Kate Moss (LaPresse)

questione di spirito

Dai giornali alla televisione. Rapporto sulle ultime vanità

Ginevra Leganza

Le migliori sopravvivono fuori dai social. Il senso di comparire oggi sulla carta stampata o nei programmi televisivi, dolce illusione dell’amore altrui. Tra salotti e radical chic

In principio era la vanità. Prima di narcisismo, egocentrismo, esibizionismo – prima ancora dell’autoscatto e delle psicosi alla moda – era il vizio biblico da sempre caro al Maligno. Ricorderete tutti il fotogramma nell’Avvocato del Diavolo. Al Pacino che offre il proprio volto a Satana, fa l’occhiolino e sussurra: “Il mio peccato preferito”. Era la vanità. Che infatti è il narcisismo dei bimbi grandi. E cioè degli effimeri che si vogliono eterni. Quelli che all’instant marketing preferiscono le cose di un altro mondo. E sono i suoi peccati, questi. Le perversioni di chi scrive sulla sabbia pensando sia pietra. Di chi cerca uno schermo più grande, un amore più grande. Una gioia e uno splendore che baleni dalle cose vane.

 

I giornali

Parliamoci chiaro. Per scrivere sui giornali, oggi, bisogna crederci. Bisogna averci lo spirito e, soprattutto, la vanità. Quella che basta, almeno, per sapere – come diceva l’Avvocato, Gianni Agnelli – che non importa quanto si vende, ma a chi. Proprio come succede al giornale che state leggendo adesso: esclusivo nel chi, non nel quanto. Ma se “non a quanto ma a chi” lo diceva ieri il proprietario della Stampa, oggi lo dice appunto il giornalista medio, perfino quando scrive su giornali vendutissimi nel relativo effettivo venduto. Uno che – vanitas vanitatum – per poco si sente Agnelli. Giacché, se è vero che manco il dirimpettaio si compra il giornale per lui – e cioè per leggere l’articolo suo – lui va comunque nella rassegna stampa che conta. Ed è contento così.

E in effetti – tornando al dirimpettaio – pure per leggerli, i giornali, bisogna crederci. O in alternativa non guardare mai, ma proprio mai, i dati Ads (dove la gara non è a chi vende di più ma a chi perde meno); e ancora mai, ma proprio mai, la soglia d’attenzione media che stando al più spietato indicatore (Microsoft Canada) pare sia scesa sotto gli otto secondi (poco persino per gli elzeviri).

Ma lasciamo perdere, qui, la realtà. Concentriamoci sullo spirito. E dunque sul percome e sul perché, nonostante tutto, oggi, continuiamo a crederci. Sul percome e sul perché – nonostante Zuckerberg, Musk e il 6G che sopravanza – Jeff Bezos si sia comprato il Washington Post e Rupert Murdoch si tenga stretti Wall Street Journal e Times. Per non dire delle saghe famigliari del paese nostro i cui rampolli non sono sul social (paese reale) ma sempre sui giornali (paese legale).

Vanesi? Forse. Ma mai quanto chi, come noi, pur potendo dire tutto su Instagram, lassù posta al più messaggi d’amore in codice. Mentre per far polemica si sta ancora arroccati qui. In questo quarto potere. In quest’oggetto-dinosauro nel senso che ne darebbe Marco Belpoliti di cosa vana ma quotidiana (come il dinosauro nelle camerette dei giovani occidentali che non ci si azzarda a toccare anche se nessuno ci gioca più).

Ed ecco. Il punto, in fondo, è forse tutto nella durata. Ché quanto più una cosa dura – si sa – tanto più si riempie di ragionevolezza collettiva. Del resto, provateci voi a fare i ragionevoli (o gli autorevoli) sul sesto potere. Magari su TikTok, la cinesata che mostra il tramonto dell’occidente meglio dei tomi di filosofia. Nessuno vi fermerà mai per complimentarsi. E nessuno, lo sapete, fermerà vostro padre in provincia per l’aforismario su Instagram o per la polemica in un clippino TikTok. Clippino che magari – tra i millemila balletti – prenderà pure millemila like, vi farà fatturare, ma resterà sempre un puntino nel nulla. Una cosa intelligente ma pur sempre una cinesata (vedi l’hashtag, taroccheggiante, “BookTok”).

