Sussex & associati

Michele Masneri

Un marchio brevettato per oggetti, abbigliamento, giornali. Harry e Meghan, i duchi che abdicarono per essere i nuovi Ferragnez

Le migliori menti della nostra generazione si stanno scervellando per prendere in giro i Sussex, cioè la nuova coppia di influencer formata da Harry e Meghan, i nuovi Ferragnez globali che hanno scelto la via della venalità. Il New Yorker scodella una serie di oggetti che Meghan potrebbe mettere in vendita: una felpa con cappuccio con la scritta “princely as fuck” (80 sterline); set di tiare, scettri, stole di ermellino, prezzo su richiesta. Pannolini reali che garantiscono di “tenere il tuo culetto principesco asciutto come il nostro famoso humor inglese”, 49,90 con la dicitura “vendita sospesa per violazione del copyright”, perché si intende che violi il blasone reale della ex famiglia. Anche se come al solito la realtà è peggio della fantasia, perché è già saltato fuori che il ducale marchio, già brevettato dalla coppia in America, in Europa è indisponibile: lo ha prontamente registrato un signore di Bolzano.

 

Il Times di Londra pubblica invece una caricatura del blasone dei Sussex, in cui al posto dei simboli della regalità, dei leoni d’Inghilterra e dell’arpa d’Irlanda, ci stanno McDonald’s e Gucci, per dire che insomma d’ora in avanti la coppia che si è resa “finanziariamente indipendente” sarà capace di tutto col suo reddito di riccanza. 


La duchessa s’è messa in proprio, ha spostato capitali e sedi legali col know how giuridico accumulato recitando nella serie “Suits” 


Quindi orrore, la Corona o coroncina potrebbe finire mischiata in scarpe, alberghi, pomate, candele. Ormai è chiaro che nelle fatidiche sei settimane passate in Canada a cavallo di Natale, Meghan non si è trastullata col marito e il bebè finalmente via dai regali impedimenti, né Harry si è rovellato sospirando l’addio alla regalità come un novello duca di Windsor. I due, come una forsennata coppia della Silicon Valley, hanno piuttosto lavorato sodo brevettando appunto il marchio Sussex Royal – che secondo l’Economist ricorda il nome di una specie di patata – in varie categorie merceologiche: oggettistica, abbigliamento, servizi di consulenza psicologica e addirittura giornali (magari Meghan vuole far concorrenza a Oprah Winfrey, che ha un suo magazine. La Winfrey tra l’altro è stata invitata al Sussex-matrimonio di due anni fa anche se nessuno degli sposi la conosceva, ma solo per astuta mossa di pr di Meghan, dicono gli efferati tabloid inglesi. Forse lei invece vuol far concorrenza ai tabloid aprendone uno suo).

 

Inoltre sempre in quei fatali giorni il duo ducale ha spostato la holding in Delaware, lo staterello americano dove si registrano tutte le aziende perché paghi meno tasse. Perché per la legge americana, se per un giorno fatturi in uno stato, poi dovrai dichiarare in quello stato tutto l’anno, e la residenza californiana dove il fisco è a livelli italiani non conviene per un anno, il 2020, che si preannuncia sibaritico di guadagni. 


Chissà che succederà con l’unica cosa che conta, i titoli e lo stemma, se la regina lascerà loro il titolo di duchi e il trattamento da altezze reali


 

Mentre i poveri senior royal a reddito fisso stavano a congelare in qualche stanza tarlata a Sandringham House, la residenza preferita di Elisabetta, lei si metteva in proprio, spostava capitali e sedi legali, col know how giuridico accumulato recitando nella serie “Suits”, tra avvocati e cause milionarie (con cortocircuiti, anche: su Netflix, ti compare “Suits”, questa serie, accanto a “The Crown”, con quelli che interpretano i suoi parenti. Forse nella prossima serie lei farà se stessa?). Insomma, la duchessa che volle farsi influencer travolgerà la monarchia inglese legata ai valori tradizionali di una volta, never explain e never complain? Beh, sì, è ovvio. Era anche ora.

