Né campagne né periferie, il centro del mondo è la città

Stefano Cingolani

Per Piero della Francesca e Giorgio De Chirico erano solo un sogno. Ma diedero l’impulso creativo al razionalismo di Le Corbusier e agli incubi di Calvino. Oggi le megalopoli sono soprattutto smart e globalizzate

Il Boeing della Qatar Airlines si alza dalla pista di Singapore in un tripudio di luci. Le hostess, velate con ipocrita discrezione, hanno detto che sulla rotta per Doha il tempo è buono, ma ci sarà qualche turbolenza sopra l’Oceano Indiano, a mano a mano che ci allontaneremo dal triangolo stregato che sta al centro del nuovo mondo e congiunge India, Cina, Australia. Dal finestrino arrivano luci e ancora luci. E’ una calda notte equatoriale, ma i vapori risucchiati dal mare non riescono a nascondere lo scintillio di questa bizzarra isola-città-stato. Singapore è una metropoli in mezzo alle onde, ancor più globale di Hong Kong perché ha assorbito, non senza conflitti, le grandi culture del sud est asiatico: cinese, malese, indiana, araba, indonesiana, filippina. Tutte le strade portavano a Roma, tutte le rotte oggi portano qui, seguendo come in un unico grande sentiero le luci delle città, le immense città visibili che uniscono l’universo caleidoscopico del XXI secolo. La globalizzazione è finita? Allora venite quassù e date un’occhiata.

 

Tutte le strade portavano a Roma, tutte le rotte oggi portano a Singapore. La globalizzazione è finita? Venite a dare un’occhiata

“Città piazzeforti, città monastero, città amministrative, città all’incrocio di strade ricche di traffici, in riva ai fiumi e ai mari, città destinate a intrecciarsi come Amsterdam e Londra, Parigi e Ginevra, Genova e Napoli, Venezia e Istanbul, Lubecca e Stoccolma, città specchio come Hong Kong, Singapore, New York, Los Angeles, Sidney. Dappertutto c’è la stessa concatenazione, la stessa evoluzione creatrice”, scrive il grande storico francese Fernand Braudel. Le condizioni dello sviluppo sono: un’economia di mercato vigorosa e in via di progresso, non ostacolata dallo stato; l’espansione dei trasporti; una società aperta che riconosca il valore del denaro e favorisca l’innovazione tecnico-scientifica; il commercio internazionale, perché “niente sarebbe possibile senza l’azione peculiare e in certo modo liberatoria del mercato mondiale”, sottolinea Braudel. Ebbene, la città è il luogo geografico, sociologico, economico, culturale in cui tutte queste condizioni si realizzano e si fondono. Per questo la civiltà moderna è una civiltà urbana e per la stessa ragione chi è contro la modernità evoca il mito del villaggio locale in opposizione a quello globale. Le campagne assediano le città e di là bombardano il quartier generale. Il nazional-populismo si nutre dei pensieri di Mao Tsedong. La rivoluzione culturale ha portato gli intellettuali a rieducarsi nelle comuni agricole così come Giorgia Meloni li vorrebbe tutti a Tor Bella Monaca.

 

La città è il luogo geografico, sociologico, economico, culturale dei nostri tempi. Per questo la civiltà moderna è una civiltà urbana

Le elezioni politiche degli ultimi anni, dalla Brexit alla vittoria di Donald Trump nel 2016 fino al voto europeo del 2019 passando per le consultazioni nazionali, ultima quella britannica, hanno mostrato la stessa doppia frattura. La prima è tra le città diventate sempre più universalistiche e quelle che si sono ripiegate su se stesse: le une scelgono la modernità e votano per i modernizzatori, le altre sognano il tempo perduto, vittime di una sindrome da identità nostalgica. La seconda frattura è invece all’interno delle immense aree urbane, tra centro e periferia, e potremmo chiamarla sindrome della identità irrealizzata. Entrambi i mali sono frutto dell’incapacità di capire e affrontare l’onda irrefrenabile che sta cambiando il nuovo secolo.