 

La tivù

Il mondo cambiava, l’interior design cambiava. Si smantellavano i salotti ottocenteschi a cerchio e si disponeva il divano unico in fronte al piccolo schermo. Allora sì. Aveva quasi senso storcere il naso e dire: no, io non la guardo, io non ce l’ho. Solo che poi, anche lì – fra quarto e quinto potere – qualcosa è cambiato. E chi oggi dice “no, io non la guardo, io non ce l’ho” o è un giovane vecchio, fisso agli snobismi di trent’anni fa, o è un vecchio giovanilista, anticonformista all’anagrafe. Giacché la tivù, sappiamo, è tutto un fatto di silver economy. O almeno così pare da quando i dati incrociati mostrano che la televisione, in Italia, la tengono in piedi i settantenni.

In altre parole, ad avere trent’anni, oggi, e a dire “no, non la guardo”, sei nessuno. Perché nessuno la guarda più (anche se poi tutti si lasciano ipnotizzare da Sanremo).

E allora, venendo a noi, si capisce che fra quarto e quinto potere la logica è simile. Ed è tutto un fatto di fuori mercato. Perciò, lasciando perdere per un attimo i censurati da salone da tè, che se pure scrivono monologhi antifascisti stile ChatGPT meritano comunque – noi riteniamo – d’essere ospitati e pagati (non foss’altro che per toglierci il dente), lasciando perdere tutto, si sa che il motore è la vanità. E non badiamo quindi ai retribuiti (ché per uno che prende milleottocento euro, in Rai, ce ne sono milleottocento che vagano a gratis). Non badiamo alle api regine. Concentriamoci piuttosto sulle operaie che tengono in piedi la baracca. Sulle apine che sgomitano, non si pagano, ma poi si appagano del sentirsi dire: t’ho visto, com’eri bello! In un vortice vanitoso funzionale alla macchina. Perché va bene che la tivù è in crisi e che – all’epoca del social – è un po’ come quell’acrobata pensato da Severino che appena lasciato un trapezio, e cioè l’analogico, non abbia ancora raggiunto l’altro, ovvero il mondo senza mediazioni. Va bene che la tivù è un po’ tutta da ripensare. Va bene tutto. Eppure, a tenere banco, oggi – per mesi, per settimane – e a mettere in moto la convivenza umana, sono spesso i frame televisivi che sul social approdano. Che lo alimentano.

Pensate alla cocca della femmina media. La bravissima Francesca Fagnani il cui programma funziona – e lei lo capisce – perché inanella una carrellata di frasi instagrammabili, di risposte battutabili, di casi umani che diventano “meme” (e cioè social) ma che sempre dalla tivù promanano. Perché sempre la tivù – in tempo di social oramai compiuto – è il punto di raccolta che dà prestigio. Il motore immobile di ciò che è vano.

La polemica – che pure sfocia in un reel – sorge spessissimo in tivù. Magari nella corrida cotonata di Lilli Gruber; o su Canale Nove (Salon des Refusés); o adesso in Rai (censurificio). Dove tutti vogliono andare perché se pure Zuckerberg ci ha fatto dono dell’invettiva libera, della filippica democratica, resta il fatto che l’invettiva e la filippica solo in tivù assumono status (a maggior ragione se si censurano: la censura sul social la fa la policy, e cioè nessuno).

Solo in tivù assumi senso, blasone, allure, perché se pure la tua ospitata suscita meno reazioni d’un selfie, resta il fatto che in tivù ti ci chiamano loro, ti censurano loro, mica ti autoproduci tu. Mica sei tu – manovale che smanetti su iMovie – ma sono loro. Loro che ti cercano, loro che ti vogliono (ed è chiaro che funziona un po’ come l’editoria: ad autoprodursi, anche se ogni tanto si sbanca e si sale di grado tipo Vannacci, si figura sempre come braccianti; a farsi pubblicare dalla casa editrice bellina, per contro, si sbanca quasi mai ma magari si muore in gloria).