 

Il massimo teorico della monarchia inglese, Walter Bagehot, sosteneva nell’Ottocento che la casa reale deve rimanere buia, la luce non deve penetrarvi, perché se la gente ci guarda dentro, se si accendono le luci, tutti si accorgeranno che sono persone come le altre, e scomparirà il mistero, che è alla base della regalità. La povera Elisabetta, che in un mondo più giusto meriterebbe il Nobel per la pace, è stata combattuta tutta la vita tra oscurità e luce. Ha retto a tutto, a sorelle squinternate, antenati mozzatesta, consanguinei nazisti, alcolismi vari, pedofilie sospette, nuore sciamannate. Ma la sfida più grande è stata col pudore: allevata a nascondere i sentimenti, come si faceva una volta a tutti i livelli, anzi più andavi in su nella scala sociale e più dovevi essere stoica e silenziosa anche di fronte ai peggio drammi, ha rischiato di perdere il regno perché non si doleva abbastanza e in favore di telecamera per la nuora perita su una Mercedes a chilometraggio avanzato tra le braccia di un tycoon delle ex colonie.

 

Ma se i social fossero nati prima sarebbe stato meglio. Ci sarebbe stato tempo di abituarsi. E forse Diana sarebbe ancora viva. E’ morta nel 1997, dieci anni prima dell’invenzione dell’iPhone (2007) e della fondazione di Instagram (2010). Se avesse aspettato un po’, si sarebbe fatta talmente tanti selfies e stories che i paparazzi sfiniti l’avrebbero finalmente lasciata in pace – nel documentario della Ferragni loro del resto lo dicono: facciamo talmente tanta roba noi che i fotografi non ci si filano proprio. Quindi Diana viva, il mondo dei tabloid fallito, e William e Harry avrebbero magari ancora tutti i capelli, e sposato delle normali ragazzotte di buona famiglia con le guance rosse, invece di scalatrici sentimentali di varie provenienze e ambizioni (Once upon a time in Windsor).

 

Invece tutto è andato com’è andato, e la Regina siccome è sveglia ha imparato e fa del suo meglio, non fa le stories ma recita la parte della nonna affettuosa, dice “mio figlio”, “mio nipote”, quasi come una persona umana, tenta di farsi scappare perfino qualche improbabile lacrima (anche se tutti sanno che l’unica volta che pianse fu quando il governo le tolse e rottamò il royal yacht Britannia). Insomma ce la mette tutta, come noi quarantenni che facciamo le stories su Instagram, perché bisogna, ma poi ci uccideremmo dalla vergogna. Probabilmente aspetta come tanti di noi la fine, per non vedere gli sviluppi del secolo della stronzaggine. Di sicuro, nulla potrà contro il dogma de “la bellezza della condivisione”, quella cosa per cui tutti ci facciamo vedere volentieri anche al cesso, e qualcuno è pagato per questo. 


Elisabetta ha retto a tutto, a sorelle squinternate, antenati mozzatesta, consanguinei nazisti, alcolismi vari, nuore sciamannate


 

I nuovi Royal Ferragnez hanno dunque valutato che era ora di spinoffare il marchio – tipo quando la Fiat ha scorporato la Ferrari, quotandola in Borsa. Via la bad company, i polverosi Windsor, l’Alitalia, tiriamone fuori valore. E alla base dello spinoff c’è probabilmente la vera Ferragni. In un interessante scambio di ruoli, quando Chiara Ferragni si è sposata a Noto due anni fa, ha voluto, come quasi tutte le ragazze, un matrimonio da favola, cioè da principessa. Dunque location principesca, palazzone principesco, con aggiunta di tazze che ricalcavano quelle da merchandising reale inglese, con Fedez in uniforme da cadetto. Mentre Meghan ha fatto il massimo consentito per avere un matrimonio da influencer. La gara però l’hanno vinta i Ferragnez originali – il loro matrimonio è stato più visto e più “condiviso” e influente di quello di Meghan e Harry. Lo ha certificato Forbes, e il fatto è rivoluzionario, e anche un po’ fastidioso, perché il quasi-royal wedding è costato oltretutto un sacco di soldi, pagati di tasca loro (dal povero Carlo, soprattutto). Tenendo fuori dalla porta gli sponsor che avrebbero adorato pagare miliardi per fornire anelli, torte, servizi aerei, carta igienica, qualunque cosa.

 

È chiaro che quindi una senza complessi, una cresciuta a Los Angeles, se lo chiede, alla fine; ma uno fa tutto questo per cosa? “A visibbilità”?, come dicono ai giornalisti per proporgli collaborazioni malpagate? La regalità è una roba di nicchia, è uno sport estremo: Kate sforna eredi a ripetizione, sorride, istruisce il resto della famiglia al silenzio, passa infami weekend in castelli infestati dagli acari, o a inaugurare uffici postali umidi nel Lancashire, o a tavolate intrattenendo impresentabili emiri da cui bisogna comprare il gas naturale. Ma almeno lei sarà regina, mentre Meghan è una Valentina Ferragni, cioè seconda linea. Così Meghan ha deciso per lo spinoff. E chissà se la monarchia resisterà insomma a Instagram, adesso, e del resto lo aveva previsto pure Marx. L’Economist ricorda che il filosofo tedesco aveva vaticinato che l’ultimo baluardo a essere spazzato via dal capitalismo sarebbe stato proprio la monarchia. Spazzata via dal “vento gelido del guadagno” del capitale.

