Buzz Aldrin, il secondo uomo dopo Neil Armstrong a calpestare la superficie della luna, il 21 luglio del 1969 (Nasa)

Dalla Luna fino a Marte. C'è libertà nelle vie dell'universo

Giulia Pompili

Cinquant’anni dalla grande impresa. Simonetta Di Pippo, capo dell’Agenzia dell’Onu per gli affari dello spazio extra atmosferico, ci svela il luogo in cui il multilateralismo ha ancora un valore. Consigli per conoscere meglio la terra e proteggerla

Lo spazio, come il vero amore e le altre cose belle della vita umana, significa libertà. Il sito dell’Unione astronomica internazionale, cioè l’autorità internazionale che assegna i nomi ai corpi celesti, spiega così il motivo per cui se anche voleste chiamare una stella con il nome del vostro o della vostra amata non potreste. Dice l’istituzione: non serve farvi truffare da chi per soldi vi rilascia un certificato senza alcun valore legale, piuttosto guardate una stella e chiamatela come volete. Perché così è lo spazio, come l’amore, libero di essere guardato, osservato, esplorato, perfino sognato. Altra cosa è la scienza, e l’Unione che assegna i nomi ai corpi celesti, per identificarli. Nel 2008 ha deciso di chiamare l’asteroide numero 21887 Dipippo, cioè col nome di una delle donne che ha più influenzato le attività spaziali dell’èra contemporanea. Oggi, nei giorni in cui tutti guardano a quello che è successo cinquant’anni fa, alla Corsa allo spazio di allora e al nuovo rincorrersi in una nuova competizione ad altissimo livello tecnologico, è ancora più importante guardare ai prossimi cinquant’anni, e a quello che lo spazio può ancora insegnare alle nostre questioni terrestri.

  

Simonetta Di Pippo, romana, classe 1959, nel marzo del 2014 è diventata la prima donna non di un paese in via di sviluppo a capo dell’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari dello spazio extra-atmosferico sin dalla sua fondazione, nel dicembre del 1958. E’ forse la posizione più alta, a livello internazionale, a cui si possa arrivare dopo una vita dedicata alla ricerca spaziale. Un ufficio poco noto al pubblico, con una sigla complicata – Unoosa, sta per United Nations Office for Outer Space Affairs – che si occupa della cosa più importante di tutte: unire le forze, stare insieme, nell’èra in cui tutti vogliono dividersi e alzare i muri e fortificare i confini. L’Onu nello spazio cerca di abbattere i muri e trovare una strada per migliorare la vita sulla terra. Ci permette di guardare allo spazio come a un territorio più vicino, possibile, un posto pieno di opportunità per tutti, senza che ci sia per forza qualcuno a dominare. E – proprio come negli affari di cuore – non sempre è facile.

L’asteroide numero 21887 porta il nome di una delle donne che hanno più influenzato le attività spaziali dell’èra contemporanea

“Ho studiato Astrofisica, e il settore mi piaceva, ma volevo un mestiere che mi consentisse di continuare a studiare. Qualcosa che si sviluppasse, con la possibilità di continuare a imparare, mantenere vivo lo studio e la ricerca del futuro”, dice al Foglio Simonetta Di Pippo, a margine della giornata dell’Innovazione organizzata dal Foglio a Venezia il 22 giugno scorso. “Quando ho iniziato a studiare a La Sapienza, eravamo circa il cinquanta per cento di donne matricole. Siamo arrivate al 1984 che eravamo il dieci per cento dei laureandi. Uno dei commenti frequenti era: vabbè ma poi ci sarà la famiglia, i figli, questo lavoro non è compatibile. Così come in certi colloqui di lavoro era una domanda frequente, ‘ma se accetti questo lavoro, poi come fai con la famiglia’, questioni che normalmente vengono poste alle donne e non agli uomini. Devo dire che io, pur sottolineando nella mia mente che si trattava di un comportamento quantomeno discriminatorio, in realtà poi non l’ho mai utilizzato in nessun modo, perché non lo ritengo corretto. Quando uno si trova di fronte un ostacolo, di qualunque natura sia, cerca di superarlo. Alla fine gestire ostacoli e avere problemi anche complessi, delle sfide, fa parte del mestiere. Ed è divertente intellettualmente riuscire ad avere un problema complesso e risolverlo. Voglio dire, anche io ho avuto qualche piccolo incidente personale dal punto di vista della discriminazione, ma non l’ho mai considerato un problema”.

