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L’Italia anticasta spiegata dal re dei paparazzi

A spasso per Roma con Rino Barillari, tra buche, ricordi, attori e un funerale importante

9 Febbraio 2019 alle 06:00

L’Italia anticasta spiegata dal re dei paparazzi

Rino Barillari (foto LaPresse)

Roma. “Magari assomigliasse a Napoli, almeno potremmo dire di essere una città allegra”, soffia, con l’aria di uno che le ha viste tutte, perché da cinquant’anni la città la batte notte e giorno, per fotografare attori, politici, morti ammazzati, suicidi, cronaca nera e fatuo illustrato. “Ero a via Fani quella spaventosa mattina del ’78 quando le Br rapirono Moro ed ero all’Idroscalo di Ostia davanti al cadavere di Pasolini. Anche se da luglio zoppico perché sono caduto in una buca della Raggi”. Quasi una metafora. Rino Barillari, settantaquattro anni compiuti oggi – è il suo compleanno e gli squilla continuamente il telefono: “Ma che davero ce sta Julia Roberts? In che albergo è?” – è l’ultimo e il più famoso dei paparazzi. “Sai qual è la cosa pazzesca? E’ che se spostassero i ministeri a Milano, qua non rimarrebbe più niente… Per fortuna non si può spostare San Pietro. A Roma non ci sono più i locali. Certe strade sono al buio. Le uniche cose aperte la sera sono i minimarket dei bangladesi. Siamo pieni di monnezza. Senza idee. Senza charme. Col sindaco che si occupa di ratti, e rinuncia pure alle Olimpiadi. Una città in agonia”.

 

 

E si spara, anche, come nelle città di mafia. Sabato scorso in via Menandro all’Axa due uomini hanno ferito a colpi di pistola un ragazzo di diciannove anni, Manuel Bortuzzo. L’avevano scambiato per qualcun altro. Un regolamento di conti in stile camorrista. Lo hanno reso invalido. Se la palma di Sciascia saliva verso nord, a Roma è giunto il babà avariato, una sorta di napoletaneria deteriore, una meridionalizzazione mostrificata, spenta e insieme selvaggia. Matteo Salvini è andato a trovare in ospedale il ragazzo ferito, al San Camillo. “E che risolve? Dopo la visita che farà? Invece ammiro il padre di quel ragazzo. Non ha chiesto vendetta, ha pronunciato parole di grande dignità e forza civile, un magnifico tipo di italiano. Roma dovrebbe diventare un tema nazionale. Un’emergenza”, dice Barillari mentre attraversiamo a piedi piazza Navona. Gli ambulanti abusivi, i mozziconi di sigaretta incastrati tra i sampietrini luridi, i suonatori zingari che strombazzano un’incongrua “My Way”, i turisti con le birre alle undici del mattino. “Senti la puzza che esce dalle cucine di questi bar”, ride Barillari. “Se prendi un panino la mozzarella non fila ma rimbalza, e le olive verdi… camminano”.

 


 

Rino Barillari con Oliver Stone  


 

Poco più in là, di fronte alla solennità rinascimentale di Sant’Agnese in Agone, una piccola folla si raccoglie attorno a una bara, con una compostezza che fa a botte con tutto il resto. E’ il funerale di Nando Ciampini, morto a ottantasei anni, uno di quei ristoratori romani che con bravura e fortuna incrociò il miracolo economico, costruendo tra gli anni Cinquanta e Sessanta un piccolo impero che ancora gli sopravvive. Un mondo che un po’ casualmente, e forse senza nemmeno capirlo, raccoglieva i frutti della rinascita nel Dopoguerra. Il destino e il genius loci, insieme. Suo era “i Tre scalini”, un modesto ristorante di piazza Navona che nel tempo si faceva sempre più elegante, tanto più la città era frequentata dagli americani del cinema, il punto d’incontro di gente cospicua, in un periodo in cui lo charme invadeva Roma, malgrado la romanità, che sempre quella è: sbracata. “Ai Tre Scalini fotografai Peter Fonda, Jacqueline Kennedy, Lauren Bacall…”, dice Barillari, che a vent’anni fu preso a cazzotti da Peter O’Toole. E oggi? “I tre Scalini” è come gli altri bar di piazza Navona, i cui nomi evocano senza fantasia un mondo che non esiste più: si chiamano “Dolce Vita”, “Vacanze Romane”… Un caffè costa un euro e venti, al bancone. Al tavolo non ne parliamo. I turisti in ciabatte vengono serviti da camerieri maleducati. Poi si lamentano del conto. E allora persino il funerale di Ciampini dà il senso di qualcosa che si è spento, che è stato amputato. Un degrado che richiederebbe fantasia, talento, idee, attenzione, cura. 

 


 

Rino Barillari malmenato da Mickey Hargitay


  

All’interno della chiesa di Sant’Agnese, ecco tutta la bellezza di una città oppressa da un fasto antico e da una modernità selvatica: gli ori, i marmi, la cupola affrescata, l’organo che intreccia note di solennità dolente. Il parroco, Don Pietro, chiude la messa con queste parole: “Adesso guardate in alto. Roma ci dà cose che il resto del mondo non offre. Questo sarà il ricordo più bello che porterete a casa oggi”. Ma appena fuori dalla chiesa si viene travolti dal suk e Barillari, con una punta d’ironico cinismo: “Piazza Navona era molto meglio quando c’erano le automobili posteggiate”. Ma com’è possibile che solo a Roma le isole pedonali diventino isole d’abbandono, regno di bancarellari, saltimbanchi, venditori abusivi, musicanti d’accatto?

