Il soft social

Maurizio Fiorino

Le piattaforme online stanno cambiando per sempre i rapporti umani. Ma qui non è tutto rabbia e strategia. Da Gianfranco Ravasi a Patti Smith

Una mia cara amica è nel pieno della classica coppia di crisi dei sette mesi. Pare che, dopo circa duecento giorni di relazione, nelle coppia accada qualcosa, cosa non si sa – Freud a riguardo non ha lasciato detto niente, perciò dev’essere un’invenzione di “Sex & the City”. Ad ogni modo, è stata lasciata dal suo fidanzato perché, dice lui, troppo pazza, troppo chiacchierona, troppo rumorosa. Avevo intuito qualcosa dalle di lei stories su Instagram: un fiore rinsecchito, il mare d’inverno, un suo selfie a letto con gli occhi gonfi che guardavano smarriti l’orizzonte, ovvero il muro della sua stanza, visto che conosco casa sua abbastanza bene da sapere che non c’è nessuna finestra in quella direzione. Mi ha telefonato in lacrime, “non ce la faccio più. Hai visto le sue stories? Mi ha bloccato”.

 

Io: “Mi dispiace. Posso fare qualcosa? Posso parlargli, se vuoi, capire se…”.

 

Lei: “Ma sei pazzo? Vai a guardare le sue stories”.

 

Vado su Instagram e lui in effetti appare radioso: un selfie in palestra, uno con gli amici con cui usciva prima di mettersi con lei, una citazione tamarra in cui dice che tutte, ma proprio tutte le ragazze sono in un determinato modo che qui non si può scrivere se no apriti cielo. Mando un vocale alla mia amica, le dico delle stories di lui. Lei mi risponde con un altro vocale, “sì lo so, lo sto spiando da un profilo falso”. Le chiedo cosa ha intenzione di fare. Risponde: “Ora ho messo un paio di stories per lui – le ha viste? – e ho scaricato l’app per monitorare chi visita il mio profilo. Mi sa che ne ha uno falso anche lui”. Le dico che se sta male, dovrebbe chiamarlo. “Ma non hai visto le stories che ho messo, scusa? Ho postato la nostra canzone e poi una foto della mia mano verso il vuoto”. Poi si blocca, “oddio, e se lui il profilo falso non ce l’ha e le mie stories non le vede? Ascolta, ma secondo te è felice, o fa finta di esserlo?”.

 

“Ma non hai visto le stories che ho messo, scusa? Ho postato la nostra canzone e poi una foto della mia mano verso il vuoto”

Lo scorso agosto, sulle pagine del New Yorker, Nausicaa Rennes si è chiesta quando e come i social media stiano formando le nostre identità e i nostri ricordi in relazione al fatto che postiamo quasi soltanto i momenti felici della nostra esistenza – per intenderci: gli aperitivi con gli amici, i piatti di pasta che cuciniamo o mangiamo al ristorante, i successi professionali e via dicendo. Il problema, sostiene la Rennes, “è che i ricordi più difficili non vengono catturati da foto, video o tweet”, e racconta di una sua amica che a una festa di compleanno a sorpresa, su una pista di pattinaggio, ricordava il terrore di andare sui pattini che le aveva praticamente guastato tutta la giornata. Ma i video salvati sul telefonino mostravano invece il contrario, cioè il trionfo finale e un giro felice sulla pista.

 

Nell’èra in cui i social stanno modificando persino le sembianze e i connotati del viso, pare che in fondo in fondo, alla fine, non siamo poi così felici. Snapchat, l’app che diventò famosa per aver inventato il sistema dei messaggi che si cancellavano, è sopravvissuta alle stories di Instagram soltanto grazie all’invenzione dei filtri fotografici, ovvero una funzione che nel selfie ti permette di modificare il viso (più sottile, con le lentiggini, le labbra e gli occhi più grossi, eccetera). Va da sé che la funzione è subito stata copiata da Instagram che però, lo scorso ottobre, ha annunciato di voler rimuovere tutti i filtri “associati alla chirurgia plastica”.

 

I social hanno tirato fuori il nostro lato pazzoide. Se spogliandoci nudi per strada e andando a urlare ciò che pensiamo di pensare corriamo il rischio di passare qualche oretta al commissariato, sui social questo rischio è ridotto ai minimi. Possiamo tranquillamente mostrarci per ciò che siamo, anche se sono i social stessi a dettare ciò che dobbiamo essere e noi diventiamo ciò che inconsciamente ci hanno detto di essere. Facendoci vedere da tutti, in pratica, in realtà non ci sta vedendo nessuno. Il cogito ergo sum degli anni 2000 è diventato urlo sui social, quindi sono. E la rabbia è il motore chiave. Non tutti sono Scarlett Johansson e Adam Driver, che in “Marriage Story” si chiudono in una stanza e se ne urlano di tutti i colori.

