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Né miracolo né favola. Al Roland Garros Cecchinato è finalmente uscito dal suo inferno

Il tennista di Palermo ha battuto l'ex numero 1 al mondo comportandosi come si comportano i campioni. Quarant'anni dopo Barazzutti, un altro italiano in semifinale a uno slam. La fatica, le lacrime e quel passato che per fortuna è passato

5 Giugno 2018 alle 21:11

Né miracolo né favola. Al Roland Garros Cecchinato è finalmente uscito dal suo inferno

Foto LaPresse

Non è un miracolo, e non è neanche una favola. Lo sport non è mai grazia divina, piuttosto il contrario. Serve ostinazione per continuare a giocare, e poi resistenza, memoria corta, sguardo fisso sulla pallina e spalle al passato. Per Marco Cecchinato il tennis è stato soprattutto un inferno, una gavetta perenne e la costante sensazione di rimanere per tutta la vita una bella promessa mancata. Nel 2015 è entrato tra i primi cento giocatori al mondo, subito dopo ha ricevuto una condanna per atti contrari all’integrità sportiva (presunte scommesse) e ha dovuto abbandonare l’attività agonistica per dodici mesi. Era il 2016, il tennista palermitano aveva ventiquattro anni, l’età in cui il fisico esplode e la fatica, finalmente, comincia a regalare qualche ricompensa. Lui è stato costretto a fermarsi.

 

Appena finita la condanna ha dovuto ricominciare tutto da capo, non è stato facile per niente. Tornei minori, challenger in posti sconosciuti, dall’altta part del mondo, campi malridotti, sconfitte, umiliazioni e il sospetto di essere “uno scommettitore”. I suoi vecchi avversari lo guardavano da lontano, dall’alto delle loro classifichelui doveva dimostrare di essere diventato un altro uomo.

 

E’ acqua passata. Il tennista palermitano, che ha venticinque anni, ha cominciato il 2018 fuori dai top 100, con un bilancio, a livello professionistico, di 12 vittorie e trentadue sconfitte. Acqua passata anche questa. Lunedì prossimo diventerà uno dei primi trenta giocatori al mondo. Il tennis non regala niente, non lo fanno gli avversari, soprattutto non lo fa Novak Djokovic, che in questi giorni ha smesso di essere l’ombra di sé stesso ed è tornato a essere un ex numero uno. Cecchinato lo ha battuto in quattro set ai quarti di finale del Roland Garros, dopo tre ore e ventisei minuti di partita e un tie break finito 13 a 11. Prima di arrivare a Parigi, l’italiano non aveva mai vinto una partita nei tornei del Grande Slam. Non solo, non era proprio abituato a giocare un match tre set su cinque, che è tutto un altro sport rispetto a quello che lui ha sempre giocato, è lo sport dei campioni.

 

A un certo punto dell’incontro, Cecchinato ansimava, non riusciva nemmeno a respirare. Non importava, bastava l’adrenalina che gli era rimasta in corpo, la forza d’inerzia che lo teneva in piedi. Il bravo commentatore di Eurosport continuava a ripetere: “Marco sta giocando come se fosse in paradiso”. No, il tennista italiano aveva tutti e due i piedi dentro il campo centrale e da lì non è mai uscito. Paura? Nemmeno l’ombra. Mentre il pubblico tifava tutto in coro per il giocatore serbo, lui è stato aggrappato alla partita spingndo ogni pallaina con tutta la forza che aveva.

 

E’ stato coraggioso, è stato incosciente, si è comportato come si comportano i campioni. “Vi prego non parlate più”, ha detto a un certo punto del match rivolgendosi al suo angolo, “Se proprio volete fare qualcosa, pregate, ma pregate in silenzio”.

 

Durante la partita ha chiuso i tre set con tre vincenti, il primo con un ace, il secondo con un dritto che ha lasciato immobile l’avversario, il terzo con un passante di rovescio.

 

Cecchinato rappresenta il tennis moderno; è il primo tennista italiano a giocare d’attacco: servizio, diritto e piedi il più possibile dentro al campo. Non gli interessa quello che succede dall’altra parte della rete, è lui che decide che tipo di partita sarà. Non rimane a fondo campo ad aspettare, prova a entrare, sa cambiare il gioco e lo fa bene, non aspetta, non difende, cerca gli angoli, accorcia gli scambi. Oggi contro Djokovic avrà fatto almeno cento smorzate, quasi tutte vincenti.

 

Non eravamo abituati. L’ultima volta che un italiano è andato in semifinale in un torneo dello Slam è stato Corrado Barazzutti, esattamente quarant’anni fa, proprio sulla terra francese.

 

Venerdì in semifinale, l’italiano incontrerà Dominic Thiem, che è il numero otto del mondo e quest’anno è stato l’unico ad avere battuto Rafa Nadal sulla terra rossa. Ci sarà tempo per pensarci, questa volta per Cecchinato il passato non è più una condanna, ma si porta dietro tutto ciò che ha raggiunto in questi mesi: la conquista del primo titolo Atp a Budapest, le vittorie contro Pablo Carreno Busta e David Goffin, entrambi tra i primi dieci giocatori al mondo, quella contro Djokovic, la più bella di tutte.

 

Durante la pausa forzata dal tennis, il giocatore di Palermo ha imparato dal suo coach Simone Vagnozzi che chi non si allena non vince, che c’è sempre qualcosa sui cui lavorare, non basta entrare tra i primi cento giocatori al mondo, le vittorie bisogna guadagnarsele sul campo, ogni giorno. Il talento non porta lontano, non basta mai. Doveva migliorare il rovescio, ed è quello che ha fatto mentre scontava la sua condanna, senza sapere se al suo rientro sarebbe rimasto un giocatore di tennis. Il rovescio lungolinea è stato il colpo con cui ha chiuso la partita, prima di gettarsi sulla terra rossa con le lacrime agli occhi.

 

Alla fine della partita Marco Cecchinato è scoppiato a piangere, non riusciva a smettere, non ci riusciva proprio. Se le merita tutte quelle lacrime, non sono un miracolo e non sono una favola. E’ lo sport, e nello sport il passato è passato, in campo vince sempre il migliore.

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