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La Gioventù bruciata del tennis

Oltre le Next Gen Atp Finals. Le giovani promesse non riescono a emergere e vincere. E sono costrette a vivere all’ombra dei soliti Federer & Co.

10 Novembre 2018 alle 06:00

La Gioventù bruciata del tennis

Nole Djokovic e Roger Federer (foto LaPresse)

È un destino feroce e ingrato quello che costringe a vivere all’ombra dei giganti. Il sole non splende mai. Annunciando il suo ritiro Michael Jordan disse: “Non invidio quelli che arriveranno dopo di me”. Era sincero, gli sembrava di sentire tutti i paragoni ingombranti a cui avrebbero sottoposto i suoi eredi. Il basket senza di lui non sarebbe stato lo stesso. Se ne sarebbero fatti una ragione: la vita continua, lo sport anche.

 

Dieci anni fa, alla fine della stagione, i tre tennisti più forti del mondo erano Rafa Nadal, Roger Federer e Novak Djokovic. Cosa è cambiato rispetto ad allora? Niente, praticamente niente. I padroni del campo e della classifica sono ancora loro. Il futuro rimane a guardare, non era pronto due anni fa, non lo è nemmeno adesso. Nel 2008 l’età media dei top 10 era di 23,9 anni. Il giocatore più anziano del gruppo, James Blake, aveva 29 anni e sapeva che il suo tempo stava per scadere. Era pronto a cedere il posto ai giovani. Nel 1998 il numero uno al mondo era Pete Sampras, 27 anni, dopo di lui c’erano Marcelo Rios e Alex Corretja, 22 e 24 anni; l’età media era di 25 anni. I 30 anni facevano paura, rappresentavano un ultimatum, l’inizio del tramonto, il momento in cui il corpo presenta il conto e la schiena dichiara la propria resa.

 

A Milano si giocano le Next Gen Atp Finals riservate agli otto migliori under 21 al mondo

Oggi è cambiato tutto: fra i primi dieci al mondo, sette giocatori sono over 30. Il più anziano di tutti, a 37 anni, è Roger Federer, che due settimane fa a Basilea ha conquistato il novantanovesimo titolo in carriera. “È divertente – ha commentato lo svizzero a fine partita – Nessuno sa quello che può ancora succedere”. Beati gli ultimi, ma mica tanto, chissà se riusciranno mai a diventare primi. Qui si fa la storia, loro non la stanno giocando. Sono giovani e belli, hanno muscoli e ossa baciate dai vent’anni, mostrano i denti, non sono capaci di mordere. La sorpresa di fine stagione è stata la finale giocata dal ventiduenne russo Karen Khachanov contro Novak Djokovic al torneo di Parigi Bercy, ultimo Master 1000 del 2018. Ha vinto Khachanov, non ci avrebbe scommesso nessuno.

La Next Gen, se la Natura non comincia a fare il suo dovere, rischia di diventare Ex Gen. Federer, Djokovic e Nadal sono un miracolo per chi li guarda, una condanna per chi è costretto a vivere alle loro spalle. Per tutti sono esempi da seguire, modelli da imitare, poster appesi in cameretta. Ma con tutto il rispetto e la riverenza di cui sono capaci, il pensiero delle giovani promesse è: “Quand’è che andrete in pace e lascerete vincere un po’ anche noi?”.

 

Nell’attesa, nel 2017, la Atp ha creato un nuovo torneo che si sta giocando in questi giorni a Milano: le Next Gen Atp Finals, riservato ai migliori under 21 del mondo. L’anno scorso, nella prima edizione, ha vinto il coreano classe 1996 Chung Hyeon. Sembrava che fosse nata una stella, dopo quel titolo e le semifinali agli Australian Open nel gennaio scorso, di lui si sono perse le tracce. Quest’anno i migliori otto sono: Stefanos Tsitsipas, testa di serie numero uno e grande favorito per la vittoria, Denis Shapovalov, Alex De Minaur, Frances Tiafoe, Taylor Fritz, Andrey Rublev, Jaume Munar, Hubert Hurkacz e l’azzurro Liam Caruana (che è numero 622 al mondo ed è entrato nel tabellone principale grazie a una wild card che spetta di diritto al paese che ospita il torneo).

 

Le Next Gen Finals sono un modo per sperimentare le nuove regole che il tennis sta pensando di adottare in futuro: set più brevi, di 4 game con tie-break a 7 punti sul 3 pari, killer point al posto dei vantaggi sul 40 pari, no let rule (abolizione della regola del nastro sul servizio), tempi di riscaldamento più brevi e minor tempo di recupero tra un punto e l’altro (25 secondi tassativamente scanditi da un orologio a bordo campo). È sempre tennis, ma sta cercando di adattarsi ai nuovi ritmi e ai tempi rapidi della televisione e dello spettacolo. Nessuno dei giocatori si è lamentato, il nuovo format aumenta la dose di imprevedibilità, ma è una questione di abitudine: alla fine vince sempre il migliore. E i migliori, fuori da Milano e da un torneo creato ad hoc, non sono loro. Soltanto due degli otto giocatori hanno già vinto qualcosa, Tsitsipas a Stoccolma e Tiafoe a Delray Beach, Florida. Entrambi i giocatori hanno conquistato un Atp 250, il gradino più basso dei tornei professionistici. Alla loro età Rafa Nadal aveva già vinto due volte il Roland Garros. Lo spagnolo nel 2004 portava i capelli lunghi e indossava maglie smanicate. Aveva lo sguardo da adolescente indemoniato, i venerati maestri della terra rossa si trovarono costretti a stringergli la mano e ad accomodarsi all’uscita, furono loro i primi a soprannominarlo “il cannibale” e non avevano torto. Quanto avrebbe potuto vincere se non avesse incontrato Federer e Djokovic a ostacolargli il cammino? È un discorso che vale anche al contrario. In tre hanno conquistato 51 titoli del Grande Slam in 15 anni. Da dieci stagioni la vetta del mondo è una questione che riguarda soltanto loro.

 

L’anno scorso vinse il coreano Chung Hyeon. Dissero che era nata una stella. Ma di lui si sono perse le tracce

Cosa ne è stato degli altri? Dimitrov, Kyrgios, Nishikori e tutte le altre vecchie speranze sono state travolte dalla forza della leggenda. Gioventù bruciata: sono arrivati, hanno visto, hanno perso. Il tennis non aveva bisogno di loro. E adesso? I nuovi ventenni vivono di luce riflessa, giocano portandosi addosso il peso di un’eredità che non saranno in grado di sostenere. Il passato è stato immenso, è ancora presente, il futuro è fragilissimo. Alexander Zverev, il giovane più promettente, a 21 anni è il numero 5 del mondo. Quest’anno, com’era già successo nel 2017, non ha partecipato al torneo di Milano perché è impegnato nelle Atp Finals (quelle vere, senza limiti di età) che cominciano domani a Londra, tra i migliori otto giocatori al mondo. Zverev e Dominic Thiem sono gli unici “ventenni” ad avere ottenuto la qualificazione, tutti gli altri, Djokovic, Federer, Cilic, Isner, Anderson e Nishikori, hanno più di trent’anni. In questa edizione faranno il loro debutto nel torneo Isner e Anderson, classe 1985 e 1986. Björn Borg decise di abbandonare il tennis a 25 anni. Era il 1980 e lui aveva appena perso la finale degli Us Open contro John McEnroe. Undici titoli del Grande Slam vinti, 6 Roland Garros e 5 Wimbledon, gli potevano bastare. La sua vita è continuata, il tennis anche. Ma quelli erano altri tempi, erano altre teste, era un altro sport.

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