Quando ho iniziato a studiare Astrofisica alla Sapienza, le matricole donne erano circa la metà. Alla laurea il 10 per cento

Simonetta Di Pippo si laurea alla Sapienza nel 1984. Tre mesi dopo inizia a lavorare in una grossa azienda di software, “però non era quello per cui avevo studiato”. E quindi decide di rispondere a un annuncio, “cercavano ricercatori al Piano spaziale nazionale, del Cnr, era il 1985-1986”. Decide di accettare l’offerta da ricercatore “con un contratto a cinque anni”, un salto nel buio considerata la sicurezza ottenuta nell’azienda privata. A giugno del 1988 si costituisce l’Agenzia spaziale italiana. “Una struttura agile che doveva servire ad aiutare il paese in questa strategia di rilancio di una tradizione spaziale che c’era già da tempo”. Spiega Di Pippo: “Non dobbiamo dimenticare che l’Italia è stato il terzo paese al mondo a mettere un oggetto in orbita, nel 1964, dopo gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica grazie a Luigi Broglio, il padre dell’astronautica italiana, che ha costruito la base di Malindi in Kenya con l’Università la Sapienza”. Nato a Mestre nel 1911, generale ispettore del Genio Aeronautico ma soprattutto scienziato, Luigi Broglio è uno degli ingegneri italiani più conosciuti al mondo, e infatti il centro spaziale di Malindi porta il suo nome, così come l’asteroide numero 18542.

 

Cominciando dal Piano spaziale nazionale, poi trasformato in Asi, Di Pippo faceva parte di un gruppo di pionieri per il settore aerospaziale italiano: “All’inizio mi hanno assegnato a quelli che si chiamavano ‘studi avanzati’: il mio compito era quello di andare in giro nei paesi che potevano avere una collaborazione con noi e sviluppare dei progetti internazionali. Fu così che dopo qualche mese aiutai alla costituzione nell’Agenzia un nuovo settore, quello dell’automazione robotica spaziale. L’Italia per anni è stata leader nel settore, ma fu il risultato di questa attività, che mi ha portato a un certo punto della mia carriera ad avere contatti ovunque, in India, in Giappone, in paesi europei, in Russia, negli Stati Uniti, in Canada. Persone che avevo conosciuto quando eravamo giovani, appena entrati nel business, e poi avevano fatto carriera. Mi sono trovata ad avere un network di presidenti di agenzie spaziali, capi di enti di ricerca, ceo di ditte importanti, con i quali ero cresciuta a livello mondiale. Un network basato sulla credibilità e il rispetto professionale reciproco. E questo è stato il life motive della mia vita professionale: cercare sempre la collaborazione internazionale come primo elemento, collaborare in vari modi, con geometrie variabili, e sempre alla ricerca dell’eccellenza sia tecnologica sia scientifica. All’epoca l’Asi aveva questo obiettivo, portare il paese sempre più visibile, sempre più tecnologicamente avanzato e alla frontiera delle scoperte scientifiche. E devo dire siamo riusciti abbastanza bene”.

 

Sulla discriminazione: “Alla fine gestire ostacoli e avere problemi anche complessi, delle sfide, fa parte del mestiere”

