Fioramonti bum-bum

Salvatore Merlo

Voleva 3 miliardi per la scuola “o mi dimetto”, non glieli danno. E non si dimette. Un ministro col botto

Roma. Le stupidaggini, come i colpi di tosse o gli sbadigli, ne generano altre, per mimesi, simpatia o contagio, assolvendo così una funzione eccitante ma anche rivelatrice. E dunque già un mese fa avremmo dovuto prevedere la traiettoria iperuranica di Lorenzo Fioramonti, il ministro grillino dell’Istruzione che non aveva ancora giurato al Quirinale ma già minacciava le dimissioni “se non mi danno 3 miliardi per la scuola”. Sarebbero poi arrivate le giustificazioni agli studenti che scioperano per il clima, le proposte di tasse sulle merendine e la Coca-cola, il mappamondo al posto del crocifisso… Fino a ieri, quando s’è capito che in manovra per la scuola non c’è il becco d’un quattrino, e lui non solo non si è dimesso, ma ha esultato per 31 milioni destinati a coprire le borse di studio. Ci mancava solo che non fossero coperte. 

 

Cervello di ritorno (lavorava in Sudafrica come professore), arrivato al governo per una di quelle combinazioni cabarettistiche che rendono imbattibile il M5s, Lorenzo Fioramonti è un grillino vero, uno che dice quello che pensa. E questo è, in definitiva, il problema. La sparata infatti fluisce in lui come un dono: “Voglio un mappamondo in ogni classe, per permettere a tutte le culture di esprimersi”. La cerca, la sparata. La vuole con tutto il suo cuore di tenebra e con tutte le pulsioni della sua energia libidinale (crollano i controsoffitti delle scuole? “Introdurremo un’ora di ecologia in classe obbligatoria”). Non serve nemmeno scuoterlo prima dell’uso, si stappa da solo: “La polizia sembra più un corpo di guardia del potere, invece che una forza al servizio dei cittadini”, scrisse su Facebook. Quindi mentre l’Ocse diffonde dati allarmati sull’analfabetismo funzionale degli studenti italiani, che non capiscono quello che leggono, ecco che il ministro dell’Istruzione si occupa di tratteggiare il futuro industriale dell’Eni, che a suo avviso entro cinque anni dovrà aver abbandonato il petrolio. E adesso che il governo stanzia appena 1 miliardo e 900 milioni circa per la scuola (di cui un miliardo e sette per pagare soltanto gli stipendi degli insegnanti), praticamente nulla, si può conseguentemente immaginare che il caporale dell’ecologia a random adesso proporrà di riconvertire l’Enel alla produzione di dinamo (e all’allevamento di criceti per metterle in moto, come ha scritto Carlo Stagnaro).

 

“Se non mi daranno tre miliardi per l’istruzione mi dimetto”, diceva. La minaccia – o promessa, dipende dai punti di vista – avrebbe potuto produrre due esiti subottimali, cioè intermedi. Nella prima ipotesi, ci sarebbero stati tre utilissimi miliardi da investire in un settore negletto eppure centrale per la società, ma ci saremmo dovuti tenere il ministro-cetriolo. E vabbè. Nella seconda ipotesi, ci saremmo liberati del ministro-cetriolo, e pazienza per i tre miliardi andati in fumo: non si può mica avere tutto dalla vita. Purtroppo però si sta invece verificando la terza ipotesi, la più drammatica: non solo non abbiamo i tre miliardi per la scuola e per la ricerca scientifica, ma ci dobbiamo pure tenere Fioramonti al ministero.

 

D’altra parte in Italia esistono le rimozioni, le fughe, i prepensionamenti, gli avvisi di garanzia, le intercettazioni telefoniche, esistono persino l’esilio e la latitanza, ma mai – mai – le dimissioni. Si annunciano, ma non si danno. Sono ricatti retorici, una banalità furba, in definitiva una stupidaggine, cui questo prolifico, sistematico e incorreggibile autore di sfondoni, questo “brillante economista” strappato al Sudafrica (definizione del giornale di Marco Travaglio, slurp!) si è subito abbandonato come primo atto esistenziale della sua ascesa alle vertigini ministeriali. Le stupidaggini, si diceva, sono come i colpi di tosse o gli sbadigli: ne generano altre, per mimesi, simpatia o contagio. Quella delle dimissioni fu pronunciata a novembre. Prometteva bene, Fioramonti. E ha ampiamente mantenuto le aspettative.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.