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Come può competere l’Europa con i giganti del mondo. Lezioni dallo spazio

La forza dell’Unione dipende dalla sua capacità di mettere in campo progetti di cooperazione e di integrazione. Che si traducono poi in opportunità di crescita per i paesi membri e strumenti per difendere pace, libertà e prosperità di tutti

9 Dicembre 2019 alle 08:21

Come può competere l’Europa con i giganti del mondo. Lezioni dallo spazio

L'astronauta italiano, Luca Parmitano, durante una delle sue passeggiate spaziali (foto Esa)

Giganti o nani? Elefanti o topolini? Pragmatici o cialtroni? Protettori o sabotatori? Innovatori o nostalgici? Il dibattito politico delle ultime settimane è stato monopolizzato da una discussione a tratti incomprensibile relativa al futuro di un complicato meccanismo europeo che un tempo veniva chiamato Fondo salva stati (oggi si chiama Mes). Intorno al futuro del Mes, al di là dei singoli dettagli tecnici, la politica si è divisa grosso modo in due fronti. All’interno del primo fronte, purtroppo non molto presidiato, vi era chi aveva consapevolezza di un fatto elementare: per far diminuire i rischi di ogni paese membro occorre che ogni singolo paese accetti di rafforzare il sistema europeo condividendo i rischi con gli altri paesi – nella consapevolezza che la forza dell’Europa è la sua capacità di fare sistema e non la sua capacità di alimentare istinti suicidi antisistema. All’interno del secondo fronte, purtroppo ben presidiato, vi era invece chi aveva e ha la convinzione che ogni passo in avanti fatto dall’Europa corrisponda a una perdita di sovranità di ciascun paese membro, nella convinzione che la forza di un paese sia inversamente proporzionale alla forza dell’Europa. 

 

Di fronte a complicati meccanismi come quello del Mes può capitare di incontrare qualche tribuno della plebe capace di convincerti del fatto che chiedere una maggiore integrazione dell’Europa corrisponda a voler chiedere una maggiore disgregazione del nostro paese. Esiste però un terreno di gioco molto interessante e piuttosto spettacolare e persino sexy come direbbero a EuPorn (copyright Paola Peduzzi e Micol Flammini) di fronte al quale anche le più convincenti teorie antieuropeiste si sciolgono come neve al sole. Il terreno di gioco di cui stiamo parlando è quello dello spazio – dove per spazio si intende l’economia dello spazio e le politiche della sicurezza anche in versione cyber – e non c’è campo da gioco migliore di questo per provare a rispondere a una domanda semplice: ma in un mondo sempre più dominato da giganti come Cina, Stati Uniti, Russia, India, i paesi che fanno parte dell’Europa possono permettersi di competere con questi giganti, in termini di innovazione, di competitività, di sicurezza, di difesa, di protezione civile, scegliendo di interpretare la parte dei topolini piuttosto che degli elefanti?

 

La politica spaziale, come ha giustamente ricordato sabato scorso il presidente del Parlamento europeo David Sassoli in un evento organizzato a Napoli proprio su questi temi, è un perfetto esempio di come la politica europea possa aiutarci a trasformare il futuro non in una fonte di paura ma in una sorgente di opportunità. “Ci siamo resi conto, anche se forse non abbastanza – ha detto Sassoli – che su questo terreno si gioca lo scoglio più duro dell’integrazione, in cui interesse nazionale, orgoglio, gelosia, paura del futuro, trasferimento dei poteri si presentano nella loro veste più candida” (Sassoli ha poi citato un sondaggio molto interessante realizzato dall’Eurobarometro, pubblicato lo scorso novembre, secondo il quale il 59 per cento degli europei, oggi, vede l’appartenenza del proprio paese all’Ue come una cosa positiva e secondo il quale tra i motivi di questa adesione vi sono la considerazione che l’Ue contribuisce a mantenere la pace e a rafforzare la sicurezza e l’idea che l’Ue conferisca a ciascun singolo stato membro una maggiore influenza sulla scena mondiale).

 

Le politiche spaziali dicono chiaramente che la forza dell’Europa
dipende dalla sua capacità di mettere in campo progetti di cooperazione
e di integrazione. E se aumenta la capacità dell’Europa di proteggere
se stessa, aumenta anche la capacità dei paesi membri di proteggersi
di fronte ai giganti del mondo e di fronte a tutti i nemici esterni e interni
che ogni giorno tentano di rosicchiare un pezzo della nostra democrazia
e della nostra libertà

  

L’Europa, a questo proposito, tanto per capire di che cosa stiamo parlando in termini di numeri, ha da poco approvato, all’interno del suo Parlamento, il nuovo programma spaziale, proponendo una dotazione di 16 miliardi di euro nel bilancio 2021-2027, che si andranno a sommare ad altri fondi per l’innovazione e la ricerca previsti in un programma chiamato Orizzonte Europa, la cui dotazione oscilla tra i 100 e i 120 miliardi. L’Esa, l’Agenzia spaziale europea, ha annunciato poi che i suoi stati membri hanno accettato di investire 12,450 miliardi di euro per i prossimi tre anni “per stimolare l’economia spaziale europea e realizzare scoperte rivoluzionarie sulla Terra e sul sistema solare” e due esponenti del governo italiano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo spazio, il grillino Riccardo Fraccaro, e il ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli, del Pd, hanno offerto alcuni spunti interessanti per inquadrare ancora meglio le opportunità offerte dal settore.

 

Fraccaro ha detto che, all’interno del perimetro europeo, “ogni euro destinato a un investimento che ha a che fare con lo spazio in termini di valore economico ha un ritorno pari a quattro volte la somma stanziata”. Paola De Micheli ha invece ricordato che la catena di infrastrutture e servizi relativa alla space economy nel 2030 produrrà un valore globale stimato in 500 miliardi di euro (negli ultimi anni, tra le altre cose, l’Unione europea ha completato la messa in orbita dei sistemi satellitari Egnos, Copernico e Galileo, prime infrastrutture fisiche europee, che nessuno stato membro da solo sarebbe stato in grado di realizzare).

 

Numeri a parte, ciò che le politiche spaziali illuminano in modo limpido rispetto alla traiettoria dell’Europa è un fatto piuttosto evidente: la forza dell’Europa dipende dalla sua capacità di mettere in campo progetti di cooperazione e di integrazione; più cresce la cooperazione e l’integrazione, migliori sono i risultati dell’Europa; migliori sono i risultati dell’Europa e migliori sono le opportunità di crescita offerte ai paesi membri. Più l’Europa cresce, e si dota di strumenti per proteggere se stessa, e più l’Europa può diventare uno spazio all’interno del quale difendere pace, libertà e prosperità. E più aumenta la capacità dell’Europa di proteggere se stessa, più aumenta la capacità dei paesi membri di proteggersi di fronte ai giganti del mondo e di fronte a tutti i nemici esterni e interni che ogni giorno tentano di rosicchiare via un pezzo della nostra democrazia e della nostra libertà. Viva l’Europa, viva lo spazio.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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Commenti all'articolo

  • eleonid

    09 Dicembre 2019 - 10:26

    E viva gli italiani e gli europei che sono convinti della sua requisitoria direttore.

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