Dopo lo sbarco sulla luna degli americani, i secondi a tornarci sono stati i cinesi: il 3 gennaio scorso la sonda Chang’e-4, è arrivata su quello che viene definito il lato oscuro della luna. Il 7 giugno scorso il presidente americano Donald Trump ha scritto su Twitter che con tutti i soldi che gli stava dando, la Nasa non avrebbe più dovuto “parlare di luna – ci siamo già stati cinquant’anni fa. Dovrebbero concentrarsi su cose più grandi che possiamo fare, incluso Marte (del quale la Luna è una parte), Difesa e Scienza!”. Ecco, a parte l’errore grossolano della Luna parte di Marte, c’è una questione che solleva Trump, e cioè il rapporto tra Difesa e ricerca. Quando a gennaio ha parlato di una Space Force per difendere gli interessi americani nello spazio sembrava un’esagerazione, e invece da poco gli si è accodato anche Emmanuel Macron. Insomma, quanta politica c’è nello spazio? “Le decisioni che si prendono a Vienna, al Comitato sull’uso pacifico dello spazio, sono chiaramente anche politiche, ma la cosa estremamente interessante del sistema multilaterale è che tutte le decisioni vengono prese per consenso unanime”, dice Di Pippo. “Certe volte il meccanismo è lungo, perché per arrivare all’accordo di tutti può richiedere del tempo, ma una volta che una decisione è presa, l’impegno degli stati membri c’è perché la decisione è stata presa per consenso unanime. Anche i paesi molto visibili dal punto di vista politico sono contenti di come il multilateralismo si manifesta in queste cose. Nello spazio – ed è un fatto che sottolineo con interesse e orgoglio – il multilateralismo sta funzionando molto bene”.

 

E quindi non stiamo vivendo una nuova Corsa allo Spazio? “Sono profondamente convinta che per poter collaborare bene bisogna avere una certa autonomia. La collaborazione tra partner deve essere bilanciata. Non deve essere bilanciata al cento per cento, ma è necessario che ci sia una competenza tecnologica tra i partner, perché altrimenti la collaborazione non è fruttifera. Ogni parte della collaborazione deve avere un vantaggio. E’ per questo che si parla di Spacefaring nations, cioè di paesi che hanno un programma spaziale solido: magari hanno capacità e competenze soltanto in specifici settori o su alcune tecnologie, ma devono avere un’eccellenza che consenta un rapporto di collaborazione bilanciato. La chiamo l’autonomia per la cooperazione, che poi è anche alla base di quello che facciamo alle Nazioni unite: portare sempre di più i benefici dello spazio a tutti, soprattutto ai paesi emergenti e in via di sviluppo, da un lato perché li aiuta a migliorare le condizioni di vita dei loro cittadini, e dall’altro per sviluppare tecnologicamente questi paesi e consentirgli di poter parlare con gli altri, perché altrimenti sarebbero isolati”.

 

Eppure la Cina è il nuovo player in questo settore, dopo decenni in cui non era invitata alla cooperazione tra i grandi, cioè sulla Stazione spaziale internazionale. Ora invece sembra che i suoi progressi stiano accelerando anche quelli degli altri. “La Cina ha notevoli competenze, ha una quantità enorme di studenti di primo livello, data anche dai numeri, ha i talenti, ha un sistema educativo molto sviluppato, in crescita, e naturalmente vede lo spazio come uno dei settori per affermarsi sullo scenario mondiale. Hanno le risorse umane, hanno le risorse finanziarie”, dice Di Pippo. “La Stazione spaziale cinese sarà pronta e operativa entro il 2021-2022, e noi collaboriamo molto con la Cina. Lo scorso anno abbiamo fatto un annuncio di opportunità per aprire la Stazione spaziale cinese a tutto il mondo attraverso di noi”. E come? “Abbiamo appena selezionato sei esperimenti principali”, che verranno eseguiti in orbita, “e tre che richiedono altre verifiche tecniche, e sono tutti esperimenti di altissimo livello scientifico. Alcuni di questi sono esperimenti proposti da paesi in via di sviluppo, il che dimostra che una buona proposta richiede attenzione, e bisogna riuscire a creare l’opportunità per trasferire quelle conoscenze che servono a questi paesi per potersi presentare meglio sullo scenario internazionale”.