 

Ogni anno circa l’1 per cento della popolazione mondiale, 76 milioni di persone, lascia le proprie terre e si trasferisce in città

Secondo il World Urbanization Prospects 2018 delle Nazioni Unite, nel 2050 quasi il 70 per cento della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. Una trasformazione radicale che pone problemi enormi, si pensi solo all’acqua, alla gestione dei rifiuti urbani, alla mobilità. Gli abitanti del globo terracqueo si ripartiscono oggi tra 4,2 miliardi di persone che vivono in città (55 per cento) e 3,4 miliardi che vivono ancora in campagna o in piccoli centri (la classificazione varia da paese a paese). Ogni anno, però, circa l’1 per cento di questi 7 miliardi e 600 milioni lascia le proprie terre; in altre parole nell’arco di dodici mesi 76 milioni di persone, più dell’intera popolazione di paesi come l’Italia o la Francia, si trasferisce in città. E’ una percentuale in continuo aumento: vent’anni fa era lo 0,7 per cento e quarant’anni fa lo 0,53 per cento. La previsione è che nel 2045 due persone su tre nel mondo vivranno una vita metropolitana. Non solo: fino a ora il numero di residenti in campagna ha continuato a crescere, poiché lo spopolamento delle zone rurali è stato comunque più che compensato dall’aumento della popolazione. Tra poco anche questa tendenza si invertirà.

 

L’esodo più massiccio si sta verificando nei paesi a reddito medio-alto. Il caso cinese, cioè il 60 per cento della popolazione d’Asia

L’esodo più massiccio si sta verificando nei paesi a reddito medio-alto, un gruppo che include, ormai, Cina, Brasile, Turchia, Thailandia e Romania. In Asia stanno lasciando le campagne oltre 12 persone su mille ogni anno, ma in Cina sono più del doppio: oltre 28 su mille, con questo ritmo nel giro di un decennio oltre un quarto della popolazione totale del paese più popoloso del mondo si sposterà in un’area urbana. Nell’America del Sud il tasso di spopolamento delle campagne è di oltre 13 persone su mille, ma in Brasile supera le 19 persone su mille. Da oggi al 2050 in India emigreranno verso una delle grandi metropoli 416 milioni di persone, in Cina 255 milioni e in Nigeria 189 milioni. La popolazione asiatica si divide quasi esattamente a metà tra città e campagna, ma in Cina i cittadini sono già quasi il 60 per cento. L’Africa è l’unico continente in cui la popolazione rurale supera ancora quella urbana (57,5 per cento contro 42,5 per cento), però tra il 2030 e il 2035 anche in Africa si verificherà il sorpasso. 

 

 

  

La regione più urbanizzata è il Nord America (82 per cento degli abitanti), seguita da America latina (81 per cento), Europa (74 per cento) e Oceania (68 per cento). In generale, quasi la metà della popolazione mondiale vive in città con meno di mezzo milione di abitanti, mentre circa una persona su otto vive in una delle 33 megalopoli, quelle con più di 10 milioni di abitanti. Secondo le proiezioni, entro il 2030 se ne aggiungeranno altre dieci, la maggior parte delle quali nei paesi in via di sviluppo, soprattutto in Africa e Asia. Tokyo detiene ancora lo scettro dell’agglomerato numero uno, con i suoi 37 milioni di abitanti; seguono Delhi con 29 milioni, Shanghai con 26 milioni e a pari merito San Paolo e Città del Messico con 22 milioni di abitanti. Ma le cose sono destinate a cambiare. Già nel 2028 Delhi diventerà l’area urbana maggiore del mondo, sia per il proprio alto tasso di crescita e sia per la flessione della capitale giapponese. Una trasformazione netta per l’India, se pensiamo che ancora oggi conta la più grande popolazione rurale al mondo con 893 milioni di donne e uomini (seconda la Cina con 578 milioni).

 

Nelle nazioni ad alto reddito la percentuale di coloro che abitano nelle aree metropolitane è già dell’81,5 per cento. Vent’anni fa era il 75,7 per cento e tra poco meno di vent’anni, nel 2035, sarà l’85 per cento. Vivono in città più di nove persone su dieci in Belgio (dove si arriva al 98 per cento), Lussemburgo, Olanda, Malta e Islanda e più di otto su dieci in Svezia, Finlandia, Norvegia, Danimarca, Gran Bretagna, Francia e Spagna. L’Italia è un po’ più indietro (sette su dieci), però la corsa verso le zone urbane è destinata a continuare, anzi ad accelerare. Nonostante il recupero dei borghi, la lunga spina dorsale appenninica è semispopolata. Lo stesso ritorno alla terra, fenomeno giovanile che acquista una certa consistenza, non coincide con l’abbandono della città, ma con una coesistenza di vita urbana e neo-rurale. Oggi in Italia lasciano la campagna dieci persone su mille ogni anno, come nella media dei paesi più ricchi. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite, tra dieci anni saranno più di dodici: l’esodo avrà di nuovo il ritmo degli anni Cinquanta e Sessanta, per poi aumentare entro il 2050.

