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Cose che i social hanno reso una figaggine

Un mondo in cui se non si passa dalle app si è irrimediabilmente rétro (per non dire sfigati)

2 Agosto 2018 alle 06:01

Cose che i social hanno reso una figaggine

Foto Pixabay

Cose che prima dei social erano da sfigati e dopo i social sono considerate il massimo della figaggine. Ultimo esempio pervenuto, la gattara. Una volta si aggirava con gli avanzi nella vaschetta per i mici del quartiere. Chiamava per nome le bestiole, e le considerava molto superiori agli umani, anche perché di umani ne frequentava pochi o nessuno. Oggi la gattara i mici li instagramma o li twitta, con il pupazzetto o senza, con il guinzaglio o senza, giocherelloni sul terrazzo o dormienti sul divano, informando sui vermi e sulle vaccinazioni. Ne ricava una pioggia di cuoricini (vuoi mettere con gli anonimi gatti buffi che stavano su YouTube ad acchiappare clic? Siamo a un altro livello, quelli erano finiti in una geniale pubblicità del mocio vileda: gatto isterico che ha lappato il caffè, gatto zombi che ha lappato il vino, e tutto perché non avete pulito per terra presto e bene).

 

Una volta c’erano i matti convinti di aver trovato un buco nella teoria della relatività di Einstein. Mandavano lettere agli scienziati, scrivevano ai giornali, assillavano gli amici lamentandosi perché nessuno rispondeva (come nei loro sogni di gloria): “Ma grazie, ora avverto i colleghi e lancio l’allarme, in tanti anni non ce n’eravamo accorti, lo dico anche ai signori del Nobel”. Non più tardi di una settimana fa – per non parlar di vaccini – abbiamo sentito alla radio uno studioso che ricamava attorno a Monna Lisa teorie finora sfuggite agli studiosi. Essendo di un’altra epoca e sprovvisto di cellulare, ha esposto la sua tesi in un volume, consegnandosi alla marginalità.

 

I fisici e gli storici dell’arte dilettanti oggi hanno a disposizione internet, che a tutto regala una patina di contemporaneità. Non sei più lo sfigato professorino che da anni coltiva un’idea balzana e ha l’hobby di farsi contraddire nei convegni specializzati. Sei colui che dal basso, democraticamente, mette in dubbio quel che gli addetti ai lavori “vogliono farci credere” (o “ci tengono nascosto”, che poi è lo stesso). Insomma, un eroe dei nostri tempi genuinamente democratici.

 

Gli scrittori dilettanti senza cognizioni di grammatica – e ignari del perché sia stata inventata la letteratura, mica per annoiarci – una volta pubblicavano APS, A Proprie Spese (inventò la sigla Umberto Eco, tanti anni fa). Oggi vanno su ilmiolibro.it, che mette a disposizione dell’aspirante scrittore impaginazione e font da listino prezzi dell’estetista. Oppure si autopubblicano, e pazienza se del capolavoro non circolerà neppure una copia tra amici e parenti (almeno il libro si impacchettava per i natali e i compleanni). Però non si sentono scrittori rifiutati da ogni editore rispettabile, sono “diversamente pubblicati”. Se gli date corda, tirano fuori la teoria sulle case editrici che respingono i manoscritti “davvero rivoluzionari” (quale risulta essere il loro). Uno scandaloso residuo di meritocrazia che andrebbe abolito per legge.

 

Una volta le diapositive delle vacanze erano da sbadiglio, piccole cose di pessimo gusto (l’unica consolazione per gli amici convocati a forza era che di lì a due settimane sarebbe venuto il momento delle loro diapositive messicane). Ditelo a chi su Instagram fotografa la pizza – spiegava un pizzaiolo amico che la “quattro stagioni” non la ordina più nessuno, non è fotogenica (brutto anche il pesce da spinare, ed è subito trancio). Non capita una sera ogni tanto, o con gli avvenimenti eccezionali. Basta un cappuccino particolarmente fotogenico, o una mezza giornata a Crema, nessuno avrebbe collocato scatti simili nell’album, accanto alle foto del matrimonio.

 

Una volta gli annunci matrimoniali erano per sfigati che non riuscivano a rimorchiare in nessuna situazione. Oggi guai se non passi dalle app, scegliendo “matrimonio” oppure “una botta e via” (eccetera eccetera eccetera). Sei irrimediabilmente rétro, come la nonna che alla segreteria telefonica parlava scandendo le parole, immaginando che dall’altra parte del filo qualcuno stesse annotando tutto su un foglietto.

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