 

 

Edwin Aldrin, in primo piano a sinistra e il comandante Neil Armstrong si esercitano al “Manned Spacecraft Center”
all'effettivo allunaggio (LaPresse)


 

Ma non c’è il rischio che la Stazione spaziale cinese diventi un’alternativa a quella internazionale? “La stazione spaziale cinese non sarà un’alternativa. E’ l’espressione di una volontà dei cinesi di sviluppare alcune tecnologie: ormai essere in orbita bassa attorno alla terra per fare esperimenti scientifici e tecnologici è quasi necessario per poter sviluppare una serie di nuove soluzioni”. Ed è estremamente importante anche per preparare gli astronauti a missioni future, di nuovo la luna, oppure Marte. “Se si dovesse parlare di esplorazione umana del sistema solare, è necessario utilizzare l’orbita bassa per capire anche fisiologicamente come il corpo umano reagisce a periodi di lunga permanenza nello spazio. C’è stato di recente un esperimento interessante fatto dalla Nasa e da Roscosmos, che hanno lanciato la missione One Year Mission, e hanno mandato sulla Stazione spaziale per un anno un astronauta americano e uno russo. L’astronauta americano, Scott Kelly, è Champion for Space dell’Unoosa fino al novembre di quest’anno”. Mark e Scott Kelly sono gemelli omozigoti, e gli scienziati hanno studiato il loro Dna dopo un anno trascorso uno sulla terra e uno nello spazio: “E’ uscito un articolo su Nature che dimostra che ci sono differenze tra i due, ma che queste differenze si stanno affievolendo col tempo. Se poi scompariranno nel prossimo periodo non lo sappiamo, ma sicuramente quando Scott è rientrato sulla terra è stato dimostrato scientificamente che c’era una differenza”. Lo spazio lo aveva cambiato rispetto a suo fratello gemello.

 

Dopo lo sbarco sulla luna degli americani, ci sono tornati i cinesi: a gennaio scorso una sonda è arrivata sul suo lato oscuro

Prima ancora della cooperazione internazionale, l’esplorazione spaziale fa parte della vita professionale di Simonetta Di Pippo molto più di quanto si possa pensare. Perché prima di arrivare all’Onu era la responsabile del volo umano all’Agenzia spaziale europea. Tra le altre cose, è stata lei a selezionare Samantha Cristoforetti e Luca Parmitano come astronauti per le missioni spaziali. “All’Asi il lavoro era operativo, poi è diventato ancora più operativo all’Esa. Il direttore del volo umano si occupa degli astronauti europei, del contributo europeo alla Stazione spaziale internazionale, delle missioni di esplorazione. Più tutti gli esperimenti che vengono fatti in condizione di microgravità, quindi quelli che poi vanno sulla Stazione spaziale. L’Esa ha le sue sedi in Olanda, in Germania, gli astronauti sparsi tra Russia, Giappone, Stati Uniti, quando non sono sulla stazione. Certamente è un lavoro molto operativo”, e c’è anche parecchia cooperazione internazionale dentro: “Tutte le decisioni sulla Stazione spaziale vengono prese dai cinque partner principali, cioè Giappone, Russia, Europa, Canada e Stati Uniti. Gli equipaggi sono decisi tutti assieme, i rifornimenti della stazione vengono fatti con diversi veicoli che provengono dai vari partner, e il relativo traffico verso la Stazione viene deciso sempre congiuntamente. E’ un lavoro di cooperazione internazionale su tutto”. E poi ci sono gli esperimenti, cioè uno dei motivi fondamentali, forse il motivo, per cui abbiamo degli astronauti in orbita bassa: “Ci sono esperimenti che rimangono a bordo per un lungo periodo di tempo, e magari cambia l’equipaggio e qualcun altro se ne deve occupare”. Per questo anche gli astronauti europei parlano il russo (la Cristoforetti sta studiando anche il cinese): “La Stazione viene controllata da tutti i vari centri, distribuiti in paesi diversi, quindi si passa dal russo all’inglese. Lo spazio è sempre una questione di cooperazione internazionale”.

