(foto LaPresse)

L'editoriale dell'elefantino

La premiership senza poteri del premier, pasticcio all'italiana

Giuliano Ferrara

Il minimalismo costituzionale è sexy.Premierato? Finora la logica ha sempre fallito, ma il paradosso può vincere

Un amico e maestro come Angelo Panebianco ha cercato ieri nel Corriere di ragionare a fil di logica sull’elezione diretta del presidente del Consiglio. Ha posto questioni in effetti dirimenti un poco a tutti i soggetti che contano della politica italiana, in particolare alle opposizioni democratiche e di sinistra. Vi sta bene – ha domandato – lo scopo di rafforzare i poteri del capo dell’esecutivo, e con essi la stabilità dei governi? Forse siete in disaccordo sul mezzo, cioè un disegno di riforma costituzionale minimo, che lascia invariati alcuni poteri del Quirinale (il capo dello stato scioglie le Camere quando intervenga una crisi irresolubile altrimenti, anche se perde una capacità molto formale di nomina del premier, che è eletto direttamente, cosa che nella sostanza già è nelle cose quando vince una coalizione che ha un leader o una leader).

 

E consente che il Parlamento continui, se vogliamo in modo  incongruo, a votare la fiducia a un premier già dotato di fiducia nel suffragio elettorale diretto; eppoi in caso di crisi prevede un meccanismo che ha del grottesco per salvare la faccia alle dinamiche del parlamentarismo puro (un altro membro della maggioranza può sostituire il premier eletto e realizzare il programma della maggioranza, magari con una maggioranza diversa). Certo che è un pasticcio, certo che conviene, se si condivida lo scopo, seguire il consiglio di Panebianco e negoziare nel merito i mezzi per raggiungerlo, dunque correggere in modo bipartisan il testo della riforma, migliorandolo e rendendolo intimamente più coerente. Ma tutto questo vale in un contesto logico. Mentre quello italiano è un contesto di sistema del tutto paradossale. 

 

Craxi voleva una Grande Riforma con le maiuscole, il presidenzialismo, la Bicamerale di D’Alema un assetto istituzionale radicalmente nuovo, Berlusconi un cambio di ruolo deciso delle funzioni del Parlamento, lo stesso vale per Renzi. Erano riforme organiche. Nacquero parallelamente le illogiche leggende dell’uomo solo al comando e delle accozzaglie referendarie che cassarono le riforme tentate o perpetrate nelle Camere. L’elezione diretta che vuole Meloni, una volta abbandonato il tradizionale presidenzialismo, è uno zoppicante, migliorabile ma in sé sbilenco, tentativo di minimalismo riformatore. Pone problemi seri, e così com’è fa un po’ ridere. Ma entra nella logica paradossale del contesto del trasformismo italiano, e proprio nel suo zoppicare, nel suo carattere non minaccioso e di ratifica di quanto già è stato codificato nelle leggi elettorali, compresa la vigente, potrebbe per la prima volta essere accettata in un referendum costituzionale. Qui è il paradosso. Non cambio la forma di governo, tantomeno quella di stato, non incuto alcun timore, non aspiro a una logica di ferrea stabilità, offro solo all’elettore quel potere in più, che oltretutto già possiede nella forma bipolarizzante della vittoria di una coalizione e del suo leader o della sua leader, con una legittimazione diretta del voto personale. 

 

Meloni ha sorpreso tutti perché governa da un punto di vista diverso e in certi casi opposto a quello che ha coltivato all’opposizione. Così ora sembra offrire non una grande riforma delle istituzioni, ciò che era nelle premesse storiche della destra italiana e di parti cospicue del centrosinistra, ma un piccolo cambiamento importante che consiste nella bipolarizzazione personale della scelta sulla guida del governo, con pochissimi elementi costituzionali cambiati. Che un pasticcio paradossale possa essere, certo una volta emendato e reso meno goffo, la soluzione più lineare e logica per il conservatorismo naturale degli italiani? Sono passati trent’anni dall’elezione diretta dei sindaci e poi dei governatori, non è cambiato moltissimo ma la cosa è stata accettata, ha portato limitati benefici, è scivolata via con effetti di modernizzazione e di stabilità, senza privarci del contesto trasformista o parlamentarista della politica italiana, contesto di successo con ogni evidenza. Non è una bonaria replica del già visto, questa famosa e originalissima e solo italiana elezione diretta del capo del governo, questa premiership senza i poteri del premier? Piacerebbe attenersi alla logica invece che al paradossale, ma la logica è sempre sistematicamente fallita nella ricerca del consenso, forse il paradosso sarà più apprezzato (con juicio). 

Di più su questi argomenti:
  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.