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Da “migliore degli altri” a campione. Il 2019 può essere l'anno di Zverev

Giorgia Mecca

Il tennista tedesco che ha vinto le Atp Finals di Londra è pronto a interrompere per sempre il dominio dei tre giocatori più forti del mondo. O almeno a provarci

John McEnroe ha sempre invidiato una cosa a Roger Federer, soltanto una, ma forse la più importante. “A differenza mia, lui, ancora oggi, ama stare dentro a un campo da tennis. Ed è per questo che riesce a passare sopra alle delusioni e alle sconfitte, per amore”. L’ex campione statunitense, in un’intervista a Friedrich Kunath per il magazine Racquet ha ammesso che lui a fine carriera si sentiva come un vecchio e stanco fumatore che non riusciva a dire addio alle sigarette. Il tennis gli faceva più male che bene, l’aveva capito ma non sapeva come comportarsi. Non è stato facile decidere di smettere, non lo è mai per nessuno. Nel 1990, si era convinto che con volontà e dedizione avrebbe potuto ritornare ai livelli di un tempo, e anzi, addirittura a migliorare. Non fu così: la verità è che dopo i trent’anni, dentro a un campo le carriere precipitano, diventano scatole vuote, il passato è un’ombra, non gioca al posto tuo. McEnroe non poteva più vincere e non voleva più perdere. Era il 1992, aveva 33 anni quando abbandonò il tennis con qualche rimorso e qualche rimpianto. A chi gli chiese se si fosse mai pentito del ritiro, lui rispose di no, mai. “Ho dedicato a questo sport tutta la mia infanzia e la gioventù. Per me può bastare così”.

 

A Roger Federer invece non basta ancora. Il numero tre del mondo tra pochi giorni comincerà la sua ventunesima stagione da professionista. Il tennista svizzero, dal 1998 ha partecipato a 72 tornei dello Slam vincendone venti. L’ultima volta è successo esattamente un anno fa, agli Australian Open. Dal 14 gennaio, a 37 anni, dovrà difendere il titolo ancora una volta. E ancora una volta i suoi avversari sono Novak Djokovic e Rafa Nadal, il numero uno e il numero due del mondo. L’hanno definita l’età dell’oro del tennis, la più grande generazione di campioni che questo sport abbia conosciuto: non era mai successo che nello decennio avessero giocato contemporaneamente tre tennisti così forti e così vincenti, capaci di neutralizzare la concorrenza e di vincere in tre 57 dei 67 tornei dello Slam disputati dal 2004 ad oggi. Djokovic, Federer e Nadal in carriera si sono affrontati 137 volte. Il tennis, intanto, era diventato esperienza religiosa e filosofica, non soltanto un gioco, ma anche estetica, letteratura e psicologia. Tutto merito di loro tre e della loro rivalità: l’eleganza di Federer, il sudore di Nadal e il fisico di Djokovic, le battaglie tra lo svizzero e lo spagnolo finite al tramonto sull’erba di Wimbledon, tra applausi, lacrime e inchini. E poi l’avvento di Djokovic e il suo 2016 da cannibale, la fine dei vent’anni, i ritiri, la schiena maledetta, gli infortuni e i ritorni; notizie di morti fortemente esagerate e altrettanto fortemente smentite dalle ultime due stagioni: 8 Slam e tre vincitori, sempre i soliti. E gli altri? Quali altri?

 

Federer, giustamente, sbuffa ogni volta che qualcuno fa riferimento al suo ritiro, Nadal nei giorni scorsi ha dichiarato di essere felice perché ha ricominciato a giocare bene nonostante l’ennesimo infortunio, Djokovic è finalmente in pace con sé stesso e fa bene, ha finito l’anno in cima alle classifiche, con un bilancio di 38 partite e soltanto 3 sconfitte. Saranno ancora loro i padri padroni del tennis maschile nel 2019?

 

“Finisce tutto, finiremo anche noi, può sembrare strano ma non siamo eterni”, ha detto Nadal. L’età dell’oro termina

“È impossibile che un giocatore così forte e completo e potente non vinca a Wimbledon o a Flushing Meadows”

La risposta a questa domanda l’ha suggerita Nadal qualche anno fa: “Finisce tutto, finiremo anche noi, può sembrare strano ma non siamo eterni”. I tre giocatori sono immensi e invecchiati, l’età dell’oro sta terminando, loro non sono immortali e lo stanno realizzando.

