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“Il grillismo è la conseguenza del romanesimo: élite e popolo orrendi”

Intervista surreale con Fulvio Abbate. Pessimismo ironico e sguardo (quasi) schifato sull'antropologia del generone

24 Febbraio 2019 alle 06:00

“Il grillismo è la conseguenza del romanesimo: élite e popolo orrendi”

(Foto LaPresse)

Roma. “Prima ero più ottimista. Pensavo che Roma, con il suo unicum monumentale, andasse trasformata in un grande set per turisti, con i romani pagati per fare le comparse, smettendo tutti di lavorare. Poi ha prevalso il pessimismo. Non c’è alcuna speranza, la città va chiusa e i romani deportati”. Fulvio Abbate, scrittore, nel 2015 ha dedicato alla Capitale un tomo da 697 pagine. “Roma vista controvento”, il titolo dell’opera che racconta miserie e nobiltà di una città che, nonostante tutto, continua a legare a sé i suoi abitanti.

 

Soprattutto quelli, come lui, giunto qui da Palermo nel 1983, che a Roma non ci sono nati ma l’hanno scelta. Il rapporto con la città, però, come per tutte le cose importanti della vita, è difficile. “Roma è un grumo di piccole orrende borghesie che si fronteggiano con livore”, dice Abbate. “C’è stato un momento di gloria, negli anni Sessanta, quando i divi di Hollywood venivano qui per mangiare le fettuccine da Alfredo. Poi si sono visti alcuni inurbati di genio, singole individualità: Pasolini, Carmelo Bene… Ma per una città i cui due pilastri sono sempre stati l’edilizia e il malaffare, col contorno del carrozzone statale, il declino era inevitabile. La rappresentazione plastica di cosa è Roma sono gli autisti dei politici che aspettano sbracati, fumando appoggiati all’auto blu”.

 

Lo scrittore Fulvio Abbate


 

Qui a casa sua, a Monteverde vecchio, alle pendici del Gianicolo, i raggi di sole indolenti che illuminano le facciate dei villini del primo Novecento rendono lieve l’aria di metà febbraio, regalando un antipasto di primavera che fa dimenticare per qualche momento il grande degrado capitale. Ma pure qui, se si abbassa lo sguardo, cassonetti strapieni e buche ovunque. “Di Virginia Raggi penso malissimo soprattutto perché si è presentata come quella del cambiamento, dell’adesso ci pensiamo noi. Avesse almeno fatto una cosa simbolica, che so, una torre panoramica dove andare tutti la domenica a mangiare i rigatoni con la pajata. E invece niente. Nemmeno quello che i militari nelle caserme chiamano il minuto mantenimento: tagliare l’erba, pulire le strade, rassettare. Villa Sciarra era un gioiello, ora non ci si può passare. Governare Roma è impresa immane e mi chiedo, quando la vedo, chi gliel’ha fatto fare a Virginia…”.

 

Un declino che, per Abbate, dura da quarant’anni. “È impossibile essere artisti in questa città, al massimo si può essere condomini. È un luogo che non ammette eleganza: sono vestiti tutti come sfollati, tutti col piumino nero! Il mondo culturale che ci ha regalato la sinistra e il veltronismo è l’inno al conformismo, alla banalità, al nepotismo. Basta entrare una volta nel nulla del Maxxi presieduto da Giovanna Melandri o assistere alla serata del Premio Strega. Raggelante”. Ecco, la sinistra appunto. “Roma è una città così conformista che nemmeno i fascisti di Alemanno hanno cacciato i radical chic messi lì da Veltroni. Non avevamo chi metterci, dicono. Ma allora fai un gesto di rottura, mettici dei netturbini! Roma è la città dove il biografo di Pasolini (Enzo Siciliano, ndr) è andato a fare il presidente della Rai. Dove qualcuno pensa che Bianca Berlinguer sia una brava giornalista. Dove ci sono solo mostre di seconda scelta e la gente va a osannare Frida Khalo, una pittrice da Vanity Fair, come fosse la Madonna. Roma non ha mai avuto un’élite intellettuale, ha solo un generone di mentecatti che, in nome del censo, ritiene di poter esprimere un’opinione. Il grillismo è solo la conseguenza di tutto questo”.

 

E adesso? “Adesso non ci resta che assistere alla rivincita del popolino che si è fatto re. Ma Grillo un merito ce l’ha: aver trovato un lavoro ben retribuito a gente indegna di sedere pure da Cencio alla parolaccia. Il popolo è orrendo e l’elite lo è altrettanto. Siamo davanti a un orrore generalizzato dove il capitale intellettuale è considerato poca cosa rispetto al capitale materiale. Meno ne sai, meglio è”. Lei, però, Roma non l’ha mai lasciata. “E dove devo andare? La provincia è peggio: è cattiva e tutti si fanno i fatti tuoi. Ma io sono un privilegiato, posso starmene nello studio di casa, tra un quadro del mio amico Mario Schifano e un’opera di Marco Lodola, a scrivere e campo bene. Ma se dovessi uscire la mattina e prendere un bus per andare al lavoro, che so, a Morena, mi sarei già auto crocifisso sul balcone”.

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