Roma Capoccia

Mezzo mistero sull'allarme bomba al ghetto

Gianluca De Rosa

Intanto un marocchino accoltella alla gola un passante, ma dalla questura assicurano: “Non è terrorismo”

Un allarme bomba in una scuola del ghetto ebraico di Roma e un grave accoltellamento che terrorismo non è “ma aspettiamo a dirlo”. Falsi allarmi e suggestioni pericolose. La rabbia del mondo arabo, l’attentato di due giorni fa Bruxelles commesso da un tunisino, sbarcato a Lampedusa e per tanti anni in Italia e lo spettro della guerra in Medio Oriente riverberano i loro effetti anche sulla capitale. Quando due notti fa un marocchino di 29 anni, dopo avergli chiesto “scusami mi sai indicare dov’è la stazione Termini?”, ha accoltellato alla gola un quasi coetaneo italiano a piazza Bologna, qualcuno ha subito temuto che anche da noi fosse scattata l’ora dei temuti lupi solitari, radicalizzati su internet e pronti all’azione per le strade delle città. Dalla questura però hanno subito gettato acqua sul fuoco. Si tratterebbe di un soggetto pericoloso sì, ma non di un fondamentalista islamico, piuttosto di uno sbandato già segnalato quella sera per atteggiamenti sospetti nella zona di ponte Mammolo e piazza delle Province, nel quadrante est della Capitale. Poco cambia purtroppo per il 32 enne accoltellato alla gola che è ancora in prognosi riservata, ma, per certi versi, si tira un sospiro di sollievo. Nel pomeriggio però la polizia conferma che sull’accaduto indaga anche la Digos, il dipartimento, presente in ogni questura, che si occupa, tra le altre cose, di terrorismo. “Non dovrebbe esserci alcun collegamento tra il marocchino arrestato e il terrorismo, ma gli accertamenti sono comunque in corso”, spiegano da via di San Vitale. Intanto, è mattina,  le agenzie battono un’altra notizia allarmante. Una telefonata al 112 ha segnalato un allarme bomba alla scuola ebraica di Roma al Portico di Ottavia. I carabinieri attivano subito le procedure di emergenza e i bambini vengono fatti uscire. Mentre dentro la scuola intervengono artificieri e militari. Sul posto c’è anche la polizia. Su La 7 David Parenzo, conduttore dell’Aria che tira, lo riferisce in diretta, quella scuola la frequentano anche i suoi figli. E’ la comunità ebraica di Roma ad assicurare che: “Le procedure di sicurezza e i protocolli d’evacuazione sono stati attivati tempestivamente. E i bambini sono ora al sicuro in un luogo protetto”. Succede poi qualcosa di poco chiaro perché, pochi minuti dopo, la comunità in un breve punto stampa fa una parziale smentita che diventa anche una nota. “La comunità – si legge – precisa che quanto avvenuto questa mattina alla scuola del Portico d’Ottavia era un’esercitazione e quindi l’allarme bomba era fittizio e l’evacuazione della scuola concordata precedentemente”. Insomma, nessun allarme bomba, solo normali prove d’evacuazione. Si alimenta un giallo, seguito da giornali e agenzie. Una cosa è certa: fosse stata un’esercitazione non avrebbe avuto un tempismo felicissimo. Mentre anche al ghetto ci si interroga su cosa sia avvenuto davvero, da Montecitorio arriva una buona notizia: i deputati hanno votato all’unanimità il disegno di legge per l’istituzione nella capitale del museo della Shoah.


Giallo a parte, a Roma l’allerta è massima. Spiegava ieri mattina all’Agenzia Dire il prefetto Lamberto Giannini, già capo della polizia e tra i maggiori esperti italiani di anti terrorismo. “Ci vuole massima attenzione in questo momento, anche se non ci sono allert specifici. La situazione richiede una consapevolezza della tensione che c’è, ma, ripeto, un allarme specifico per Roma non c’è, anche se da giorni c’è massima concentrazione”. L’obiettivo, spiegano da palazzo Valentini, è quello di non allertare in modo eccessivo le persone, di evitare di alimentare la paranoia collettiva. Alzare l’attenzione, certo, ma senza aumentare in modo ingiustificato la tensione.

Anche perché nella capitale, tra Vaticano, ministeri e siti sensibili, i livelli di sicurezza sono già normalmente molto alti. In questi giorni sono stati comunque rafforzati i controlli negli aeroporti, negli scali ferroviari intorno alle ambasciate di diversi paesi, al ghetto ebraico, alla moschea e in siti sensibili di compagnie aeree, banche e assicurazioni. Alla polizia locale è stato invece chiesto uno sforzo “maggiore” nel monitoraggio delle auto in sosta. Cosa che dovrebbero fare sempre, e non solo per rischio terrorismo. Ma che, evidentemente, non fanno. Come ben si vede girando per le strade della città che non presidiano.

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