 

L’Asi nasce con un gruppo di pionieri del settore aerospaziale italiano, ispirati dal lavoro dello scienziato Luigi Broglio

Quando era alle agenzie spaziali, da quella nazionale a quella regionale, “lavoravo essenzialmente con paesi che hanno una enorme competenza spaziale: mettevo insieme il progetto, il team internazionale, coordinavo le attività di sviluppo, i lanci e qualche volta anche i risultati. E’ stato nel momento in cui sono arrivata nelle Nazioni Unite che ho iniziato a lavorare ventiquattr’ore al giorno a come utilizzare i dati e le infrastrutture spaziali esistenti per aiutare i paesi in via di sviluppo ed emergenti, per fare da ponte per quello che noi chiamiamo lo space divide, cioè la differenza tra quei paesi che sanno che cosa farne, di questi dati spaziali, e quelli che non ne hanno la più pallida idea”. Senza che ce ne accorgessimo, lo spazio negli anni della Rivoluzione tecnologica è diventato il luogo da cui arrivano le soluzioni a parecchi dei nostri problemi terrestri. “Per esempio i satelliti di osservazione terrestre”, spiega Di Pippo, “prendiamo la costellazione Copernicus: i dati sono disponibili, ma una volta che ce li hai, i dati devi saperli analizzare. Noi li aiutiamo a crearsi queste competenze. A maggior ragione quando si tratta di gestire dati fondamentali, per esempio in caso di disastri naturali”. L’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari dello spazio extra-atmosferico ha creato per questo motivo la Space-based Information for Disaster Management and Emergency Response, in gergo “spider”, proprio come il ragno, “che serve a questo: fornire ai paesi dell’Onu dati e servizi spaziali attraverso la rete di conoscenze e di accordi, per aiutarli a gestire il ciclo del disastro e soprattutto la parte di emergenza. Stiamo cercando di lavorare sempre di più sul piano umanitario, per permettere alle unità operative di andare nel luogo del disastro nelle missioni di pronto intervento”.

 

Se un paese è sviluppato tecnologicamente è anche in grado di aiutare chi non lo è, ma non è soltanto una questione “umanitaria”, ma di pura Space Economy, di sviluppo globale: “Non c’è necessariamente un collegamento tra il possedere la capacità di lanciare un oggetto nello spazio e l’utilizzare i vantaggi dello spazio. Noi siamo la piattaforma, il facilitatore che a seconda delle necessità del paese – magari colpito dal disastro, o che si vuole sviluppare in modo sostenibile migliorando la qualità di vita dei cittadini – forniamo la soluzione ai problemi”.

 

La Stazione spaziale internazionale come modello di cooperazione. Nonostante la Space Force di Trump

Gli esempi concreti sono tantissimi, così come gli oggetti che ogni anno vengono lanciati in orbita. Chi segue le questioni nordcoreane, per esempio, fino al 2018 conosceva a memoria ogni lancio di Pyongyang – un programma spaziale che spesso veniva usato come copertura per sviluppare tecnologie militari. E ultimamente si è parlato spesso di rifiuti spaziali: per esempio a fine marzo, quando l’India ha testato un missile antisatellite (un’altra delle nuove frontiere della Difesa). La comunità internazionale è stata costretta a una riflessione: possiamo usare l’orbita come vogliamo, e creare i rifiuti che vogliamo, mettendo a rischio il corretto funzionamento degli altri satelliti e della Stazione spaziale internazionale? Le Nazioni Unite servono anche a questo, a dare delle regole nello spazio: “Noi registriamo tutto ciò che viene lanciato nello spazio, anche quelli che vengono chiamati oggetti non funzionali. La registrazione avviene sulla base di una notifica da parte degli stati membri, noi controlliamo che i dati siano corretti e se sono corretti registriamo”.

 