 

La capitale giapponese è ancora la prima metropoli al mondo con i suoi 37 milioni di abitanti. La trasformazione dell’India

L’Europa continentale, che risplende di notte come una luminaria per il santo patrono, sembra rimasta legata, con poche eccezioni (Parigi, forse Berlino) alla tradizione delle mille torri e mille campanili. Tuttavia, si è creato un fenomeno singolare che collega presente e passato: la più grande città europea, infatti, è una non città, o meglio una concatenazione urbana che da Amsterdam si estende fino a Helsinki, attraverso Amburgo, Lubecca, Copenaghen, Riga, lungo il tracciato della antica Lega anseatica. La medievale Hansa Bund (Lega anseatica) diventa la post-moderna Hansa City, attraversa le frontiere, mescola i linguaggi, adotta una lingua franca (l’international english al posto del latino), stringe i propri interessi economici e acquisisce, sia pur lentamente, una identità politica sulla quale influisce senza dubbio il predominio dello spirito protestante. Non è un caso che oggi dentro l’Unione europea i rappresentanti dei paesi anseatici abbiano posizioni molto simili, talvolta addirittura comuni su questioni chiave, dalla politica economica alla sicurezza e all’immigrazione, condizionando così in modo spesso determinante la Ue. Una politica estera che vuole il contenimento della Russia, una economia basata sul libero scambio e il rigore nei conti pubblici, una forte adesione alla Nato della quale olandesi e danesi sono ormai i veri pretoriani. E’ la conferma ulteriore che sono i processi profondi, materiali e culturali, a disegnare e ridisegnare il volto dei paesi e dei territori attraverso l’urbanesimo.

 

Le città ideali, del resto, non sono mai vissute davvero, diventando così dagherrotipi sbiaditi. Pienza per Enea Silvio Piccolomini, poi papa Pio II, doveva restare sempre la stessa: il borgo malmesso dove era nato, trasformato in opera d’arte. La città ideale di Piero della Francesca era un sogno come quelle di Giorgio De Chirico. Brasilia, pianificata da Lucio Costa con i palazzi monumento di Oscar Niemeyer, e il razionalismo di Le Corbusier come guida, doveva rigenerare quell’altopiano desolato tra il Golàs e il Minas Gerais, e liberare Rio de Janeiro dalla sua sudditanza al potere. Invece è rimasta ferma, e rischia di decadere. Il suo incubo è fare la fine di Zora, una delle città invisibili nel libro di Italo Calvino: “Obbligata a restare immobile e uguale a se stessa per essere meglio ricordata, languì, si disfece e scomparve”. Chandigarh, l’altra città ideale di Le Corbusier, capitale del Punjab dal 1950 per volere di Nehru, ha perduto o forse non ha mai acquisito gli spazi che delimitano razionalmente la vita secondo la filosofia del grande architetto franco-svizzero del quale è un museo a cielo aperto. La sua bellezza algida ha lasciato il posto alla corposa realtà, l’India si è impadronita di lei prima ancora che la globalizzazione si impadronisse dell’India.

 

Le città ideali non sono mai vissute davvero, diventando così dagherrotipi sbiaditi. Pienza, Chandigarh, Brasilia

