare tutto, gettare all’aria la racchetta, il tennis, la vita che aveva vissuto e ricominciarne una nuova fuori dal campo. Aveva appena cominciato a vincere, non avrebbe avuto la forza di fare un passo indietro, mettersi un’altra volta in sala d’attesa. Il Collegio di Garanzia però lo assolve, Marco può continuare a giocare. Di quel periodo Cecchinato non vuol parlare, ammette di avere sofferto molto, ma gli è servito anche quello. Insieme al suo coach Simone Vagnozzi ha imparato che nello sport la costanza non basta, la dedizione nemmeno: il tennis vuole l’anima e il corpo. Marco ha stravolto il suo modo di giocare, è diventato aggressivo, ha trovato il coraggio di mettere i piedi dentro al campo, di farsi vedere dal suo avversario. Ha migliorato il servizio e il diritto, il colpo con cui quest’anno ha conquistato più punti. “In campo porti dentro tutto ciò che sei. Io ho cominciato a vincere le partite quando ho capito che potevo fidarmi di me stesso”. Marco si è fatto uomo il 5 giugno di quest’anno, durante i quarti di finale del Roland Garros contro Novak Djokovic, che quest’anno ha vinto Wimbledon e il torneo di Cincinnati. Quando parla di quel giorno si emoziona ancora. “Avevo i brividi, mi sentivo il cuore in gola, mi mancava il respiro, provavo a tenermi in piedi pensando che avrei avuto il tempo di respirare alla fine della partita”. In quella partita è successo di tutto. “Vincevo due set a zero e Djokovic è riuscito a recuperare. Mi è venuta paura di vincere, poi di perdere e poi ancora di vincere. E’ stato emozionante, ma non mi sono divertito nemmeno per un attimo”. Qualcuno ha paragonato la sua impresa a quella di Alberto Tomba del 1988, quando anche il Festival di Sanremo, nell’anno di Massimo Ranieri e di “Perdere l’amore”, si è fermato per mostrare a tutta Italia la discesa gigante dello sciatore italiano e la conquista della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Calgary. Cecchinato è arrivato in semifinale al Roland Garros poi ha perso contro Dominic Thiem. “E’ la nostra gioia e la nostra condanna. Vinciamo una partita e al massimo due giorni dopo siamo di nuovo in campo”. Quest’anno il tennista di Palermo ha conquistato un montepremi di più di un milione di dollari ma non si è concesso alcun regalo. “Non voglio farmi nemmeno sfiorare dal pensiero di essermi meritato qualcosa. Per me il 2018 è stato un punto di svolta, l’inizio di una carriera nuova. Mi godo il momento ma nemmeno troppo, gli aerei da prendere sono sempre gli stessi. Nel tennis non esistono strade in discesa”. Le vittorie chiamano vittorie, una sensazione a cui non ci si abitua mai. Lunedì scenderà in campo a Flushing Meadows e per la prima volta sarà testa di serie: “Sapevo che prima o poi mi sarebbe ritornato indietro qualcosa, non mi aspettavo una ricompensa così grande, ma me la sono sudata e me la tengo stretta. Finalmente anche io ho qualcosa da difendere”.

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