E insomma sono loro, in tivù, e cioè gli altri, che ti cotonano. Sono loro che ti cercano e che traducono la tua superbia (folle amor di sé) in vanità (dolce illusione dell’amore altrui). Anche se quest’altrui in tivù non t’ha visto. Perché lui, la tivù, non la guarda. Lui non ce l’ha.

 

Il salotto

E’ come il rischio. Reale, oppure percepito. Anni Venti – secolo nuovo – è tempo di salotto percepito. “Intellettuale da salotto” (ma chi?), “Se ne stanno nei loro salotti” (ma dove?). Champagne socialist, Salonkommunist. Ma ecco. Prima d’inerpicarci sulle terrazze (piuttosto romane), ripartiamo velocemente dalle basi.

Che cos’è il salotto se non il tempio del conversare? “Civiltà della conversazione”, scrive Benedetta Craveri, figlia e nipote dei Croce e perciò figlia e nipote della dottrina salottiera che dice: “Spregiudicatezza di costume e rigore di forme, devozione alla cultura e amore della personalità” (Elena Croce, Lo snobismo liberale). E dunque rieccolo: il salotto è anzitutto il tempio del conversare. Comunista e liberale. Il rigore delle forme e della chiacchiera – se vuoi tragicomica come nella Terrazza di Ettore Scola – ma pur sempre colta. Conversazione, insomma, che al tempo della chat (finanche partigiana e champagnista del 25 aprile) non se la passa bene. E ancora – sempre in punto di dottrina – il salotto è un posto dove si torna, come in un tempio, o come sulla terrazza di Scola.

Perciò, venendo a noi, ma stando sempre a Roma, metropoli paesana che viviamo e amiamo (masochisti che siamo), il tempio – s’è capito – l’ha sostituito l’evento. Il rito, l’ha sostituito l’occasione. Perché, mentre si continua a gridare al salotto, la dimensione del rito quotidiano – o del caffè Rosati – l’ha sostituita il matrimonio o il compleanno (semel in anno) in una villa affittata sull’Appia.

Salotto, salotto. Eppure, salvo impalpabili realtà (e inconsistenti salottini), Maria Angiolillo ha lasciato il posto alla cena di lobby, alla festa di cordata, alla presentazione del libro di Giambruno versione Temptation Island. All’evento come rondò mondano. Tant’è che gridare al salotto, con spregio, qualifica oggi più il mittente che il ricevente. Il quale, per contro, si compiace della nuvolaglia vana. Dell’aria brillante che si convince di respirare. Quando si sa che il massimo che ti può capitare, o che almeno capita a noi, oggi, nella metropoli paesana, è che un capo di gabinetto (liberale) ti guardi negli occhi e ti dica: “Ma te, de che segno sei?”. Così. De botto. Al tramonto d’un terrazzo in piazza Venezia (vanità delle vanità). Alla faccia della civiltà, della conversazione e dello snobismo (sempre liberale).

 

Radical chic

Dal salotto al salottiero. Veniamo al sostantivo – talvolta aggettivo – che nell’ultimo film di Paolo Virzì suscita l’ira di Silvio Orlando. Vuoi per il senso di consunzione; vuoi per l’alone di sciatteria espressiva. Ebbene, di tutto il film – Un altro ferragosto (altrimenti dimenticabile) – è questo l’unico passo che centra il punto. Orlando è furioso perché radical chic lo dicono gli sciatti. E perché anche radical chic – del cui etimo già sapete (non torneremo su Tom Wolfe che a casa di Leonard Bernstein mette in fila le tartine e le cameriere bianche per non offendere i neri) – ecco, anche radical chic sembra cosa di un altro mondo. Parola che, fra gli artisti impoveriti e gli arricchiti non più dediti al mecenatismo, non trova correlativi ma sfuma nel vapore della vanità. Difatti Silvio Orlando (Sandro Molino) – percepito radical dai villeggianti meloniani – è a malapena chic. Di soldi sembra averne pochi.

Sicché, venendo a noi, una domanda s’impone. Se l’intellettuale non fattura, se milleottocento euro in Rai sembrano fior di quattrini giacché l’intelletto è ormai fuori mercato, dove sono gli scrittori progressisti e danarosi che in Italia fanno feste con cameriere?

