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Avvertenza per Zadie Smith: il maschio italiano oggi è Lodo Guenzi

Guai seri se la distopia letteraria esaspera i cliché. La scrittrice non lo sa ma il maschio “tossico” non è più Berlusconi, bensì il cantante dello Stato Sociale, prima denunciatore dei malvezzi italiani e oggi giudice a X Factor sulla seggiola di Asia Argento

10 Ottobre 2018 alle 11:42

Avvertenza per Zadie Smith: il maschio italiano oggi è Lodo Guenzi

Lodo Guenzi, il cantante del gruppo Lo Stato Sociale (foto LaPresse)

“La cultura italiana avalla l’idea che l’uomo potente si prende la donna più bella, il premio più grande”, ha detto Zadie Smith al Fatto Quotidiano, dopo aver specificato che ci conosce bene, noialtri belpaesani, avendo tra di noi vissuto dal 2006 al 2009, “anni di bunga bunga in cui le donne non erano vittime ma solo veline” e avendo visto, nel volo che l’ha portata al festival di Internazionale dove era ospite nei giorni scorsi, due film italiani. L’intervista s’intitola: “Il #metoo mancato nell’Italia del maschio”.

     

Zadie Smith non lo sa – come potrebbe? – ma persino in Italia il tempo è passato, la coperta è gelata, l’estate è finita, il berlusconismo archiviato e la velina attivista. Non che siano finiti i problemi, anzi. Il maschio tossico non è più il potente che usa le donne come trofeo, ma quello che, furbescamente passivo-aggressivo, le rimpiazza quando crollano sotto i colpi della loro propria mannaia. Smith non lo sa, ma il maschio “tossico” non è più Berlusconi, bensì Lodo Guenzi, che canta in un gruppo che si chiama Lo Stato Sociale e per anni ha fatto il provocatore e denunciatore dei malvezzi italiani, ipocrisia in primis, e però quando X Factor gli ha proposto la seggiola di Asia Argento, rispedita a casa perché un ragazzino l’ha accusata di stupro, ha accettato senza vacillare.

    

Ha detto che andrà a sostituire una donna di straordinario talento e così s’è levato d’impiccio: non un fiato su quanto folle, ipocrita, inumano sia stato togliere il lavoro a una persona e quindi, di fatto, condannarla senza processo, senza prove, senza niente di vero a parte le versioni sconnesse e contraddittorie di un ricattatore (dei ricatti ci sono le prove: lo ha ammesso, con orgoglio e in diretta tv, l’avvocato del signorino).

   

Furbescamente, il Guenzi la butta sul tutti mi criticano perché una volta cantavo che si nasce rockstar e si muore giudice a un talent show, e così anziché spiegare la sua contraddizione più insopportabile, cioè l’aver accettato di fare il giudice al posto di una signora a cui la giustizia è stata negata, dà conto della sua contraddizione più innocua, cioè l’essere diventato una pop star dopo aver cantato per dieci anni quanto fanno schifo le pop star.

   

Non è mica solo colpa sua: l’Italia “società tra le più patriarcali al mondo” (parola di Smith) al Guenzi rimprovera il successo, mica di sedersi, trionfante, sullo scempio di una delle questioni cruciali del nostro tempo. Zadie Smith non è tenuta ad avere contezza dello stato d’avanzamento del patriarcato italiano, né ha senso (per quanto sia irresistibile) un confronto incrociato su chi ce l’abbia più tossico, il patriarcato, tra Europa mediterranea ed (ex) Europa anglosassone, primo perché sarebbe una semplificazione da bar e secondo perché sarebbe un confronto tra poveri.

 

Da una recente ricerca del Plan International UK è venuto fuori che i maschi inglesi gradiscono così tanto le divise scolastiche delle studentesse che un terzo delle ragazzine inglesi dichiara di aver subìto molestie e aggressioni andando o tornando da scuola. E siccome il guaio è globale, ieri Donald Trump ha invitato alla Casa Bianca il suo grande amico Kanye West (che però ora si fa chiamare Ye: dice che gli dà un tono biblico nel quale si riconosce di più), coniugato Kardashian: un signore che qualche tempo fa ebbe a dire, “sono stato io a far diventare famosa quella troia” sul palco del Madison Square Garden, davanti a migliaia di giovani impressionabili (in quanto giovani).

  

Si riferiva a Taylor Swift, che nelle ultime 48 ore ha fatto discutere per aver esposto, per la prima volta, la sua posizione politica, invitando a votare democratico alle elezioni di midterm. Tout se tien. E’ un botta e risposta continuo e, a volte, fratricida (Switf era considerata una “amica dei repubblicani” e i suoi fan di destra l’hanno rimproverata per la virata a sinistra nei soliti modi coloriti che consentono i social network). Una cosa che gli scrittori non possono permettersi il lusso di fare, in questo marasma, visto che da questa parte dell’oceano e pure dall’altra, si sentono chiamati all’attivismo urgente – e non a scrivere buoni libri, quello mai, mannaggia – è avallare i cliché, semplificare la realtà, esasperarne il racconto.

 

L’Italia di cui parla Zadie Smith è un retaggio: c’è una realtà ben più complessa da cogliere e comprendere, anziché da denunciare. Un lungo articolo del New York Times su come la distopia femminista sia diventata il genere letterario di più sicuro successo riporta le dichiarazioni di molte autrici che ammettono di essersi ispirate al pericolo, che vedono incarnato in Trump, di una regressione delle libertà femminili. Moltissime battute dopo, Margaret Atwood ha fatto notare che “fintanto che ne possiamo scriverne, significa che non è successo”.

  

La questione non è tanto l’attinenza con il reale: alla letteratura non è richiesta. La questione è che se la letteratura si accontenta d’ispirarsi alla superficie delle cose, dove sta la turpitudine più ingenua e innocua, avremo perso la nostra sola occasione di comprensione del reale. Capire è molto più importante di salvare. E Lodo è peggio di Berlusconi.

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