Fioramonti forever

Valerio Valentini

Ecco come il ministro dell'Istruzione sta tentando disperatamente di rimangiarsi la promessa di dimissioni

Roma. C’ha provato fino all’ultimo, a cercare i suoi seguaci tra la Camera e il Senato: li ha individuati, li ha lusingati, ha mandato perfino i suoi emissari a tentare la conta in Parlamento. E poi, quando ha capito che nessuno, o quasi, l’avrebbe seguito, ha desistito, tentando come ha potuto di dare alla sua ritirata una parvenza di dignità. A guardarlo ora, col senno del poi, l’attacco di Lorenzo Fioramonti al cuore del grillismo assume un po’ i connotati del Golpe Borghese: quello che s’interruppe sul più bello, nel momento in cui tutto sembrava già pronto, i congiurati allertati, i proclami ufficiali già pronti per essere pronunciati e le truppe ribelli in marcia. Salvo poi ripensamento repentino, abbiamo scherzato, per ora meglio di no.

  

   

L’idea la covava da tempo, Fioramonti. Dimettersi dopo non avere ottenuto i fondi richiesti per il suo ministero, per la scuola e l’università, e ottenere attraverso quel gesto nobile, quel sacrificio personale così raro, una legittimazione politica. E attraverso quella patente di martire e di eroe, ergersi a capo dei rivoltosi del M5s e allestire, se una sua componente parlamentare, quantomeno una corrente interna al corpaccione grillino. Mercoledì pomeriggio alcuni suoi collaboratori ministeriali erano in missione per conto di Fioramonti dalle parti di Montecitorio, cercando di intercettare i possibile adepti da coinvolgere nell’operazione. Con un target preciso: i docenti, i liberi professionisti, insomma tutte quelle “supercompetenze” arruolate da Luigi Di Maio in vista del 4 marzo 2018 e fatte eleggere negli uninominali. Un’operazione nata in modo assai confuso, e che la visita di Beppe Grillo a Roma ha contribuito, forse involontariamente, a sabotare, ricompattando – almeno per ora – il gruppo e ribadendo l’irrinunciabile centralità di Rousseau e di Davide Casaleggio (oggetti, la piattaforma e il suo padrone, di tante delle critiche dei parlamentari).

  

   

E così, al momento decisivo, che non avesse senso insistere nell’azzardo se n’è accorto anche Matteo Pietropaoli, giovane ricercatore della Sapienza assoldato da Fioramonti come consigliere per le politiche universitarie, il più attivo – raccontano in Transatlantico – nel tentare di costruire la trama parlamentare del suo ministro. E infatti è stato proprio lui quello che ha suggerito il ripiegamento: ed è così che, rivelano alcuni deputati grillini, “abbiamo ricevuto delle telefonate dal Miur in cui ci si chiedeva di esprimere solidarietà a Fioramonti, di invitarlo a ritirare le sue dimissioni visto che nel frattempo anche Beppe Grillo e Sergio Mattarella lo avevano esortato a restare al suo posto”. Neanche il tempo di verificare se almeno una delle prestigiose attestazioni di stima fosse arrivata davvero, che dalla Camera è partito il comunicato dei deputati della commissione Cultura, quella presieduta dal fichiano Luigi Gallo. Doveva avvenire lo stesso anche al Senato, su input di quella Bianca Laura Granato, insegnate calabrese, che a Fioramonti è assai vicina. Senonché, nel gruppo di Palazzo Madama, più di qualche voce critica s’è alzata per stoppare l’“operazione solidarietà”, che non piaceva neppure a Nicola Morra. “Ha fatto tutto da solo, e ora noi dovremmo implorarlo di ripensarci?”, si ripetevano tra loro i senatori.

   

   

Tanto più che il ministro, com’è ormai nel suo stile, nel frattempo non veniva meno al suo stile: e cioè un iperattivismo mediatico perseguito a discapito dei suoi impegni istituzionali. E così ieri sera, dopo avere inaugurato con tanto di fanfara social “il Mini Miur”, cioè l’asilo nido del ministero, ha disertato il ricevimento al Quirinale: “Per decomprimere un po’ – dicevano dal suo staff – dopo lo stress di questi giorni”. Uno stress che però non gli ha impedito di organizzarlo a sua volta, un rinfresco natalizio a Viale Trastevere, descritto come “non propriamente sobrio” da chi vi ha preso parte.

 

 

E d’altronde anche ieri, mentre la sua sottosegretaria grillina Lucia Azzolina sovrintendeva, nell’Aula del Senato, all’approvazione del decreto Scuola (quello in cui lo stesso Fioramonti s’era incaponito a voler inserire per forza una stabilizzazione generosa dei dirigenti Dsga, poi rimossa, provocando uno stallo istituzionale tra Palazzo Chigi, Viale Trastevere e il Quirinale), e mentre l’altra sua sottosegretaria seguiva i lavori della commissione Cultura alla Camera, lui tagliava nastri per i corridoi del Miur dove aveva deciso di affiggere delle targhe dorate per intitolare le varie stanze a personaggi illustri della cultura italiana. Poi, nel pomeriggio, ha incontrato i sindacati, come a volere togliere i dubbi residui sulle sue reali intenzioni. Che del resto un deputato a lui molto legato riassume ora così: “Chiederà di restare, o magari presenterà delle finte dimissioni a Conte, per poi accettare di ritirarle solo a patto che, l’anno prossimo, il 3 per cento del Pil venga destinato allo scuola”. Tanto, di qui alla prossima legge di Bilancio, ce n’è di tempo.