L’Europa ha vissuto il disincanto dei quartieri modello, ma anche quello delle new town. I palazzoni, per quanto immaginifici come le vele di Scampia a Napoli, o i condomini tra i giardini di Rosengård a Malmö, hanno subito la stessa sorte delle casette a schiera che circondano la grande Londra. Secondo l’architetto Stefano Boeri, i macro temi che gravitano attorno alle grandi città sono due: il primo è la povertà, il secondo è il cambiamento climatico. “Se concentrassimo tutte le città del mondo in un unico grande spazio, copriremmo circa il 3 per cento della superficie delle terre emerse del pianeta, ma quel 3 per cento sarebbe abitato per il 30 per cento da popolazioni che vivono in condizioni di povertà assoluta, nelle favelas, negli slum, nelle baraccopoli. Non solo: quel 3 per cento di superficie produce mediamente il 75 per cento dell’anidride carbonica. Eppure la gente continua ad andare in città. Che cosa la spinge? “E’ la speranza che muove le persone”, spiega Francesca Zajczyk, ordinaria di Sociologia urbana all’università Milano Bicocca intervistata dall’Avvenire. “In città si trovano opportunità di lavoro stabile per chi desidera sfuggire all’aleatorietà della campagna dove i raccolti sono subordinati ai capricci del tempo; ci sono scuole migliori per i figli, servizi che altrove mancano: ospedali, scuole, mercati, tutto è vicino. Il drammatico paradosso è che la stessa pressione demografica finisce per deprimere la qualità della vita”. 

 


Da Tokyo a Delhi fino a Shangai. Così le grandi città del mondo hanno ridisegnato il territorio e si sono allargate fino a diventare metropoli


 

L’urbanesimo non si fermerà. Roma, Babilonia, Alessandria: le grandi culture dell’antichità si sono diffuse grazie a grandi metropoli. L’urbanizzazione ha favorito la rivoluzione commerciale, poi quella industriale, oggi accompagna la rivoluzione digitale. Città intelligenti, città in rete, città in continuo movimento. La Globalization World Cities Research Network, un organismo internazionale formato da un gruppo di esperti impegnato nell’analisi e nella soluzione di problemi complessi, specie in campo politico ed economico, con base nel dipartimento di Geografia dell’Università di Loughborough in Inghilterra, nel 2016 ha rilasciato la classifica mondiale delle Gobal cities. La GaWC divide le città in tre fasce, Alpha, Beta e Gamma, con diversi livelli intermedi. Le più importanti restano New York e Londra, classificate Alpha ++, seguite da Singapore, Parigi, Pechino, Tokyo, Shanghai e Dubai con Alpha+. Milano è di tipo Alpha, terza in Europa e dodicesima a livello mondiale, seguita da Sydney, Chicago, Francoforte, Madrid, Toronto e Los Angeles. Le global cities sono quelle che guidano l’innovazione e sono quelle in cui si concentra il capitale finanziario che domina più che mai l’intero processo di produzione e distribuzione della ricchezza. Un certo luogo comune vuole che oggi, grazie a internet, si possa lavorare ovunque e giocare in Borsa comodamente sdraiati sul divano di casa; è vero, ma nello stesso tempo c’è bisogno di operare all’interno di una rete umana, non solo cibernetica.

 

L’urbanizzazione ha favorito la rivoluzione commerciale, poi quella industriale, oggi accompagna la rivoluzione digitale

Le grandi città collaborano e competono, in questo modo diventano più simili tra loro di quanto ciascuna di esse non lo sia con il proprio stato di appartenenza, e calamitano processi che hanno a che fare con la geopolitica. Londra, da sempre meta preferita degli sceicchi, è stata invasa dagli oligarchi russi. A Parigi si sono riversati i fuggiaschi spaventati dalla Fratellanza Musulmana che ha guidato le cosiddette primavere arabe. L’uscita del Regno Unito dalla Ue ha mostrato l’eccezionalità, ma anche l’isolamento della city dal resto del paese. Ora alimenta affari e speranze al di là della Manica: a Parigi, ad Amsterdam, in misura minore a Francoforte. Si spostano banche, istituzioni pubbliche, agenzie come quella alimentare, la Ema, sfuggita a Milano per una serie di errori e omissioni. La nuova ricchezza cinese non ha fatto solo rifiorire Shanghai, Hong Kong e Singapore, ma ha attraversato l’oceano alla volta di Sydney, senza dimenticare New York dove i cinesi sono stati i maggiori acquirenti di case, uffici, residenze lussuose negli ultimi anni e adesso sono arrivati anche in Europa, compresa l’Italia.

