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Asia nel Londonistan

L’Inghilterra finora non ha offerto l’asilo alla cristiana nel timore di minacce. Murray: “E’ una vergogna”

13 Novembre 2018 alle 06:00

Asia nel Londonistan

L'Inghilterra non vuole dare l'asilo ad Asia Bibi (Foto LaPresse)

Roma. “La condizione di Asia Bibi dovrebbe insegnarci quanto sia cruciale per una società libera estendere i confini della parola, non restringerli”, ha scritto Charlotte Gill domenica sul Telegraph. Eppure, se Francia, Germania, Olanda e Italia hanno offerto l’asilo alla donna cristiana del Pakistan condannata a morte nei primi due gradi di giudizio e poi assolta dalla Corte suprema del suo paese, proprio il paese di Gill sembra essersi tirato indietro. “Se ad Asia Bibi è negato l’asilo nel Regno Unito, qual è il punto dell’intero sistema del diritto all’asilo?”, si è chiesta su Twitter Ayaan Hirsi Ali, la dissidente somala che venne accolta proprio in Olanda e poi riparata negli Stati Uniti.

 

Secondo una ricostruzione dell’Huffington Post, il Regno Unito avrebbe rifiutato l’asilo ad Asia Bibi perché avrebbe potuto causare “sollevazioni violente” da parte di frange della popolazione (musulmana) inglese e mettere in pericolo le ambasciate britanniche nei paesi islamici. “Chiedo che il primo ministro inglese ci aiuti e, per quanto possibile, ci conceda la libertà” aveva affermato il marito di Bibi, Ashiq Masih, in un videomessaggio dalla località segreta in cui si trova la famiglia della donna, protetta intanto dal governo pachistano dopo la scarcerazione.

 

Wilson Chowdhry, presidente dell’Associazione cristiana pachistana inglese, ha detto: “Il governo del Regno Unito teme che il suo trasferimento nel Regno Unito causerebbe problemi di sicurezza e disordini tra alcune parti della comunità e una minaccia per le ambasciate britanniche che potrebbero essere prese di mira dai terroristi islamici”. Tajamal Amar, un cristiano fuggito nel Regno Unito dal Pakistan dieci anni fa, è stato preso di mira anche a Londra a causa della sua fede cristiana: “Sono venuto nel Regno Unito per evitare di essere attaccato e non mi sarei mai aspettato che lo stesso sarebbe successo a me qui”. Chowdhry ha poi detto che “è una vergogna che la Gran Bretagna ora sia un paese che non è sicuro per coloro che sono accusati di blasfemia”.

 

Il rischio c’è. Ieri l’ambasciata olandese a Islamabad ha annunciato una temporanea sospensione dei lavori nel paese a causa di minacce di morte al personale diplomatico. Il deputato ed ex ministro Damian Green, insieme ad altri diciannove colleghi parlamentari, ha scritto a Theresa May per invitarla a rivedere la decisione su Asia Bibi. Si è tenuto anche un sit-in fuori dall’Alta commissione pachistana a Londra. La parlamentare laburista Mary Creagh, tra i firmatari della lettera, ha detto: “Penso che il mondo sia rimasto scioccato dall’orribile trattamento di Asia Bibi. Diversi paesi le hanno offerto l’asilo ed è una vergogna che la Gran Bretagna abbia omesso di farlo”.

John Woodcock, un altro parlamentare, ha aggiunto: “Il Regno Unito dovrebbe essere orgoglioso di essere un santuario per i perseguitati a causa della propria religione”. Autore del bestseller “The strange death of Europe” (uscito in Italia per Neri Pozza), anche Douglas Murray è scandalizzato: “Dovremmo accogliere Asia Bibi e cacciare coloro che la minacciano”, dice al Foglio. “Se qualcuno al mondo merita l’asilo, è lei. Ogni paese civile dovrebbe fare la fila per darglielo. Ci sono report secondo cui il governo britannico non offrirà l’asilo ad Asia Bibi. La ragione è la ‘sicurezza’, il termine usato quando si ha bisogno di un motivo per evitare di fare la cosa giusta”. E’ il paradosso di un “Londonistan” confortevole per Anjem Choudary, il pachistano inglese reclutatore dell’Isis, ma insicuro per Asia Bibi.

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Commenti all'articolo

  • carloalberto

    13 Novembre 2018 - 13:01

    A parte il fatto che in italiano si dice "rifugio", non "santuario" (anche se in inglese è "sanctuary"), colpisce notare come la Gran Bretagna, già dominatrice delle terre dell'attuale Pakistan, sia virtualmente ostaggio di una sua ex colonia.

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