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Una capitale senza mecenati e senza grande borghesia illuminata

Giapponesi, svizzeri o milanesi. Gli interventi privati arrivano solo da fuori. Il caso dei Cerasi e il pessimismo di Carandini

3 Febbraio 2019 alle 06:09

Una capitale senza mecenati e senza grande borghesia illuminata

Foto LaPresse

Roma. Si racconta che Yuzo Yagi, esportatore di prodotti tessili italiani in Giappone col vezzo di vestire interamente di bianco, chiese all’ex sindaco Ignazio Marino di poter investire sul restauro di un monumento che fosse anch’esso totalmente bianco. La scelta cadde sulla Piramide Cestia, 2.265 metri quadrati di marmo di Carrara segnati dal tempo e dallo smog del traffico di Porta San Paolo, e Yagi al momento di staccare l’assegno da un milione di euro con cui fu finanziato il restauro decise di imitare il “ricco epulone” Gaio Cestio, che impose ai suoi eredi che i lavori per la costruzione del suo esotico mausoleo durassero al massimo 330 giorni pena la perdita di qualsiasi lascito economico, e prescrivere il rispetto della stessa tempistica alle autorità italiane come condizione per il versamento di un secondo milione di euro di finanziamento per altri restauri. I lavori, proprio come accadde nel primo secolo avanti Cristo, si sono chiusi nell’aprile del 2015 con qualche giorno di anticipo e Yagi è stato poi insignito dell’onorificenza di Grande Ufficiale della Repubblica Italiana “come riconoscimento dell’eccezionale attività svolta a favore della conservazione del nostro patrimonio culturale” avendo dimostrato “un impegno encomiabile e disinteressato a sostegno della tradizione culturale italiana”.

 

Un vero mecenate insomma, come i coniugi svizzeri Isabel e Balz Baechi (lei è scomparsa poco più di due settimane fa) che attraverso l’omonima fondazione hanno finanziato con 100mila franchi svizzeri i lavori di pulitura e consolidamento della Sala di Achille a Sciro, meraviglia della Domus Aurea di Nerone, conclusi un anno fa. Soldi privati che hanno permesso di valorizzare e restaurare il patrimonio artistico e architettonico di una città e un Paese che da soli non sembrano più in grado di curare i propri tesori.

 

“Solo per l’ordinaria amministrazione, cioè per evitare il degrado, avremmo bisogno di 30 milioni di euro all’anno”, lanciava l’allarme nel 2006 l’ex Sovrintendente capitolino ai Beni Culturali Claudio Parisi Presicce stilando la lista dei sogni dei progetti di restauro per la Capitale. Dai macroprogetti archeologici alle fontane, dal decoro diffuso ai monumenti, quasi quattrocento lavori (spesa complessiva di 436 milioni di euro) che allora erano in attesa di risorse e oggi, più o meno tutti, aspettano ancora un’adozione dalla vetrina del sito internet allestito allo scopo. “E qua fuori non c’è affatto la fila dei pretendenti”, ironizza amaramente un funzionario. Una situazione che l’ex sindaco Ignazio Marino aveva ben chiara e per la quale si spese pancia a terra nel tentativo di attirare mecenati da tutto il mondo arrivando a siglare un accordo con la King Baudouin Foundation United States, un’organizzazione non profit specializzata nello svolgimento di attività di fundraising. Chi non coglie l’importanza di queste attività evidentemente non ha a cuore il bene di Roma perché non ha capito che al giorno d’oggi, in Italia, le uniche risorse per poter valorizzare e conservare un patrimonio inestimabile saranno quelle messe a disposizione generosamente da donatori privati”, spiegava l’ex primo cittadino. Attività che negli anni scorsi ha dato i suoi frutti, anche grazie agli sgravi dell’art bonus introdotto dall’allora ministro Dario Franceschini, spingendo a investire sul restauro e la valorizzazione dei tesori romani case di moda (da Bulgari che si è presa cura dei mosaici di Caracalla e della scalinata di Piazza di Spagna a Fendi con i lavori per la Fontana di Trevi, passando dall’impegno di Della Valle per il Colosseo), grandi aziende (Tim ha finanziato gli interventi al mausoleo di Augusto, Lottomatica quelli a San Pietro in vincoli e American Express ha partecipato al restauro dell’Arco di Giano) e singoli filantropi come l’uzbeko Alisher Usmanov che si è fatto carico delle colonne della navata centrale della Basilica Ulpia al Foro Traiano.

 

A mancare all’appello, ieri come oggi, è però l’impegno della ricca borghesia cittadina, di quelle famiglie nobiliari e non che al tempo del mecenatismo dei papi trasformarono l’Urbe guidandola dentro il Rinascimento. Esempi virtuosi come la famiglia Cerasi che ha permesso la riqualificazione di Palazzo Merulana e l’esposizione pubblica della propria prestigiosa collezione di opere d’arte italiana del primo Novecento. “Ma la realtà è che a Roma questa alta borghesia non esiste, non è mai esistita” spiega Andrea Carandini, archeologo e presidente del Fai. “Roma è città di papi, preti, funzionari e popolino e questo storicamente è il suo grande problema. La Capitale non è Milano con la sua ricca borghesia industriale e le sue attività filantropiche e culturali. Roma – prosegue Carandini – è spaventosamente centralista e burocraticamente ostica, una città difficile e non so quanto redimibile. A questa città servirebbe un’idea universale e sogni molto più grandi. Non può bastare soltanto lo stato con il suo centralismo democratico, servono elementi e istituzioni che svolgano una funzione sussidiaria coinvolgendo la società civile come accade a Milano o in tante altre grandi città europee. Ma qui questa rete non c’è – conclude provocatoriamente Carandini – e allora forse l’unico modo per salvare Roma è lasciare che la governi di nuovo il Papa. O magari un imperatore”.

Massimo Solani

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