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Cesare Maldini era semplicemente il Milan. E il Milan non è riuscito a onorarlo

Non che i grandi nomi del passato debbano per forza essere riciclati, anche nel mondo del calcio i bruschi avvicendamenti sono vitali ma quello che distingue il grande club è saperli pilotare senza lasciare nessuno ai margini, senza mai scalfire il senso di essere appartenuti alla stessa famiglia.

4 Aprile 2016 alle 15:53

Cesare Maldini era semplicemente il Milan. E il Milan non è riuscito a onorarlo

Cesare Maldini alza la prima Coppa Campioni del Milan (foto LaPresse)

Quando muore uno come Cesare Maldini, il solo modo di onorarlo è sdraiarsi sul lettino a rimettere assieme i cocci della nostra storia. Il grande Milan non è nato quando alla sua guida è arrivato un visionario giovane presidente che ci ha portato sul tetto del mondo e tenuto lì per un po’: esistevamo anche prima, anche prima avevamo nobilissimi lombi, prima squadra italiana ad aver alzato proprio con quel suo capitano tenace ed elegante la Coppa dei Campioni quando questa era cosa seria perché riservata ai soli vincitori dei campionati nazionali, interrompendo lo strapotere del Real Madrid e in seconda battuta del Benfica. Suonano però puramente retoriche le condoglianze che Adriano Galliani ha rivolto al figlio Paolo: il padre non era rossonero, era semplicemente il Milan.

 

Cesare Maldini è stato il Milan per tutti tranne che per il Milan. Non che i grandi nomi del passato debbano per forza essere riciclati, anche nel mondo del calcio i bruschi avvicendamenti sono vitali ma quello che distingue il grande club è saperli pilotare senza lasciare nessuno ai margini, senza mai scalfire il senso di essere appartenuti alla stessa famiglia. Di Maldini senior non abbiamo nemmeno onorato come avremmo dovuto Maldini jr. il più grande difensore della storia del calcio mondiale da cui ci siamo separati con freddezza burocratica, senza lacrime, e a tutt'oggi per beghe interne non riusciamo a servirci in modo adeguato della sua autorevolezza, della sua conoscenza del calcio.

 

 

 

Anche Gianni Rivera è bandiera del Milan: alla presentazione del suo libro di ricordi infatti non c'era nessuno a rappresentare la società. Le picche, le maldicenze, in una parola l'ostilità con cui accolse l'arrivo trenta anni fa di Silvio Berlusconi dovrebbero essere morte e sepolte, simpatiche chiacchiere tra vecchi di fronte all'aperitivo. Se in tutto questo tempo non è maturato “le grand pardon” non è certo perché è un democristiano di sinistra, specie politica particolarmente invisa al presidente e non solo a lui: è perché nel nostro cuore ormai alligna il rancore per futili motivi. Cosa che alla Juventus per dire sarebbe impossibile. Non si può essere grandi in campo se non si è grandi dentro, senza venerare tutta la nostra storia non si tramanda l'attaccamento viscerale, furente alla maglia. Non resta allora che barcamenarsi tra risultati mediocri e calciatori da rieducare. Illudendosi che si possa fare in un ritiro di sette giorni, come una qualsiasi classe riottosa di ripetenti.

 

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