 

La grande novità del 2018 sono state le Atp Finals di Londra dello scorso novembre, vinte da Alexander Zverev. Il ventunenne tedesco numero 4 al mondo, a Londra ha battuto in finale Djokovic 6-4 6-3, conquistando il titolo più prestigioso della sua carriera.

 

Da quando è entrato tra i top 100, nel 2015, Zverev è considerato the next best thing, la miglior speranza per il tennis che verrà. E’ nato respirando questo sport in una famiglia di giocatori (suo padre Aleksander ha rappresentato l’Urss in Coppa Davis, suo fratello maggiore Misha, è il numero 69 del ranking) ed è cresciuto con il poster di Federer attaccato in camera. La prima volta che ha giocato contro il suo idolo, a Roma nel 2016, il tedesco era emozionato, gli tremavano le braccia, non aveva il coraggio di alzare lo sguardo. Ha perso 6-3 7-5, ma chi lo vide commentò: il ragazzo si farà. L’anno dopo, agli ottavi di finale degli Australian Open, è stato il turno di Rafa Nadal. Un battaglia lunghissima, cinque set e più di tre ore di partita, quando alla fine i due si sono stretti la mano, Zverev riusciva a malapena a stare in piedi, non soltanto perché aveva perso. Aveva undici anni in meno del suo avversario e soffriva di crampi. In campo era stato perfetto: servizio e diritto, vincenti ed ace a una media di 210 chilometri orari. Tutto giusto, peccato per il fisico fragile; il tedesco ha gambe lunghissime e sottili, l’altezza non è mai stata gentile con i giocatori di tennis. Il giudizio su di lui però non era cambiato, il ragazzo si farà. Per un po’ di tempo è stato il primo a non crederci: come si fa a non demoralizzarsi quando davanti e contro di te ci sono sempre le stesse facce, gli stessi mostri sacri, cigni che non smettono di cantare? Il tennis era cambiato, non era più uno sport di teenager e talenti esplosivi, la gavetta sembrava essere infinita. Quante partite avrebbe dovuto perdere prima di cominciare a vincere qualcosa anche lui? “Non preoccuparti, Sascha”, gli disse un giorno il talent scout Patricio Apey. “Se con il tennis dovesse andare male, ti porto a fare il modello da Abercrombie, vedrai che ti prendono”. Sperava di farlo ridere, non ci riuscì. Da agosto il suo nuovo allenatore è l’ex numero uno al mondo Ivan Lendl, l’uomo che sa come far vincere gli Slam ai suoi allievi. Andy Murray, nel 2012 ha deciso di affidarsi a lui per vincere Wimbledon, ci è riuscito per due volte, nel 2013 e nel 2016. Anche con il tedesco i risultati si sono visti subito subito: tre mesi dopo il suo arrivo, alle Finals di Londra, Zverev ha alzato il torneo più prestigioso della sua carriera. Ivan Lendl era seduto in panchina con un cappellino in testa, immobile e serio come al solito; gli è bastato qualche sguardo per far capire al suo allievo che non importa chi c’è dall’altra parte della rete, le partite di tennis le vince chi è più disposto a soffrire. “Djokovic, Federer e Nadal vengono da un altro pianeta? Ne siamo proprio sicuri? E anche se fosse, è un motivo sufficiente per uscire dal campo dopo aver spaccato racchette su racchette senza avere mai provato veramente a vincere?”. Il 2019 sarà l’anno in cui Alexander Zverev riuscirà finalmente a mantenere le sue promesse e a vincere uno Slam, strappandolo ai tre campioni dell’età dell’oro? A questa domanda, ancora una volta, ha risposto Rafa Nadal qualche mese fa. “È impossibile, matematicamente impossibile, che un giocatore così forte e completo e potente non vinca a Wimbledon o a Flushing Meadows”. E poi, rivolgendosi al giornalista, per risultare più credibile, ha aggiunto: “Facciamo così, se non dovesse succedere, ti autorizzo a tornare da me e a dirmi che io di tennis non ho mai capito niente”.