 

La libertà di spostamento degli uomini fa da pendant al movimento delle cose e le metropoli della globalizzazione entrano oggettivamente in contrasto con la vecchia idea di nazione che i sovranisti vorrebbero ripristinare, al punto che le nazioni odierne senza queste metropoli multinazionali non potrebbero sopravvivere, non solo per la quota di prodotto lordo che macinano ogni anno, ma ancor più per tutto quello che mettono in movimento nelle menti e nello spirito umano. Così come plasmano la loro immagine, le città globali formano un orientamento vasto, un vero e proprio comun sentire.

 

La “città dei servizi”, come l’ha chiamata De Rita, sta diventando una vera “città impresa”. Per capirla servono le scuole

La frattura c’è e va ricomposta, sia chiaro. Come? Secondo l’architetto Joseph Di Pasquale, docente al Politecnico di Milano, diventato famoso anche per l’immaginifico cerchio di Canton, il Guangzhou Circle, tutti i problemi della moderna urbanizzazione si fondono in un problema più grande, la perdita d’identità: “Lo sprawl (il dilagare del tessuto urbano sino a formare un tutto ininterrotto tra abitati un tempo separati) è una novità assoluta nella storia: l’antitesi tra nuclei urbani e campagna viene meno e si genera una polverizzazione del costruito che consuma suolo senza generare città. Quest’anomalia è all’origine dei disagi sociali più diffusi: l’assenza di identità urbana genera assenza di identità sociale. I non-luoghi generano non-persone. Occorre far evolvere il modello urbano: da centrico o policentrico verso un modello a rete. Questo significherà portare la città in campagna, ma anche la campagna in città”. Il professor Gianfranco Dioguardi, tra i fondatori dell’Ingegneria gestionale, sostiene che la “città dei servizi”, come l’ha chiamata Giuseppe De Rita, sta ormai diventando una vera “città impresa”. Per comprenderla e per gestirla, è necessaria “una nuova scienza del governo delle città complesse”, a questo scopo c’è bisogno di vere e proprie city school, sul modello delle business school. Non è solo una provocazione intellettuale. In Italia esistono 14 aree metropolitane, il cui ruolo è rimasto indefinito. Non si capisce bene cosa siano, cosa possano e cosa debbano fare. Una loro gestione con criteri imprenditoriali sarebbe un salto di qualità e favorirebbe quella visione sistemica che rappresenta l’unica risposta in avanti, perché l’identità non si cerca nel piccolo mondo antico, bensì nel definire e ridefinire il nuovo. Un esempio importante viene da quel processo controverso chiamato gentrification che molti, come l’antropologo Michael Herzfeld che insegna a Harvard, interpretano come espropriazione dei valori tradizionali (e popolari) da parte di una élite cosmopolita, fondamentalmente sradicata, borghese e bohémienne allo stesso tempo (i francesi la chiamano bo-bo), complice e giullare del vecchio potere. Non è così. Esiste una “gentrificazione felice” secondo il professor Pietro Clemente e un gruppo di antropologi tra i quali Federico Scarpelli e Caterina Cingolani, che hanno condotto approfondite ricerche sul territorio in quartieri romani come Esquilinio, Trastevere, Testaccio. “La gentrificazione felice è una esperienza sociale e culturale in cui il processo arricchisce i luoghi di capitale culturale, di vitalità che probabilmente i nativi cosiddetti subalterni non avrebbero potuto o saputo importare”, spiega Clemente.

 

Di fronte all’irrompere delle global cities e alla paura di pensarle e agirle, frutto di un vero e proprio ritardo culturale, viene in mente Maurilia, una delle città invisibili di Calvino, la quale “per non deludere i ricordi di sé continua a rispecchiarsi in vecchie cartoline e per non deludere gli abitanti occorre che il viaggiatore lodi la città nelle cartoline e la preferisca a quella presente”. A dispetto della realtà, perché “comunque la metropoli ha questa attrattiva in piú, che attraverso ciò che è diventata si può ripensare con nostalgia a quella che era”. Scriveva il labirintico narratore: “Le città invisibili sono un sogno che nasce dalle città visibili”. Allora non abbiamo scelta, torniamo a guardare dal cielo questa mappa di luci e di vita, vedremo meraviglie che saranno capaci di stupire chi conserva lo spirito di Marco Polo, quello vero e quello di Calvino. Dalla città si può anche fuggire, ma alla città non si può sfuggire.

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