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Ventotto anni e non sentirli. La feroce bellezza del calcio spiegata dagli inglesi

I rigori contro la Colombia come la schiuma su una Guinness

4 Luglio 2018 alle 14:53

Ventotto anni e non sentirli. La feroce bellezza del calcio spiegata dagli inglesi

Il rigore decisivo di Inghilterra-Colombia (foto LaPresse)

Londra. “Quindi è così che ci si sente”, ha twittato Gary Lineker martedì sera, dopo che la mano di Jordan Pickford – portiere dell’Everton, mica del Manchester United o del Chelsea – aveva fermato il tiraccio centrale di Carlos Bacca, e subito dopo Eric Dier aveva segnato il rigore che rimetteva la storia sui binari giusti di chi il calcio lo ha inventato ma da ventotto anni ne veniva escluso per colpa di quella tortura così poco sportiva che sono i calci di rigore. Nessuno meglio di noi inglesi in queste ore può spiegare che cosa sia la bellezza feroce del calcio. Nel 1990 uscimmo ai rigori in semifinale contro la Germania; agli Europei del 1996, in casa, perdemmo in semifinale ancora contro i tedeschi – errore di Southgate, che oggi allena l’Inghilterra con uno stile che definirei meravigliosamente british se non fossi british pure io; poi ci fu il 1998, fuori agli ottavi contro l’Argentina perdendo ai rigori; nel 2004 undici metri astemi contro il Portogallo ai quarti dell’Europeo, per poi ripetersi sempre contro i suonatori di fado due anni dopo al Mondiale; a Euro 2012 ci eliminò l’Italia dal dischetto. Fino a martedì sera la parola penalty per un inglese era come la parola water per il gestore di un pub. Quando la Colombia ha pareggiato al 93’ abbiamo smesso di parlare. Nel primo tempo supplementare i nostri ragazzi erano più imballati di una bottiglia di whisky ordinata online, la reazione timida del secondo tempo ci ha scaldato un po’, ma sapevamo tutti che se fossimo andati ai fottuti penalties sarebbe finita malissimo, non poteva che essere così. Sarebbero cominciati i processi all’allenatore, le analisi sui cambi sbagliati, la sfilza di “con un altro atteggiamento non sarebbe andata così”.

 

 

 

Quando Jordan Henderson ha sbagliato ho afferrato d’istinto la bottiglia di brandy che avevo accanto sul tavolino, ma solo per scoprire che era già vuota. La traversa di Uribe è arrivata come la schiuma su una pinta di Guinness, poi Trippier ci ha fatto credere per un momento che qualcosa potesse cambiare. Bacca ha sbuffato troppo prima di prendere la rincorsa, e quando il suo pallone non è entrato in porta noi inglesi abbiamo ritrovato il fiato rimasto incastrato tra i denti al 94’. Poco prima Dier aveva sbagliato un gol quasi facile di testa, su calcio d’angolo. Lo sbaglia e si va a oltranza, ci dicevamo con gli amici mentre il numero 4 dei Tre Leoni stava fermo davanti al pallone, probabilmente pensando che lui nel 1990 doveva ancora nascere. Lo segna e andiamo ai quarti pensavamo dentro di noi, la gola secca nonostante la birra, le lacrime pronte a scendere giù un’altra volta. Si dirà, sono solo gli ottavi di finale, magari è l’anno della Svezia e l’Inghilterra torna a casa ignominiosamente sconfitta da quelle pippe degli orfani di Ibrahimovic. Ma quando sono ventotto anni che aspetti una liberazione così piangi anche se sono gli ottavi di finale. Se sei riuscito a cambiare la storia una volta, perché non potresti farlo di nuovo? E’ la straziante e comica bellezza del calcio. Lo sappiamo bene noi, che lo abbiamo inventato.

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