Dalle tartine ai maccheroni, la siderale Chiara Valerio – mascotte di Moretti, ultra radical percepita – proprio in quel salotto che fu piazza del Popolo, al comizio del Pd, ebbe a dire a suo tempo che la democrazia è come la pasta. Che fare politica è un po’ come acchitare l’aglio, l’olio, il peperoncino. Non proprio cameriere e finger food, questi salotti a sinistra. Piuttosto, spaghetti alla chitarra. E finalmente si capisce – tra commedie all’italiana e realtà vieppiù comiche – che radical chic è modernariato linguistico. A dirlo soffia ancora il falò della vanità, vero. Sennonché oggi, cotanto fuoco, tende più al fornello d’un cucino.

 

La sigaretta

Londra. Wellington. Tutto il mondo le muove contro. Milano la bandisce all’aperto, Torino obbliga ai cinque metri di distanza tra fumatori e non. Dal fuoco al fumo, i divieti si moltiplicano, le iqos pure. Ma, domanda: ce la vedete voi, quest’iqos, suscitare il fascino filmico e salottiero della cicca? Escludete i film romanordisti (e perciò surrealisti) del giovane Castellitto, con le ragazze che svapano in piazza Euclide. Perché, al di fuori del romanordismo, e con tutta la buona volontà, il succedaneo della sigaretta industriale non funziona.

La sigaretta sta all’iqos come l’analogico al digitale. Come il contante al bitcoin. E tuttavia insiste. Resiste. Anche più delle espressioni consunte. Perché essa stessa – la sigaretta – è l’epitome di vanità. Lume del quale […] reca seco ammirazione, e poi subitamente si converte in nulla. Giovanni Boccaccio lo scriveva del peccato antico. Ma, con un piccolo sforzo, la stessa descrizione, oggi, s’addice a quel filtro giallo. Che si spegne ma non si spezza. Che si converte in nulla ma resta sempre in bocca alle donne più fascinose al mondo (Kate Moss, Eva Green, Charlotte Gainsbourg). Come in bocca a chi sogni un bel mondo al vapore (redazioni, terrazze, salotti).

 

La gonna

A proposito di donne. Quest’anno sono micro, midi, longuette. C’è di tutto in passerella in questa primavera-estate. Eppure, a guardarsi intorno, per strada, le gonne sembrano estinte (stando a truenumbers.it, nel 2023 la vendita di pantaloni femminili pare aver toccato la cifra record di 133, 79 milioni). E vabbè, metti che è tipico delle epoche neo tribali – scriveva McLuhan – annullare le differenze (i ricchi mangiano come i poveri; le femmine vestono come i maschi); e metti pure che in tempo di crisi la gonna s’allunga (o sparisce) per poi riaffiorare nei boom economici (era la teoria dell’etologo Desmond Morris). Quale che sia il motivo – è chiaro – non è un paese per gonne. E perciò stesso, appena avvista una gonna, la donna in sneakers si crogiola nel sospetto, il maschio fragile principia a vacillare. E così – tra sospetto femminile e fragilità maschile – si condensa la nostra vanità. Morale: basta vestirsi da femmina, oggi, per pascersi nei vapori (che perpetuano la vita).

 

La lettera d’amore

Sono rare, costano fatica. E se si spediscono tardi, “come le rose d’Olanda, perdono il profumo” (Vittorio De Sica in Uomini e nobiluomini). Per questo anche le lettere d’amore, come i giornali, non si contano ma si pesano. Al tempo del “ti amo” whatsapparo, anche la lettera è per pochi. Vezzo dell’uomo che più che all’amata scrive a sé stesso. E della donna che si rilegge e si specchia nel suo amore complesso, completo, ipotattico, serio.

Se vanità è dunque la sintesi tra l’effimero e l’eterno, fate così: comprate un giornale, guardate la tivù, fumate tipo radical snob e poi scrivete un messaggio d’amore. All’emoji preferite i punti fermi, ed evitate – va da sé – i puntini di sospensione.

 

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