 

Gianfranco Ravasi, anzi @CardRavasi, sul suo account Twitter si presenta come “Sacerdote & Cardinale”

Oggi i social sono diventati macchine da guerra, vedi i politici. Come ha spiegato a Rolling Stone un certo Alessandro Orlowski (ex hacker nato a Parma e oggi spin doctor digitale) parlando de “La Bestia”, ovvero la tecnica social di Salvini, per avere successo bisogna semplicemente “amplificare notizie semi-veritiere, viralizzandole e facendole diventare cultura condivisa, che viene confermata sia dalla fonte considerata carismaticamente onesta e affidabile, sia dal numero di condivisioni che la rendono in quel modo difficilmente contestabile”. Seguendo questa logica, secondo Orlowski, la frittata è fatta, e valli a convincere del contrario quei “18 mila utenti che hanno condiviso un post di dubbia veridicità”.

 

Se su Twitter smetti di seguire qualcuno, c’è il “recommended for you” tra le notifiche, ovvero: questo sfogo di rabbia te lo sei perso? Niente paura, ci pensiamo noi a farti venire qualche brivido. Se quel qualcuno non l’hai mai seguito, idem. Te lo ritrovi lì tra gli imperdibili, tipo non-sai-che-ti-sei-perso. La viralità è una parola d’ordine. Lo aveva capito Berlusconi, lo hanno dimostrato i Cinque stelle, l’ha perfezionato Salvini. D’altronde basta mettere piede in una qualsiasi azienda di comunicazione e capisci che il primo step necessario è avere dei contenuti per poi diventare virali, e virali te lo dicono con gli occhi di fuori e la bava alla bocca.

 

Ma, c’è un ma, anzi due. In questa bailamme di milioni di account in cui bisogna prima esserci, poi (forse) essere, esistono due persone che, almeno sulla carta, sono l’uno il contrario dell’altra. Il primo è un uomo di chiesa. Gianfranco Ravasi, anzi @CardRavasi, sul suo account Twitter si presenta come “Sacerdote & Cardinale”. Segue poche persone – meno di cento, tra cui @delpieroale, @RoccoHunt, @RobertoBolle e, ovviamente, @Pontifex – ma ha più di centomila followers. E se da un big della chiesa come lui ci si aspetterebbe noia, ramanzine e retweet vari, il Card. è sorprendente per l’intelligenza con la quale posta le sue citazioni preferite. Innanzitutto diciamo che ha una pagina fan spagnola (che è poco seguita, ma è pur sempre una pagina fan) dove qualcuno traduce i tweet del “Sacerdote y Cardenal”.

 

Lo scorso 26 novembre, per esempio, Ravasi ha citato Antoine de St. Exupéry. “Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualcosa risplende nel silenzio” e, visto che stiamo parlando di social, fate un po’ voi. Poi ha attivato la sua modalità femminista citando Conrad: “Essere donna è terribilmente difficile, perché consiste nell’aver a che fare con gli uomini”. Quella di maestro di vita, twittando una massima di John Henry Newman. “Non aver paura che la vita possa finire. Abbi invece paura che possa non cominciare mai davvero”.

 

Nell’èra del chiudiamo i porti e facciamo ordine, non poteva non citare Henry Adams (“Il caos spesso genera la vita, l’ordine spesso genera abitudine”), il Vangelo di Matteo (“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”) e Martin Luther King (“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire. Non c’era nessuno”). D’altronde è stato Ravasi a dire al Corriere che “agitare il Vangelo, ostentare il rosario, baciare il crocefisso non fa di te necessariamente un credente”. Durante #Sanremo2019 è stato super attivo ma il Card. ha un occhio di riguardo verso il mondo dell’arte in generale. Ha twittato “L’arte è una ferita che diventa luce” (Georges Braque) e “si usa uno specchio di vetro per guardare il viso. Si usano le opere d’arte per guardare la propria anima” (George B. Shaw).

 

Ora, a essere onesti, più di qualcuno storce il naso davanti ai tweet di Ravasi. Oltre ad Adinolfi – che se la prese con lui perché nei giorni del decreto legge Cirinnà invece di invocare la furia di Dio contro i gay d’Italia twittò “Ground Control to Major Tom / Commencing countdown, engines on / Check ignition and may God’s love be with you” per commemorare David Bowie – altri parlano di mera strategia comunicativa. Nella chiesa è in atto una rivoluzione di linguaggio che passa (anche) attraverso i social. La gente, con Ratzinger Papa, ha avvertito distanza, freddezza. “Ma certo, non te ne sei accorto?”, m’ha detto un amico di Milano qualche giorno fa, “mica solo Donatella Versace sbarca su Instagram per apparire meno fredda e più vicina ai poveri. Fatti un giro per le bancarelle del Vaticano e cerca una tazza o una cartolina con la faccia di Ratzinger. Zero. Forse c’è qualche francobollo. Di oggetti col viso di Wojtyla è pieno. E Papa Francesco ha di nuovo impennato il volume d’affari”. “Certo, come no” gli ho sorriso, “come se eleggessero un Papa in base alle vendite di portachiavi e tazzine per il caffè”. E lui, serio, “ovvio”.