 

Non che la monarchia, quella inglese, sia stata mai anti-mercato. Secondo Walter Bagehot, quell’originale giornalista-pensatore che scrisse “La Costituzione inglese”, la Corona serviva anzi a rafforzare e umettare il capitalismo in un paese fatto di classi sociali che si odiano l’un l’altra, a distrarre le masse da ciò che è il vero potere, mettendo in scena drammi, mistero, parate, pompa, storie d’amore, mitigando l’infame vita dei lavoratori inglesi e illudendoli di far parte di qualcosa di più grande.

 

E i Windsor hanno messo su una soap molto market oriented. Carlo, con la sua Duchy Originals, produce meglio di tante Naturasì leccornie biologiche nel Ducato di Cornovaglia che gli appartiene per diritto dinastico, fatturando duecento milioni l’anno non si sa quanto dovuti alla bontà biologica dei prodotti o non piuttosto alle tre piume di principe del Galles che issa dove può. Poi ci sono tutti i “royal warrants” cioè gli accordi commerciali con fornitori più disparati (auto, marmellate, caffè, tè, scarpe) che in cambio di forniture gratuite possono esporre gli stemmi Windsor. I quali Windsor in fondo sono stati i primi influencer della storia; le macchine Range Rover o Jaguar (peraltro ormai indiane) sono gentilmente offerte dai fornitori che monetizzano con questi testimonial d’eccezione i comodati (quanto vale la foto della Regina che arriva alla riunione d’emergenza post Megxit col foulard in testa guidando lei la sua Range nuova di zecca?). Ultimamente Casa Reale ha detto che farà un giro di vite sui royal warrant: li darà solo ai brand che sono “ecosostenibili”. Si aggiornano anche loro. 


Meghan ha fatto il massimo consentito per avere un matrimonio da influencer. La gara però l’hanno vinta i Ferragnez originali 


Il fatto è che i Windsor sono influencer feudali, sono Windsor 95: Carlo i suoi biscotti li produce in una terra che appartiene alla corona da mille anni, è un influencer territoriale, mentre il capitalismo di Instagram è globale, liquido, effimero. Il territorio di Meghan Markle è l’intrattenimento, il settore che più di ogni altro ha contribuito a realizzare la profezia di Marx secondo cui “tutto ciò che è sacro sarà profanato”, e “tutto ciò che è solido svanirà nell’aria” (dal Manifesto del Partito comunista).

 

Chissà adesso che succederà con l’unica cosa che conta, i titoli e lo stemma, se la regina lascerà cioè ai due influencer il titolo di duchi e il trattamento di altezze reali; si prevedono trattative complicate, perché a parte i costi folli di scorte e sicurezze e protocolli che saranno o privati oppure a carico degli incolpevoli contribuenti canadesi, gli americani e cinesi e indiani pronti a sponsorizzare condivisioni amorevoli con queste due creature che anelano alla semplicità, di due commoners non sanno che farsene.

 

Come del resto insegna il caso di princess Margaret, che soffrì, pianse e si ammalò, ma non venne mai sfiorata dall’idea di mollare il suo HRH e il titolo di principessa reale (cosa che avrebbe benissimo potuto fare) per sposarsi il suo divorziato militare. Piuttosto, la morte (letteralmente).

 

Lo stemma di Meghan è stato creato due anni fa; c’è un servizio reale che crea stemmi nuovi di zecca ed è sempre più impegnato, visto che le spose dei principi ormai non ne sono provviste di famiglia. Lei aveva voluto, nel suo blasone: dei papaveri, fiore tipico californiano, così come le fasce dorate del Golden State; e il fondo azzurro del Pacifico. Poi un mega fringuello con le ali aperte, che regge con una zampa tutto quanto. Anche questo un simbolo del “potere della comunicazione”, disse all’epoca. Mentre oggi pare abbastanza comprensibile che Meghan, in maniera molto trasparente, voleva dire: io oggi sono qui, domani chissà.