Tutti questi dati sono visibili sul sito internet. “Registriamo tutto, non discriminiamo sul tipo di satellite. Lo scopo principale del registro è essere una misura di trasparenza, vale a dire: deve essere chiaro a tutti che cosa c’è in orbita. Garantiamo la trasparenza e l’aumento di reciproca fiducia. Per definizione, la registrazione è un atto tecnico, e non entriamo nel valore politico del lancio, ma l’atto tecnico in realtà consente agli stati di avere la piena visibilità di quello che accade”. Ma in casi come quello nordcoreano, come funziona? “Nessun paese è tenuto a fare a noi la notifica pre lancio. Secondo i trattati internazionali però sono obbligati a notificare a lancio avvenuto, e anche la Corea del nord ci notifica” – vuol dire che è uno dei rari casi in cui si basa, su dati oggettivi, la nostra conoscenza delle capacità tecnologiche della Corea del nord. “Abbiamo dei casi in cui i paesi non hanno notificato cosa hanno lanciato in orbita, ma si tratta solo di paesi piccoli, che magari non hanno una legislazione nazionale adeguata, e in quel caso siamo noi che li aiutiamo a mettersi in condizione di farlo, per esempio esortandoli a diventare membri del Comitato per l’uso pacifico dello spazio, il Copuos. Da quando sono arrivata all’Onu, nel 2014, siamo passati da 76 membri del Copuos a 92, e tre nuovi membri arriveranno alla fine di quest’anno, quando passeremo a 95. E’ una percentuale di crescita abbastanza elevata”. L’astrofisica fa l’esempio del Kenya: “Non solo lo abbiamo aiutato con il lancio del primo satellite, ma lo abbiamo anche obbligato alla registrazione, e per farlo ha dovuto creare l’agenzia spaziale, introducendo una legge nazionale. Non si tratta solo di stimolare la creazione di valore, in quanto a capacità tecnologiche, ma di sostenere un comportamento responsabile. In sostanza, il Kenya è un nuovo paese spaziale ma che sin dall’inizio si comporta in modo responsabile”.

 

Se un paese è sviluppato tecnologicamente è anche in grado di aiutare chi non lo è. Compito dell’Onu è di promuovere sviluppo

Oltre agli oggetti lanciati in orbita, l’Unoosa si occupa anche di monitorare altri tipi di minacce: gli asteroidi. Tre anni fa l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 30 di giugno International asteroid day. “E’ stato scelto quel giorno”, spiega Di Pippo, “per l’evento del 1908 in Siberia”. Parliamo di quello che viene chiamato “evento di Tunguska”. Non fu l’impatto sulla terra di un meteorite, perché l’oggetto non arrivò intero ma si disintegrò a contatto con l’atmosfera, provocando un’esplosione che spianò una superficie di 2.150 chilometri quadrati, mille bombe di Hiroshima messe insieme, con un terremoto conseguente catastrofico. Non ci furono morti, ma solo per caso. “E questi sono eventi devastanti ma che noi consideriamo piccoli, quelli che monitoriamo sono anche e soprattutto eventi di portata superiore, come quello che è noto per aver potenzialmente portato alla estinzione dei dinosauri”. E come si fa? “Attualmente abbiamo due gruppi. Uno si chiama Space Mission Planning Advisory Group e l’altro International Asteroid Warning Network. Sono fatti da agenzie spaziali e altri enti e noi funzioniamo da segretariato, aiutiamo l’organizzazione e gestiamo parzialmente la parte tecnica. Lo scopo è quello di avere da un lato un insieme di enti che monitorano cosa succede, dall’altra l’idea è quella di mettere in piedi una specie di piano di comunicazione di crisi che, nel caso in cui qualcosa dovesse succedere, ci dica come dobbiamo muoverci. Non solo: ci sono allo studio una serie di missioni che potrebbero essere messe in piedi nel caso in cui il pericolo di impatto da asteroide dovesse diventare reale. Anche questo viene fatto a livello cooperativo”. I gruppi, con tutte le agenzie principali del globo, si riuniscono periodicamente e studiano protocolli. “Abbiamo appena fatto delle presentazioni ai gruppi che si occupano di asteroidi perché i 23 centri sparsi per il mondo che usiamo per il programma Spider sono preparati per gestire immagini e coordinare l’intervento di protezione civile. E anche qui si tratta di protezione civile, molto diversa, ma sempre protezione civile. E quello è un modello di coordinamento che funziona”. I gruppi operativi che si occupano di Difesa planetaria esistono solo da qualche anno ma l’attività sta crescendo “e ci sono di tanto in tanto altre agenzie che chiedono di poter entrare nel programma: la collaborazione internazionale si sta allargando”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.