  


  Con Sophia Loren


 

Barillari sorride. Quest’uomo in cravatta e panciotto, pettinato con i capelli all’indietro come in un film con Gregory Peck, conosce tutti e sa tutto di tutti in questa metropoli strapaesana di cui lui ha scandagliato ogni piega, anche quelle più torbide (sul cellulare ha una foto di Renatino De Pedis, il boss della Magliana: “Vuoi vedere anche le ossa?”. E poi, con un tono surreale: “Ho pure una foto del figlio di Bin Laden con Vittorio Casamonica. Aspetta che te la faccio vedere”). E infatti gira sempre con due macchine fotografiche nascoste sotto il cappottone, come pistole nella fondina, “prima scatti e poi vedi che succede”. E che succede? “Succede che spesso ti menano”. Ancora oggi? “Meno”, ma lo dice quasi con un tono dispiaciuto mentre racconta che proprio Nando Ciampini, negli anni Novanta, “m’aveva fatto fare dei bei colpi. Bill Gates, O.J. Simpson quello che fu accusato di aver ammazzato la moglie… John Kerry, che di notte si mangiava tristemente il gelato da solo”, gli ultimi barbaglii d’una luce che andava a esaurirsi.

 


 

Con Matt Damon 


 

“Quanto ci si divertiva negli anni Sessanta. Quello è stato il momento migliore. A Via Veneto c’erano pure le spie. A Cinecittà si giravano trecento film all’anno. C’erano soldi e c’era vita, non sempre felice, perché i fatti di sangue non sono mai mancati a Roma, ma si stava dentro un organismo che non ti dava l’idea della marginalità spenta. Si costruiva. Adesso mi pare di vivere nella città dei no. E dentro il paese del no. Non si fa un cazzo. Niente Olimpiadi, niente treni. Manco le strade rimettono a posto. Non si fa impresa e non si fanno eventi. Quindi non girano soldi. Ma come credete che fosse stato possibile il boom economico? Con il lavoro. In compenso c’è un sacco di droga, a San Basilio gli spacciatori sono così tranquilli che sembrano caldarrostari. Droga sintetica, però. Droga dei poveri”.

 

Camminando, alle spalle di piazza Navona, all’angolo di via Tor Millina, ecco delle impalcature su tutta la facciata di uno di questi antichi e splendidi palazzi del centro: “Questo era il Caffè della Pace, chiuso per sfratto nel 2016. Un pezzo di storia di Roma che è scomparsa”. Anche i ristoranti della politica chiudono. Chiuso Quattro Colonne, dove Ciriaco De Mita riuniva l’ufficio politico della Dc. Chiuso Mario, in via della Vite. Chiuse anche le salette con séparée del Toulà, che fu il ritrovo doroteo di Antonio Bisaglia e Carlo Bernini. “E certo che chiudono”, sorride Barillari. “E’ ovvio. Ma se criminalizzi pure i pranzi e le cene, che ci vuoi fare?”.

 

La città che vive di politica, di casta, che si affida all’antipolitica dei grillini. Un paradosso, ironia o sapienza del destino. Certamente una mazzata sul core business, verrebbe da dire. “Adesso infatti i politici al massimo vanno per pizzerie al taglio. Sono maniacali nella comunicazione. E i cronisti non vanno più a vedere. Così sono i politici che fanno uscire le foto, danno loro le notizie che vogliono. Tutto sembra perfetto. Mai una sbavatura. Ma così muore la verità. Le notizie sono tutte preconfezionate… E poi uno si lamenta che i giornali non vendono”.

 


 

Con Al Pacino


Salvini com’è la notte? “Esce. Ma anche lui mangia gli hamburger. All’inizio fanno tutti gli amici del popolo, poi cambiano. Si scocciano. L’ho visto succedere mille volte. Uno che invece girava tanto la sera era Craxi. Al Tartarughino si facevano i governi. E anche da Camponeschi, a piazza Farnese. Lì c’erano i politici e gli imprenditori, quelli veri. Tutta un’Italietta che andava avanti alla grande”.

Insomma era meglio quando se magnava senza paura. “Ma certo. Era anche tutto meno fasullo. Meno ipocrita”. E chi sono stati i migliori sindaci di Roma? “Quelli recenti, Veltroni e Rutelli”. Alemanno? “No comment”. E Raggi? “Guardati un po’ intorno e dimmi tu. Cosa vedi?”. Monnezza, autobus stracarichi e puzzolenti che esplodono per la strada, parchi pubblici trasformati in foreste infrequentabili, una città in cui si consuma il falò dell’abbandono amministrativo e del degrado urbano. “Forse anche civile”, aggiunge Barillari. Poi si accorge che siamo arrivati in via del Corallo, quasi su corso Vittorio Emanuele II. Gli s’illuminano gli occhi. “Guarda qua”, dice. Ed entra in una pizzeria. “Qua ci ho fotografato Sharon Stone. Voleva che insegnassero alla figlia come si fa una pizza. Si era messa a impastare con l’acqua e la farina”. Sembra un ragazzino, mentre lo dice. Cammina faticosamente, eppure non si ferma un attimo. Ogni angolo una storia. “Vado a letto alle tre del mattino e mi alzo alle due del pomeriggio”. Ma non pensi mai di smettere, con le fotografie? “No, nemmeno quando sarò più malmesso di Roma”. Zoppicante ma eterno, come la sua città.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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