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Vardy un po’

Il bomber del Leicester rovina la retorica nostalgica sul calcio pane e salame. Cercansi maglie azzurre. Un po’ di retorica sulla squadra operaia basta a trasformare milioni di italiani in garibaldini in giubba rossa e bersaglieri di Porta Pia?

23 Giugno 2016 alle 20:52

Vardy un po’

Jamie Vardy (foto LaPresse)

Chissà a che cosa starà pensando, in queste ore, Massimo Gramellini. Appena un paio di settimane fa ci informava in prima pagina della Stampa che pensava “spesso ai bambini di Leicester a cui la vita ha ammazzato il primo sogno”. Pedofilia? Strage famigliare? Macché. “Avevano appena finito di appendere alle pareti i poster di Vardy e Mahrez, i cavalieri che fecero l’impresa di conquistare la vittoria più improbabile del mondo. Sennonché i cavalieri si sono rivelati dei comuni mercenari e hanno tradito i bambini che avevano creduto in loro per andare a divertire quelli di squadre più titolate”. Come sempre Gramellini titillava il grillino che è in noi, buttandola sul numero di ville con piscina che Vardy si sarebbe potuto comprare con i soldi sporchi del tradimento. Ridateci il calcio pane e salame, urlava il buon Massimo, quello probabilmente mai esistito in cui un ventinovenne campione d’Inghilterra non se ne sarebbe mai andato all’Arsenal. Mi chiedo però adesso quale lezione di morale calcistica stia escogitando, dopo che il Leicester ha annunciato di avere prolungato il contratto di Vardy per altri quattro anni. Forse che nel calcio l’amore vince a volte sull’invidia e sull’odio? Tutto è bene quel che finisce bene, e la sola idea che le lacrime dei bambini di Leicester abbiano smesso di scorrere mi solleva. Eppure Gramellini era quello che qualche mese fa sperava che il Leicester non vincesse più nulla, per non intossicarsi con le brutture del calcio moderno. Forse vendendo Vardy sarebbe stato più facile. Invece il bomber rimane, per di più con uno stipendio altissimo. Roba da farci almeno un altro paio di lezioni di vita sul calcio, per fortuna.

 

Cosa pensa, invece, il commentatore sportivo collettivo della campagna italiana per convincere i tifosi a indossare la maglia azzurra allo stadio non c’è bisogno di immaginarlo. Sono tutti felici di promuovere il colore dei Savoia, ma guardo con profonda tenerezza lo sforzo di imporre a forza di hashtag un sentimento patrio nel più pallido e artificiale dei nazionalismi europei. Gli altri fanno muraglie gialle o rosse o verdi sugli spalti, gli italiani compongono un camouflage d’abiti civili, e non è una novità. Un po’ di retorica sulla squadra operaia basta a trasformare milioni di italiani in garibaldini in giubba rossa e bersaglieri di Porta Pia? La spedizione dei Mille era sorvegliata da due navi da guerra di Sua Maestà, l’Angus e la Intrepid, e laddove i soldati hanno aperto la breccia ora sorge l’ambasciata inglese. La maglia azzurra ha una sua tradizione nobile, s’intende, e perlomeno il tifoso italiano, esaltato ma cum juicio, ci evita la retorica da carie ai denti su quanto sono belli e gioiosi irlandesi e islandesi (arriverà un “Buongiorno” anche su di loro, vedrete); ma farsi venire il sentimento patrio a forza è un po’ come farsi piacere il sushi per non passare per trogloditi in società.

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