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La riscossa delle donne post #metoo ricomincia dalle scuole per sole femmine?

Economist e Guardian chiedono più luoghi di lavoro e studio “esclusivi”. Tradizione e numeri di un fenomeno che non c’entra con le molestie

21 Ottobre 2018 alle 06:28

La riscossa delle donne post #metoo ricomincia dalle scuole per sole femmine?

Foto Pixabay

Economist e Guardian sono troppo autorevoli per derubricare a passatismo l’idea che patrocinano: incrementare luoghi di lavoro e studio per sole donne, tornando alle scuole per ragazze e alla separazione dei generi nei college. Un tale rinnovamento dell’istruzione creerebbe ambienti più protetti, cautelati dagli abusi ai tempi del #metoo, e piattaforme per capovolgere la subalternità femminile nel mondo del lavoro. Sul Guardian una R. Rehman, alunna di college femminile britannico, spiega la differenza fra i collegi femminili ottocenteschi e quelli del duemila: quelli erano frutto del “mandato culturale” che preparava le donne alla sottomissione, questi sarebbero invece gli araldi della riscossa e di un nuovo modello sociale. Anzi, lo sono già. L’istruzione esclusivamente femminile è fortemente radicata in Inghilterra e negli Usa, suffragata da dati che ne giustificano la tradizione. Le alunne delle scuole per sole ragazze primeggiano nelle scienze dure e conseguono più dottorati di ricerca. La Rehman snocciola percentuali di deputate del Congresso o amministratrici delegate provenienti da college femminili. Hillary Clinton, per dirne una, ha studiato al Wellesley, collegio femminile nel Massachussets; il Somerville College di Oxford, casa accademica di Margaret Thatcher, ha accettato studenti solo a partire dal 1994.

 

I motivi sono vari. Sian Beilock, presidentessa del Barnard College, femminile, di New York, va fiera del fatto che le sue alunne “abitino in un mondo retto dalle donne, in cui abbondano modelli femminili cui rifarsi”. Idem, la presidentessa del trust delle scuole femminili britanniche, Cheryl Giovannoni, ha dichiarato a Marie Claire che “in un ambiente completamente femminile si viene ispirate dal vedere donne che hanno ruoli decisionali in ogni campo”; prima di lei la carica era ricoperta da Caroline Jordan, ferma sostenitrice di come nelle scuole femminili l’istruzione funzioni meglio perché “le ragazze sono più collaborative quindi le lezioni diventano più seminariali”. Tutti convengono che un istituto femminile è impermeabile agli stereotipi. La direttrice di Oxfam, Barbara Stocking, alunna del New Hall di Cambridge, ha dichiarato di essere stata ignara della discriminazione sessuale fino alla laurea.

 

Eguaglianza e potere sono i due corni del dilemma per decidere se separare i sessi sia un progresso o una regressione. Un cardine su cui insistono gli istituti femminili è la differenza dell’apprendimento rispetto a quello maschile, ragion per cui una completa eguaglianza può essere conseguita solo distinguendo, non omologando. La sociologa Colleen Butler-Sweet sostiene che negli istituti per ragazze le studentesse imparino “a negoziare in un modo che non riproduce l’atteggiamento maschile ma è ritagliato sui punti di forza delle ragazze”. Al contrario Richard Cairns, preside del Brighton College, scuola mista, si fonda sull’idea che se la scuola deve preparare alla vita non può permettersi di essere così dissimile dal mondo reale, che è misto. Secondo Cairns le scuole miste sono “luoghi più cortesi”, in cui l’interazione fra ragazzi e ragazze addolcisce gli estremi e stempera il bullismo.

 

A dire il vero di recente Diane Halpern, presidentessa della American Psychological Association, ha bollato come pseudoscienza la presunta differenza fra apprendimento femminile e maschile, sottolineando piuttosto l’importanza che l’istruzione a ogni livello “insegni rispetto reciproco e capacità d’interazione”. E nel 2011 la rivista Science aveva sancito che “nessuna ricerca comprova che l’istruzione single-sex migliori le performance accademiche degli studenti, ma è dimostrato che la segregazione di genere incrementa gli stereotipi e legittima il sessismo istituzionale”. Se è vero che al Gcse le sedicenni che provengono da scuole femminili ottengono risultati migliori di quelle delle scuole miste, recita una statistica SchoolDash, è a causa della selettività degli istituti e del loro bacino di utenza, non della loro composizione.

 

Le scuole maschili sono storicamente centri di potere e, in tal senso, l’istituzione di scuole femminili mira a un contrappeso. Per questo, mentre le scuole femminili incrementano le rivendicazioni di specificità, quelle maschili le annacquano: se il vecchio direttore di Eton, Tony Little, fu sbertucciato per aver detto che le scuole maschili consentono ai ragazzi di essere sé stessi, il suo successore Simon Henderson ha insistito sulla necessità che i propri alunni diventino più “gender-intelligent” e ha ammesso che se uno di essi dovesse sentire di appartenere al genere femminile, potrebbe tranquillamente restare alunno. Conta piuttosto che a Eton, su 160 insegnanti, solo venti sono donne, ed è indubbiamente uno squilibrio; mentre al momento in tutta l’Inghilterra ci sono solo tre college universitari femminili, tutti a Cambridge, due dei quali limitano alle donne non solo l’alunnato ma anche l’ingresso nello staff accademico, ciò che invece viene visto come vantaggio. A Oxford tuttavia la critica letteraria Hermione Lee ha preferito far culminare la propria militanza femminista diventando la prima presidente donna del Wolfson, college misto retto cinquant’anni fa da Isaiah Berlin.

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