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No significa no e non c’è assurdità del #metoo che possa cancellarlo

Il caso Ronaldo serve a ragionare lucidamente sul consenso

12 Ottobre 2018 alle 10:01

No significa no e non c’è assurdità del #metoo che possa cancellarlo

Una scena di Sedotta e abbandonata, un film italiano del 1964, diretto da Pietro Germi, interpretato da Stefania Sandrelli, Aldo Puglisi e Saro Urzì

Roma. Il #metoo ha i suoi limiti, ha commesso le sue aberrazioni. Non possiamo però permettere che quei limiti finiscano con il giustificare chi vìola e ridimensiona il valore e il peso, entrambi assoluti, di un consenso esplicitamente negato. Il no di una donna significa sì in una battuta di “Sedotta e abbandonata” e in qualche altra strepitosa commedia italiana del secolo scorso. E basta. Altrove, e sempre, no significa no. Sul consenso, sulla capacità e il dovere degli individui di far valere il proprio arbitrio, sulla responsabilità personale, sulla distinzione – complessa ma esistente – tra sesso sgradevole e sesso sgradito, il #metoo ha fortemente compromesso la possibilità di ragionare con lucidità. Ha preteso di stabilire princìpi inaccettabili: credere alle donne perché sono sempre vittime, anche di loro stesse, perché hanno introiettato il patriarcato; stabilire che il sesso è legittimo solo previo consenso entusiasta equamente manifestato da chi lo fa. Ma questi eccessi non possono, non devono portarci ad alleggerire il peso e il valore di quel no.

 

Le stanze degli alberghi non sono micronazioni indipendenti: lì vigono tanto la legge, quanto il principio della inviolabilità della persona. Pertanto, quando un ragazzo e una ragazza lì s’incontrano, di comune accordo e per reciproco interesse e desiderio, non sono in balìa l’uno degli istinti dell’altra. Se il ragazzo vuole fare sesso, ma la ragazza no, tanto che glielo dice, ma ciò nonostante lui insiste e fanno sesso mentre lei urla NO, il ragazzo commette una violenza sessuale. Il sesso che si consuma tra i due non è “sesso non consensuale”: è stupro. Kathryn Mayorga ha accusato Cristiano Ronaldo di averla violentata, nel 2009, a Las Vegas, in una stanza d’albergo, non perché si sia sentita a disagio dopo averci fatto l’amore; non perché farci l’amore non la convincesse sin da subito, sin dal primo bacetto; non perché, una settimana dopo il loro incontro, abbia capito che lui è stato troppo affrettato e scortese e insistente; non perché lui le sia saltato addosso mentre lei era immobilizzata. Mayorga sostiene di essere stata violentata da Ronaldo perché, sebbene lei gli abbia urlato NO e abbia tentato di fermarlo, lui ha continuato, tant’è che il giorno dopo ha denunciato l’aggressione ma non l’aggressore ed è andata in ospedale. Lo Spiegel possiede i documenti dell’accordo di segretezza che i due firmarono nel 2010: per 375 milioni di dollari, si comprava il silenzio della ragazza e l’obbligo, per lei, di non parlare mai male di Ronaldo in pubblico, di non partecipare mai a sedute di terapia di gruppo, di non fare parola dell’accaduto con i suoi genitori. La procura di Las Vegas ha riaperto il caso perché l’esistenza di quel contratto non annulla il reato: si può comprare il silenzio di una vittima, non l’assoluzione di un criminale. Sarà il procuratore della contea di Clark (Nevada) a stabilire se ci sono prove sufficienti per istruire un processo. Ieri gli avvocati di Ronaldo hanno detto che i documenti pubblicati dallo Spiegel sono stati manipolati.

   

Il #metoo ha un problema di nome Ronaldo

La campagna di liberazione della donna dal dominio maschile non era mai arrivata così in alto, ma ora, con CR7, rischia di cadere da una posizione scomodissima. Perché la difesa del supereroe del calcio promette spettacolo

 

Se Mayorga si sia inventata tutto o lo abbia rigirato in favore di suscettibilità, se Ronaldo sia vittima di un ingegnoso ricatto, se agli inquirenti siano state fornite prove falsificate, lo scoprirà chi ne ha la competenza, ma il verdetto non sposterà il punto. Fino ad allora e anche dopo, ciò che dobbiamo e dovremo difendere dalle isterie e dalla destrutturazione esasperata dei rapporti tra uomo e donne, ciò che dovremo mantenere inattaccabile e impermeabile alla discutibile credibilità delle denunce e delle denunciatrici, alle atmosfere intossicate, ai dibattiti polarizzati, alla deriva di un movimento che è partito per denunciare un abuso di potere e s’è trasformato in “una caccia agli uomini di potere bianchi tanto che viene da pensare che, se Hillary fosse stata eletta, non ci sarebbe stato alcun #metoo” (Bret Easton Ellis ieri su Vanity Fair), è che un modo certo per violare una donna è farci l’amore mentre dice che non vuole.

     

Camille Paglia disse, dopo il caso Tyson (erano gli anni Novanta, il pugile violentò una donna che s’era presentata da lui in vestaglia), che le ragazze che non vogliano fare sesso con un uomo che vanno a trovare di notte devono portarsi un coltello. In quegli anni, nelle università americane, il femminismo cominciava a venire assorbito dall’ossessione identitaria e dalla dittatura delle minoranze di cui Mark Lilla dice che tutta la sinistra s’è irrimediabilmente ammalata. Il #metoo, anni dopo, ha cavalcato quell’onda fino a postulare la legittimità di lasciare disoccupato un uomo per aver baciato una ragazza senza accertarsi che lei lo volesse davvero. Così, un bacio concesso controvoglia è stato trasformato nella prova di come, se una donna è a disagio ma non sa manifestarlo, viene molestata o abusata sessualmente (caso Aziz Ansari). Stravolgimenti come questo sono stati disgustosi, surreali. Ci hanno reso tutti più cinici. Esasperati.

    

Tuttavia, per quando le ragazze dimenticano il coltello e, al suo posto, usano un “no” , devono poter contare sul fatto che verrà loro garantita giustizia e risparmiato giudizio.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    12 Ottobre 2018 - 18:06

    Siamo alla frutta. Basta una denuncia e sei futtuto. Aiuto.

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    • Sciandi

      13 Ottobre 2018 - 08:08

      Dove lo ha letto? Un suggerimento: non qui. Non si preoccupi.

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