Il “calcio che non c’è più” è una boiata retorica

A Manchester lo sanno bene. Il pacco di Maxi Lopez e i cori dei tifosi del Barça a CR7 mi fanno ben sperare per il futuro. Smettiamola con i sentimentalismi sul Leicester, o quando vincerà la Premier non sapremo più cosa dire.

4 Aprile 2016 alle 18:48

Il “calcio che non c’è più” è una boiata retorica

Cosa scriveranno – e cosa scriveremo, va bene – quando il Leicester effettivamente vincerà la Premier League dopo mesi in cui ci siamo battuti le parti basse come nemmeno alla tradizionale Festa del P

Leicester. Il presente non sarebbe tale senza memoria. Ma la memoria non è il rimpianto di un-calcio-che-non-c’è-più, come troppi ricordi di Cesare Maldini hanno banalmente sottolineato in questi giorni, come se l’appartenenza al passato fosse garanzia di genuinità, onestà, disinteresse e passione (ah, il calcio pane e salame). Modestamente qui in Inghilterra sappiamo bene che storia e memoria fanno parte dello stesso fiume, soprattutto nel calcio. L’esempio più recente è quello di domenica pomeriggio all’Old Trafford, lo stadio del Manchester United che si è colorato e commosso per Sir Bobby Charlton. Simbolo dell’ultima squadra dei Red Devils vincente in Europa prima dei 25 anni abbondanti di Sir Alex Ferguson, Charlton era anche nella Nazionale inglese che vinse il Mondiale nel 1966, nonché uno dei pochi sopravvissuti all’incidente aereo di Monaco nel 1958. Per motivi inspiegabili, Charlton non aveva ancora un settore dello stadio dedicato. La dirigenza – americana, ma non stupida – ha riparato domenica, inaugurando il Sir Bobby Charlton Stand, proprio di fronte al Sir Alex Ferguson Stand. Lui in campo si è messo a piangere discretamente, poi – con la sua cravatta rossa d’ordinanza con cui sospetto vada anche a dormire – si è messo a tifare in tribuna per il suo United. Che non ricorda nemmeno lontanamente il suo, ma almeno ha vinto. Per lui, per la storia e per la memoria.

 

Che il calcio sia stato scambiato erroneamente da molte anime belle come un surrogato del bon ton di Lina Sotis è un problema denunciato più volte su queste pagine. Per questo non posso che apprezzare il gesto di Maxi Lopez che domenica sera a San Siro si è strizzato il pacco invece che dare la mano a Icardi, reo di avergli sì rubato la moglie qualche anno fa, ma soprattutto di essersi messo in casa i tre figli dell’attaccante del Torino (guardate l’attuale fidanzata di Maxi Lopez, in confronto Wanda Nara sembra una lottatrice di sumo). Se si fosse limitato a non dargli la mano sarebbe stato scontato, dandogliela avrebbe dato il via a editoriali melensi che ci saremmo evitati. Maxi Lopez conosce il codice del vero tamarro, e la grattata alle parti basse è colpo da maestro vero.

 


Anara Atanes, fidanzata del calciatore Nasri, è disperata: il tanga così stretto le provoca spesso delle fastidiose emicranie


 

Sono molto preoccupato per i giornalisti, gente che fra una mangiata a sbafo e un premio giornalistico dato al compare di marchetta fa titoli tipo il “sogno continua”, “la corsa storica”, “la favola”. Cosa scriveranno – e cosa scriveremo, va bene – quando il Leicester effettivamente vincerà la Premier League dopo mesi in cui ci siamo battuti le parti basse come nemmeno alla tradizionale Festa del Pene di Kawasaki, in Giappone (appena conclusa con ottimo successo di pubblico e critica, peccato per il tempo) con la storia del piccolo Davide che con un monte ingaggi da Juve Stabia abbatte le grandi del calcio globale. Il Leicester è il Leicester, un club guidato dal Donald Trump della Thailandia che offre birre Singha ai tifosi per festeggiare il suo compleanno, ma soprattutto è una squadra che vince un a zero con una maestria che poche al mondo. Non c’è nessuna favola, ma una grande e contraddittoria realtà da raccontare con il giusto distacco, altrimenti arriveremo tutti quanti spompati al giorno in cui arriverà il titolo. I tifosi possono bussare sul legno, toccare ferro oppure prenotarsi per la suddetta festa giapponese per il prossimo anno.

 

Il giorno in cui una squadra inizia a lamentarsi non si dica dell’arbitro, quello è appena ovvio, ma del calendario che assegna troppi anticipi agli avversari significa che bisognerebbe radere al suolo tutto e ricostruire per poter sperare in un rinsavimento. Ormai la Serie A sembra sempre di più quel grande momento in cui la professoressa delle medie chiede i compiti e spuntano, immancabili, il gatto o il cane, che invece di farsi i fatti loro nella ciotola si mangiano il tema, il problema, la ricerca: “No prof. davvero, io meritavo di vincerlo il campionato ma poi sono arrivati tutti quegli anticipi e il campionato l’han vinto gli altri”. Certe cose non si vedono nemmeno in Spagna, quell’espressione turistica dove però noto alcuni segni di miglioramento. Tutto mi sarei aspettato tranne un deferimento della Buoncostume del Calcio Tifato per i tifosi del Barcellona accusati di aver intonato cori omofobi contro Cristiano Ronaldo durante il minuto di silenzio per Cruijff. Invece dell’inchiesta moralizzante bastava lasciar fare Ronaldo, che certamente s’è divertito a metterglielo là dietro proprio alla fine del clásico.

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