 

“Grazie per il vostro supporto e i commenti. Li leggo tutti e quando mi segnalate un errore che faccio, lo correggo subito” scrive Patti Smith

Sarà ma a me, pannelliano sin da bambino, i tweet di Ravasi mi fanno star bene. Non come, lo ammetto, l’Instagram di Patti Smith, che è una scialuppa di salvataggio, provare per credere. Più di cinquecentomila followers, lei ne segue appena una sessantina – Greta, sua figlia Jesse, Massimo Bottura, pochi altri. E anche qui, uno da lei ci si aspetterebbe chissà che. E’ approdata su Instagram relativamente da poco, ma molto in ritardo, se paragonato ad altri artisti. Il suo primo post risale al 20 marzo 2018: la fotografia della sua mano. “Ciao a tutti!”. Da allora ha postato quasi tutti i giorni, e se l’esordio è stato un po’ goffo e timido (il secondo post è una fotografia di un albero innevato. “La primavera è in tutti noi, fioriremo”) poi si è via via lasciata andare. Il primo selfie, l’ha pubblicato due settimane dopo il primo post. “Oggi vi mando un sorriso. Grazie per il vostro supporto e i commenti. Li leggo tutti e quando mi segnalate un errore che faccio, lo correggo subito”. Qualche giorno dopo invita i suoi fans al Tribeca Film Festival con un post che è rimasto nella storia. Invece di tirarsela, ammette che “ci sono ancora qualche centinaio di posti disponibili. Mi dispiace che i biglietti costino un po’ troppo, ma ho fatto quel che ho potuto”, e poi aggiunge un piccolo sconticino che, al link che rimanda all’acquisto del biglietto, può essere attivato inserendo la password horses, come il suo disco più celebre. E veniva voglia di abbracciarla e chiamarla col suo primo e secondo nome, come fanno i genitori americani quando si incazzano nei telefilm: “Patricia Lee Smith, i biglietti non costano tanto e tu, porca miseria, sei su Instagram, e sei Patti Smith, mica Fiordaliso, tiratela un po’ di più”. Poi ha pubblicato la foto della sua scrivania con al fianco un secchio rosso e dentro un mocio. “Prima di iniziare a scrivere laverò il pavimento con una tazza di tè Oolong bollente, che diffonde un odore così tenue, vediamo che tipo di parole usciranno fuori” e a chi, sotto i vari post, le scrive “oggi è il mio compleanno” lei risponde facendo gli auguri.

 

Defollowate un po’ di gente arrabbiata e iniziate a seguire i cardinali che citano sant’Agostino e Martin Luther King

Qualche anno fa, prima dell’uragano Sandy, comprò un bungalow abbandonato in riva al mare, a Rockaway Beach. L’uragano gliela demolì, e demolì l’intero lungomare. Lei lo rimise in piedi, curò il giardino, ci andò a vivere e a scrivere. E il culmine social, forse, l’ha toccato dopo averci passato una giornata con Lenny Kaye, suo chitarrista storico. Una giornata in cui hanno fatto una lunghissima passeggiata sul bagnasciuga. Patti ci dice che l’acqua era fredda, ma rinvigorente. “Dopo siamo tornati nel mio piccolo bungalow a scrivere, mentre ascoltavamo la colonna sonora di un manga del 1995. Seduti sotto al porticato, poi, abbiamo osservato alcune api gironzolare intorni ai trifogli, e abbiamo parlato e riso tantissimo per tutto il tempo. Poi abbiamo preso un caffé da portar via al nostro bar preferito, e infine siamo tornati a casa. Come ha cantato Lou Reed, è stato un giorno perfetto, e sono felice di averlo passato con te, Lenny”.

 

Prima di andare in tour coi libri di Elena Ferrante (e “6 magliette, 6 paia di calzini, 1 giacca nera, 1 canotta, 1 paio di pantaloni, spazzolino da denti e dentifricio al sale, le vitamine, il visto, 1 quaderno, 1 penna e i problemi li metto tutti in un sacchetto invisibile e leggero così da avere l’energia a portata di mano”), ammette di essere una donna molto disordinata. “Come mia madre, che era un ciclone in cucina. Le cose buone, come si sa, vengono dal caos, avrebbe detto lei, sfornando deliziosi biscotti al cioccolato. Mia madre! Quanto mi manca! Ma vedo alcuni suoi tratti in me, soprattutto oggi, che spero di scrivere qualcosa che sia buono quanto le sue pagnotte di pane”.

 

Ecco, leggi questo, poi quello che dicono i vari esperti dei social, i discorsi sulla viralità, sull’essere sempre presenti “con almeno tre o quattro post al giorno se no la gente ti dimentica, perciò posta intorno a mezzogiorno e alle sei di pomeriggio, che sono gli orari con più visitatori, lunedì e martedì più del weekend, che la gente fa altro, cioè vive, non mettere troppe storie se no annoi ma neanche troppo poche, se no sembra che non ci tieni” e ti verrebbe da dire: ragazzi, tirate un sospiro di sollievo e, di base, anche meno. Defollowate un po’ di gente arrabbiata e iniziate a seguire i cardinali che citano sant’Agostino e Luther King, e i mostri sacro del rock che, ritirando il Nobel di Bob Dylan in mondovisione, si emozionano così tanto che devono interrompersi e ricominciare a cantare punto e a capo. Non sapete quanta umanità vi perdete.